Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Edward Weston, Nudo, 1936

Edward Weston nacque in Illinois nel 1886, figlio di un medico e di una professoressa di lettere. Abbandonò la scuola molto presto e si costruì autonomamente una notevole cultura da autodidatta che fu la base della sua ambizione e dei suoi successi artistici. E’ considerato uno dei più grandi fotografi americani dell’inizio del ‘900, celebre per i suoi nudi femminili, i paesaggi e gli “still life” in cui si rispecchia la sua ossessione per la purezza della forma.

La sua carriera fotografica ebbe inizio nel 1902, quando il padre gli regalò un apparecchio fotografico, che lo spense ad interessarsi alle risorse di questo nuovo e straordinario mezzo. Nel 1908 frequentò il College of Photography in Illinois per poi trasferirsi a Los Angeles nel 1911, dove lavorò come ritoccatore e assistente di laboratorio in uno studio fotografico e dove cominciò a lavorare in proprio.

Tra il 1921 e il 1922 si verificò la prima svolta: amante della sperimentazione, cercò motivi astratti, trovare angoli visuali e condizioni espositive originali. Iniziò a fotografare frammenti di volti e di nudi con una predilezione per l’obiettivo anacromatico. Nel 1922, in occasione della visita alla sorella May in Ohio, realizzò le prime fotografie industriali delle acciaierie Armco; queste immagini segnarono una vera svolta nella sua carriera.

Edward Weston, Acciaierie Armco, Ohio, 1922

Nel 1923, Weston abbandonò la famiglia e partì con il figlio Chandler e Tina Modotti, sua modella amante e allieva, per il Nuovo Messico. Insieme gestirono uno studio di ritratti fino al 1926. Qui fece amicizia con alcuni artisti e intellettuali messicani, tra cui Diego Rivera e Frida Kahlo. Oltre che nei ritratti, Weston si specializzò in nudi e nature morte e, tra il 1924 e il 1925, praticò il “close up”, tecnica fotografica di inquadratura ravvicinata che permetteva di mostrare il senso della trama delle superfici, rese da Weston con grande virtuosismo, dove l’incredibile ricchezza di sfumature del bianco e del nero conferisce alle immagini qualità quasi tattili.

Nel 1932 tornò in California dove fondò, insieme ad Ansel Adams, Imogen Cunningham ed altri fotografi, il celebre gruppo f/64, un’associazione di fotografi dedita alla sperimentazione ed alla ricerca sull’utilizzo del mezzo fotografico.

 La struttura delle sue fotografie e’ straordinariamente semplice e richiama il linguaggio della fotografia industriale : l’oggetto su una superficie. L’isolamento del soggetto, privato di ogni richiamo alla realtà esterna, fa svanire il contesto e le proporzioni e conferisce vita e vigore all’oggetto in se’. L’esempio più lampante di questo tipo di fotografie e’ la famosa serie di scatti realizzate a dei peperoni. Le foto di Weston sono puro piacere per gli occhi, suscitato dal richiamo a una sensualità tattile, dalla purezza della superfici e della forma.

Edward Weston, Peperone, 1930

Col passare degli anni, i consensi nei confronti del lavoro di Weston crebbero esponenzialmente: nel ‘36 fu il primo fotografo a vincere un assegno di ricerca dalla Fondazione Guggenheim e 10 anni dopo il MoMa di New York gli dedicò una restrospettiva che lo consacrò come uno dei più grandi artisti del ‘900. A metà degli anni ’40, Weston fu colpito dal morbo di Parkinson, che lo costrinse ad abbandonare la fotografia nel 1948, dieci anni prima della sua morte.

A proposito della fotografia di un cavolo, nel 1931, scrisse: “Sentivo nel cavolo il vero segreto della forza vitale. Sono stupito, mi trovo in uno stato di eccitazione emotiva e, attraverso il mio modo di fotografare, posso partecipare ad altri la conoscenza che ho della forma del cavolo, perché essa è così e non altrimenti, così come il rapporto con tutte le altre forme”.

Sara D’Incertopadre

L’influenza spagnola, veicolata da virus del ceppo H1N1, fu così definita perché ne parlarono principalmente i giornali della penisola iberica. L’epidemia si diffuse agli inizi del 1918, in pieno conflitto mondiale, quindi inizialmente non ebbe grande risonanza sulla stampa se non quella spagnola, paese non coinvolto nella guerra. È probabile che il primo focolaio di infezione si fosse sviluppato negli Stati Uniti e che furono proprio i soldati americani a portare il virus in Europa. Inizialmente la patologia che si sviluppò fu scambiata per le più diverse malattie, addirittura tifo, poi qualcuno avanzò l’ipotesi, rivelatasi subito esatta, che si trattasse di influenza. Nell’estate del 1918 l’influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnata da gravissime complicazioni a livello polmonare, responsabili della maggior parte dei decessi. Fu una pandemia insolitamente mortale, che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone a tutte lei latitudine, coinvolgendo persino l’Artico e alcune remote isole del Pacifico. Non è possibile ipotizzare un dato certo di vittime, ma si suppone che su di una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, vi furono tra i 50 e i 100 milioni di decessi.

Pur essendo particolarmente aggressiva, l’influenza non fu la diretta responsabile del tasso di mortalità. I decessi erano spesso provocati dalle infezioni batteriche che aggredivano i pazienti influenzati, quasi sempre in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Basti pensare ai soldati asserragliati da anni nelle trincee, un vero e proprio bacino di virus e batteri che potevano progredire tra cadaveri, carcasse di animali e fogne a cielo aperto. L’Italia fu pesantemente colpita dall’influenza spagnola. Si è potuto stimare che il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di italiani, soprattutto al Sud, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero enorme se si considera che all’epoca l’Italia aveva 36 milioni di abitanti. Verso la fine del 1918 e l’inizio del 1919, il numero di nuovi casi calò bruscamente, insieme al numero dei decessi. Una spiegazione del rapido declino della mortalità della malattia è da ricercare forse nella capacità dei medici di migliorare la prevenzione e la cura della polmonite che si sviluppava dopo che le persone avevano contratto il virus. Un’altra teoria sostiene che il virus mutò alquanto rapidamente in una forma meno letale, evento comune nei virus dell’influenza che tendono a diventare meno letali col passare del tempo.

Salvo Fumetto

Raffaello Sanzio, pittore e architetto, nato a Urbino nel 1483 e morto a Roma nel 1520, era figlio del pittore Giovanni Santi. Il giovane Raffaello ricevette dal padre, morto nel 1494, solo un primo indirizzo alla pittura all’interno della sua fiorente bottega per poi passare alla bottega del Perugino. Grande importanza ebbero invece per la sua formazione artistica le suggestioni artistico-letterarie della corte urbinate, dove nella seconda metà del Quattrocento avevano lavorato Luciano Laurana, Francesco Di Giorgio Martini, Piero della Francesca e Antonio del Pollaiolo.

Nel 1499 Raffaello, appena sedicenne, si trasferì con gli aiuti della bottega paterna a Città di Castello, dove ricevette la sua prima commissione indipendente: lo stendardo della Santissima Trinità per una confraternita locale che voleva offrire un’opera devozionale in segno di ringraziamento per la fine della pestilenza appena passata. L’opera, sebbene ancora ancorata allo stile di Perugino e Luca Signorelli, presentava anche una profonda, innovativa freschezza, che gli garantì una fiorente committenza locale, non essendo reperibili in città altri pittori di pregio dopo la partenza di Signorelli proprio nel 1499, alla volta di Orvieto. A Città di Castello l’artista lasciò almeno altre due opere di rilievo, la Crocifissione Gavari e il famoso Sposalizio della Vergine.

Raffaello, Sposalizio della Vergine, 1504, Pinacoteca di Brera

L’opera che segna l’apice artistica della fase giovanile, segnando un distacco ormai incolmabile con i modi del maestro Perugino, è, senza ombra di dubbio, proprio lo Sposalizio della Vergine, datato al 1504 e già conservato nella cappella Albizzini della chiesa di San Francesco di Città di Castello.

L’opera si ispira a una pala che il Perugino stava dipingendo in quegli stessi anni per il Duomo di Perugia; ma il confronto tra le due opere mette in risalto le profonde differenze che dimostrano da subito quanto Raffaello fosse un giovane pittore fuori dal comune. Egli infatti copiò il maestoso tempio sullo sfondo, ma lo alleggerì allontanandolo dalle figure e ne fece il fulcro dell’intera composizione, che sembra ruotare attorno all’elegantissimo edificio a pianta centrale. Anche le figure sono più sciolte e naturali, con una disposizione nello spazio che evita un rigido ed irreale allineamento in primo piano, ma si sistema a semicerchio, bilanciando e richiamando le forme concave e convesse del tempio stesso.

Raffaello a confronto con Perugino, Sposalizio della Vergine, 1501-04, Musée des Beaux Arts di Caen, Francia

Al centro del quadro vengono posizionati un gruppo di persone divise in due schiere, aventi come perno il sacerdote, il quale celebra il matrimonio tra la Vergine Maria e San Giuseppe. Con un gesto molto tenero, il sacerdote prende le mani dei novelli sposi facendo mettere l’anello nuziale al dito di Maria. Il gruppo delle donne, dietro Maria, e il gruppo di uomini con i bastoni, dietro Giuseppe, formano due semicerchi aperti rispettivamente verso il tempio e verso lo spettatore. Ma perché questi bastoni?

Leggendo quanto riportato nei vangeli apocrifi, Maria era stata cresciuta ed educata nel tempio di Gerusalemme, ed aveva l’obbligo di seguire uno stile di vita casto e pieno di regole, molto simile a quello delle moderne suore. Quando la Vergine divenne grande abbastanza da potersi sposare, venne dato a tutti i suoi pretendenti, un ramo secco. Secondo la storia, soltanto il ramo del suo futuro sposo sarebbe fiorito, mentre tutti gli altri no. Dio decise che doveva essere Giuseppe lo sposo di Maria. Ed è così che Raffaello dipinge il bastone di San Giuseppe diverso dagli altri. Se si osserva attentamente, si può vedere che solo sulla punta del suo bastone sono sbocciati 3 piccoli fiori; gli altri pretendenti, invece, hanno tra le mani solo dei rami secchi.

Raffaello in questa scena adottò inoltre un punto di vista leggermente rialzato rispetto al normale: in questo modo sembra quasi di “fluttuare” nell’aria, permettendoci di guardare i protagonisti nella loro interezza, fino ad ammirare la grande lastra marrone in primo piano. Se ci soffermiamo sui colori scopriremo che le tonalità di cui si serve Raffaello sono molte, ma saltano subito all’occhio il rosso acceso della veste della Vergine ed il giallo caramellato della veste di Giuseppe. Si tratta di sfumature calde e distese su tutta la tela ed inoltre testimoniano una modernità senza precedenti da parte di Raffaello, il quale dimostra di essersi distaccato pienamente dalla solita gamma di colori utilizzata dai suoi colleghi del Quattrocento.

Quel doppio portale aperto sullo sfondo è anche il “punto di fuga” dell’opera, ovvero il punto esatto in cui convergono tutte le linee di prospettiva del dipinto. Inoltre tutta l’opera è attraversata da dei semicerchi: cominciando dai piedi dei protagonisti fino allo sfondo si possono tracciare una discreto numero di semicerchi che contengono perfettamente tutta la scena realizzata da Raffaello.

Se diamo un’occhiata all’espressione di tutti i personaggi notiamo che hanno un volto spento; persino Maria e Giuseppe, che dovrebbero essere lieti della loro unione, hanno una faccia che non tradisce emozione. Sia ben chiaro: Raffaello non voleva dipingere una scena “triste”, ma ha scelto di richiamarsi ad un tipico aspetto della pittura classica, decidendo di lasciare un equilibrio tra le varie espressioni di tutti i personaggi, in modo tale da non permettere a nessuna figura di prevalere sull’altra.

Per quanto riguarda colui che ha commissionato l’opera, dalle fonti sbuca fuori il nome di Filippo degli Albezzini che desiderava un’opera che ritraesse il matrimonio della Vergine; successivamente il lavoro sarebbe stato collocato nella chiesa di San Francesco di Città del Castello. Quando Raffaello completò il suo incarico, l’opera venne posta nella chiesa come da istruzioni.

Poi, con l’arrivo nell’Ottocento del Generale Giuseppe Lechi in testa al suo esercito pronto per liberare Città di Castello dall’occupazione degli Austriaci, lo Sposalizio della Vergine finì nelle sue mani, avendo ben presente il grande valore del dipinto raffaellesco. Decise poi di venderlo a Giacomo Sannazaro, il quale lo vendette a sua volta all’Ospedale Maggiore a Milano. Infine, l’Ospedale vendette il lavoro di Raffaello allo stato italiano nel 1806, al costo di 53000 franchi.

Dopo essere diventato proprietà dello Stato, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello venne esposto alla Pinacoteca di Brera, ed ancora oggi puoi ammirarlo lì.

Sara D’Incertopadre

Un antico Romano appena alzato faceva una ricca colazione chiamata ientaculum: gli adulti consumavano gli avanzi della sera prima, come uova, formaggio, pane, olive, miele, mentre i bambini latte e focacce, dolci o salate. Iniziava così la giornata di lavoro che andava dall’alba al tramonto, sia per i cittadini che per i contadini. A mezzogiorno si interrompevano le attività per una sosta e gli abitanti della città mangiavano solitamente in centro, in semplici osterie o locande, o compravano il loro pasto dai veditori ambulanti. Il pranzo, chiamato prandium, era quindi un pasto piuttosto veloce. Nell’antica Roma cucinare in casa era scomodo, perché le cucine, piccole e buie, si riempivano di fuliggine e fumo. Molti, soprattutto quelli che abitavano nelle grandi case popolari dette insulae, neppure avevano una cucina ed ecco spiegata l’abitudine romana di mangiare in locali pubblici come le thermopolia.

Per avere un’idea di quanto fossero diffuse queste “tavole calde”, basti pensare che una città di circa 15000 abitanti, come era la Pompei nel I secolo d.C., ne contava una novantina. Caratteristico di questi locali era un bancone composto di numerosi incavi per contenere i recipienti delle bevande e dei cibi.

Al tramonto la giornata lavorativa finiva e la famiglia si riuniva a cena, il pasto principale della giornata che iniziava intorno alle 17. Per i ricchi la cena durava anche tre ore e prevedeva tre distinti momenti: la Gustatio, una serie di antipasti accompagnati dal muslum, vino misto a miele oppure annacquato; la Prima mensa, costituita da varie portate di pesce, carni di agnello, maiale, manzo, uccelli e talvolta carne di orso e ghiro e la Seconda mensa, dove venivano servite frutta fresca e secca, dolci al miele e, per concludere, mele.

Nei tempi più arcaici i romani consumavano prevalentemente zuppe di cereali o legumi, formaggio, frutta fresca e secca, olive e latte; con il raffinarsi e l’arricchirsi dei costumi presto il pane andò a sostituire le zuppe e la carne comparve sulle tavole dei ricchi. L’uso del pane nell’alimentazione dei Romani divenne diffuso al principio del II secolo a.C., nei primi secoli infatti il grano serviva quasi esclusivamente nella preparazione della cosiddetta pappa di frumento. Del pane vi erano tre qualità: il pane nero di farina stacciata rada, consumato prevalentemente dai più poveri; il panis secundarius, più banco ma non finissimo; e il pane candidus, il pane di lusso.

Il consumo della carne era nettamente superiore nei ceti abbienti e ad essere preferita era quella di maiale che veniva cucinata arrosto, stufata o lessa e conservata sia affumicata che salata. Largo era l’impiego delle salsicce, tra cui la più famosa era la lucanica, dal nome della Lucania, l’odierna Basilicata. A Roma, la macellazione dei bovini, invece, fu a lungo proibita per non sottrarre gli animali al lavoro dei campi; in età imperiale il consumo di questa carne si diffuse in alcune aree ma restò sempre piuttosto limitato. La cucina romana faceva largo uso di pollame e di selvaggina.

Il pesce entrò a far parte dell’alimentazione dei Romani nel II secolo a. C., dove era abituale il consumo di molluschi e crostacei, pesci del mediterraneo e pesci di fiume. Nei mari poco inquinati di allora, esistevano decine di specie di ostriche che si riproducevano con molta velocità e venivano mangiate crude con l’aggiunta di qualche salsa, proprio come oggi.

I Romani andavano matti per i legumi e i loro preferiti erano le fave, le lenticchie e i ceci, e per i funghi. Tra gli ortaggi mangiavano soprattutto lattuga, porro, cavolo e bietola. Tra la frutta mangiavano mele, pere, susine, uva, ciliegie, noci, mandorle e castagne, di largo consumo ancora ai nostri giorni. Non c’erano invece gli agrumi che, provenienti dall’Oriente, cominciarono a fare la loro comparsa in Italia verso il IV secolo d. C.

Tra i condimenti il più usato era l’olio di oliva che veniva utilizzato anche nella produzione di cosmetici, come combustibile per l’illuminazione e nelle cerimonie religiose. Altro condimento comune era il garum, una salsa piccante preparata con interiora a pezzetti delle sardine che venivano pestate e lasciate al sole o in un ambiente riscaldato, poi di nuovo pestate, lasciate in fermentazione per sei settimane e infine filtrate. Il burro era poco utilizzato in quanto era usato come medicinale e come unguento per il corpo.

Ovviamente al primo posto tra le bevande vi era il vino, di cui esistevano numerose qualità con prezzi molto vari. Lo bevevano tutti, dai ricchi, ai poveri fino agli schiavi ma alle donne era severamente proibito poiché l’ebbrezza era accomunata all’adulterio, la colpa più grave per una donna romana. Il vino non veniva consumato puro perché era di alta gradazione e poteva avere sapori sgradevoli ma veniva diluito in acqua e mescolato con miele, spezie e erbe aromatiche.

Dai reperti di cibo carbonizzato ritrovati negli scavi dell’antica Pompei si comprende che l’alimentazione dei pompeiani era a base di verdura, frutta e pane. La frutta e la verdura venivano vendute in gran quantità nelle botteghe insieme all’olio, tanto che Plauto chiamava i romani “mangiatori di erbe”.

Tra le specialità dei pompeiani c’era un particolare tipo di cavolo. Plinio il Vecchio classificò circa 1000 piante commestibili, tra le quali si producevano vari tipi di insalata, cicoria, cipolle e aglio, broccoli, basilico, carote, crescione, porri, piselli, ceci, lenticchie, noci, nocciole, mandorle, mele, melograni, pere, uva, fichi e prugne.

Qualche anno prima della catastrofica eruzione del 79 d.C., vennero importate a Pompei il ciliegio, l’albicocco, e il pesco. Gli ortaggi venivano conservati per l’inverno in salamoia o in aceto, mentre la frutta si essiccava e si immergeva nel miele. Quanto al pane, era diffuso già nel II secolo a.C. Esso era costituito da un frumento più raffinato del grano usato dai primitivi, e anche dall’orzo.

Concludiamo questo excursus nel cibo e nell’alimentazione dell’antica Roma con una ricetta afrodisiaca: la bevanda alla rucola. Per i Romani infatti questo alimento, messo a bollire con abbondante acqua, era particolarmente afrodisiaco, veniva addirittura utilizzato nei filtri amorosi. La rucola era comunemente chiamata “eruca salax” o “herba salax” cioè erba lussuriosa. Questa erba afrodisiaca veniva coltivata spesso nei terreni che ospitavano statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità.

Sara D’Incertopadre

La posa della prima pietra per il nuovo Duomo avvenne il 9 giugno del 1099, in un momento in cui la sede vescovile era vacante: fu dunque la comunità cittadina in piena autonomia a volere una degna cattedrale al fine di custodire le spoglie del Santo Patrono Geminiano (312-397).
Architetto del complesso fu nominato Lanfranco. L’apparato scultoreo fu invece commissionato a Wiligelmo. Già dalla fine del XII secolo intervennero alla fabbrica, sostituendosi ai seguaci di Lanfranco e di Wiligelmo, i Maestri Campionesi, che vi restarono sino almeno alla metà del Trecento, apportando importanti modifiche di gusto gotico: il rosone, le porte laterali in facciata, la Porta Regia su Piazza Grande, il finto transetto.
Nella prima metà del ‘400 si costruirono le volte a crociera in mattoni, sostituendo le precedenti capriate lignee, e si arricchì l’interno di pregevoli opere d’arte e monumenti.

La facciata, su corso Duomo, venne progettata dall’architetto Lanfranco: l’altezza è esattamente pari alla larghezza, conferendo all’insieme un aspetto di armoniosa robustezza. Come lungo tutto il perimetro esterno, anche qui si presenta il motivo delle loggette chiuse entro arcate: da notare in particolare gli splendidi capitelli che le ornano e i protomi sotto gli archetti pensili. Attualmente si aprono tre porte, benché in origine fosse prevista solo quella centrale: l’intervento è coevo agli altri dei maestri Campionesi, che lavorarono alla fabbrica tra 1170 e 1320 circa, e cui si deve anche il rosone.
Di eccezionale importanza, per la rinascita che segnano nella storia dell’arte dopo i secoli altomedievali, sono le quattro grandi lastre scolpite dallo scultore Wiligelmo.  All’epoca poste alla stessa altezza, sì da poter essere comodamente lette dai fedeli, che vi ritrovavano illustrate quelle storie bibliche che essi, analfabeti, non potevano leggere, oggi le due più esterne sono rialzate.

E con questa risoluzione del Rompicapo chiudiamo questo “quizzettone” che ci ha accompagnato dalla nascita del blog fino ad oggi.

GRAZIE

A cavallo tra il V e il VI secolo Costantinopoli sembrava in grado di condurre una politica atta alla riconquista dei territori occidentali perduti. Era una sacra missione quella di liberare il territorio romano dal giogo dei barbari stranieri e degli eretici ariani, per riportare ai suoi antichi confini l’unico impero romano e cristiano ortodosso. Giustiniano I pose la sua politica al servizio di questa missione. Il nuovo imperatore era figlio di un contadino proveniente da una provincia dei balcani e divenne lo spirito più raffinato e colto del secolo, egli fu l’ispiratore di tutte le grandi imprese della sua grande epoca.

In quel periodo ai tanti pericoli esterni si aggiunsero gravi disordini interni. Nacque un’aspra lotta tra il potere autocratico centrale e le organizzazioni politiche del popolo e nel gennaio 532 d.C. scoppiò a Costantinopoli la rivolta di Nika.

Sotto il regno di Giustino I, Giustiniano aveva favorito gli azzurri, che appoggiavano la sua politica ecclesiastica e la sua concezione dello Stato, contro i verdi appoggiati da Anastasio. Appena giunto al potere cercò di liberarsi del tutto dall’influenza dei demi e mise in atto duri provvedimenti contro l’irrequietezza dei partiti popolari. Le misure repressive, che colpirono ambedue i partiti, fecero sì che l’Imperatore si inimicò sia gli azzurri che i verdi, e questa ostilità aumento a causa degli oneri imposti al popolo per finanziare le grandi imprese che prevedeva la sua politica. Ambedue i demi si unirono quindi in una lotta comune contro il governo di Giustiniano.

La rivolta assunse proporzioni enormi, la capitale era in fiamme e Giustiniano già considerava persa la partita e voleva tentare la fuga. A trattenerlo ci pensò la coraggiosa imperatrice Teodora, ma a salvargli il trono furono i generali Belisario e Narsete. Quest’ultimo riuscì a rompere l’unità degli insorti per mezzo di negoziati con gli azzurri; Belisario irruppe nell’ippodromo con le truppe fedeli all’Imperatore e fece massacrare gli insorti. Si pose fine così all’insurrezione. L’autocrazia aveva avuto la meglio sulle aspirazioni all’autonomia della città.

Santa Sofia risorse con nuovo splendore: al posto dell’antico santuario che era stato bruciato, Giustiniano fece costruire uno splendido edificio a cupola, un’opera che rappresenta ancora oggi una pietra miliare nello sviluppo dell’architettura cristiana.

Il prezzo delle conquiste giustinianee fu il completo esaurimento finanziario del paese e il governo di Giustiniano si mise all’opera per sviluppare l’attività nel campo della politica economica e diede notevole impulso alle attività commerciali e industriali. Il commercio mediterraneo era nelle mani dei mercanti greci e siriani, il principale campo d’attività dell’Impero bizantino era quindi il commercio con l’Oriente, con l’India e la Cina. Per arrivare a commerciare con questi paesi vi era però un ostacolo, il passaggio attraverso la mediazione persiana. Il governo di Giustiniano cercò allora di aprirsi un passaggio per la Cina aggirando l’ostacolo passando per il Bosforo e per il Caucaso. Inoltre Giustiniano cercò di assicurarsi il passaggio per mare verso l’Oceano Indiano attraverso il mar Rosso e per far ciò arrivò a stringere rapporti con il regno etiopico di Aksum.

L’opera più grande e duratura dell’epoca di Giustiniano fu la codificazione del diritto romano avvenuta sotto la direzione di Triboniano. Prima venne fatta una raccolta di tutti gli editti imperiali in vigore a partire dai tempi di Adriano che venne pubblicata nel 529 d.C. col titolo di Codex Justinianus. Nel 533 d.C. venne pubblicato il Digesto, una raccolta degli scritti dei giuristi classici romani che, acanto agli editti imperiali, rappresentano il secondo gruppo delle leggi vigenti. Il Digesto fu il primo tentativo di porre ordine e raccogliere sistematicamente le innumerevoli e spesso contradditorie sentenze dei giuristi romani. Furono compilate le Institutiones, concepite come un manuale per lo studio del diritto, che contengono estratti delle due opere principali, il Codex e il Digesto. Infine furono completate le Novellae, cioè delle leggi promulgate dopo la pubblicazione del Codex. Tutti questi codici andarono a formare il Corpus iuris civilis.

Giustiniano fu l’ultimo imperatore romano sul trono bizantino, ma allo stesso tempo egli fu un sovrano cristiano, consapevole dell’origine divina della sua autorità imperiale. Dopo di lui a governare sul trono di Costantinopoli fu il nipote Giustino II, il primo imperatore nato proprio nella capitale bizantina.

Sara D’Incertopadre

Annunci