Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Avete in programma un weekend a Napoli e non sapete cosa vedere? Qui vi propongo un itinerario nel centro storico alla scoperta delle chiese e della vie più note della città partenopea.

Un antico Romano appena alzato faceva una ricca colazione chiamata ientaculum: gli adulti consumavano gli avanzi della sera prima, come uova, formaggio, pane, olive, miele, mentre i bambini latte e focacce, dolci o salate. Iniziava così la giornata di lavoro che andava dall’alba al tramonto, sia per i cittadini che per i contadini. A mezzogiorno si interrompevano le attività per una sosta e gli abitanti della città mangiavano solitamente in centro, in semplici osterie o locande, o compravano il loro pasto dai veditori ambulanti. Il pranzo, chiamato prandium, era quindi un pasto piuttosto veloce. Nell’antica Roma cucinare in casa era scomodo, perché le cucine, piccole e buie, si riempivano di fuliggine e fumo. Molti, soprattutto quelli che abitavano nelle grandi case popolari dette insulae, neppure avevano una cucina ed ecco spiegata l’abitudine romana di mangiare in locali pubblici come le thermopolia.

Per avere un’idea di quanto fossero diffuse queste “tavole calde”, basti pensare che una città di circa 15000 abitanti, come era la Pompei nel I secolo d.C., ne contava una novantina. Caratteristico di questi locali era un bancone composto di numerosi incavi per contenere i recipienti delle bevande e dei cibi.

Al tramonto la giornata lavorativa finiva e la famiglia si riuniva a cena, il pasto principale della giornata che iniziava intorno alle 17. Per i ricchi la cena durava anche tre ore e prevedeva tre distinti momenti: la Gustatio, una serie di antipasti accompagnati dal muslum, vino misto a miele oppure annacquato; la Prima mensa, costituita da varie portate di pesce, carni di agnello, maiale, manzo, uccelli e talvolta carne di orso e ghiro e la Seconda mensa, dove venivano servite frutta fresca e secca, dolci al miele e, per concludere, mele.

Nei tempi più arcaici i romani consumavano prevalentemente zuppe di cereali o legumi, formaggio, frutta fresca e secca, olive e latte; con il raffinarsi e l’arricchirsi dei costumi presto il pane andò a sostituire le zuppe e la carne comparve sulle tavole dei ricchi. L’uso del pane nell’alimentazione dei Romani divenne diffuso al principio del II secolo a.C., nei primi secoli infatti il grano serviva quasi esclusivamente nella preparazione della cosiddetta pappa di frumento. Del pane vi erano tre qualità: il pane nero di farina stacciata rada, consumato prevalentemente dai più poveri; il panis secundarius, più banco ma non finissimo; e il pane candidus, il pane di lusso.

Il consumo della carne era nettamente superiore nei ceti abbienti e ad essere preferita era quella di maiale che veniva cucinata arrosto, stufata o lessa e conservata sia affumicata che salata. Largo era l’impiego delle salsicce, tra cui la più famosa era la lucanica, dal nome della Lucania, l’odierna Basilicata. A Roma, la macellazione dei bovini, invece, fu a lungo proibita per non sottrarre gli animali al lavoro dei campi; in età imperiale il consumo di questa carne si diffuse in alcune aree ma restò sempre piuttosto limitato. La cucina romana faceva largo uso di pollame e di selvaggina.

Il pesce entrò a far parte dell’alimentazione dei Romani nel II secolo a. C., dove era abituale il consumo di molluschi e crostacei, pesci del mediterraneo e pesci di fiume. Nei mari poco inquinati di allora, esistevano decine di specie di ostriche che si riproducevano con molta velocità e venivano mangiate crude con l’aggiunta di qualche salsa, proprio come oggi.

I Romani andavano matti per i legumi e i loro preferiti erano le fave, le lenticchie e i ceci, e per i funghi. Tra gli ortaggi mangiavano soprattutto lattuga, porro, cavolo e bietola. Tra la frutta mangiavano mele, pere, susine, uva, ciliegie, noci, mandorle e castagne, di largo consumo ancora ai nostri giorni. Non c’erano invece gli agrumi che, provenienti dall’Oriente, cominciarono a fare la loro comparsa in Italia verso il IV secolo d. C.

Tra i condimenti il più usato era l’olio di oliva che veniva utilizzato anche nella produzione di cosmetici, come combustibile per l’illuminazione e nelle cerimonie religiose. Altro condimento comune era il garum, una salsa piccante preparata con interiora a pezzetti delle sardine che venivano pestate e lasciate al sole o in un ambiente riscaldato, poi di nuovo pestate, lasciate in fermentazione per sei settimane e infine filtrate. Il burro era poco utilizzato in quanto era usato come medicinale e come unguento per il corpo.

Ovviamente al primo posto tra le bevande vi era il vino, di cui esistevano numerose qualità con prezzi molto vari. Lo bevevano tutti, dai ricchi, ai poveri fino agli schiavi ma alle donne era severamente proibito poiché l’ebbrezza era accomunata all’adulterio, la colpa più grave per una donna romana. Il vino non veniva consumato puro perché era di alta gradazione e poteva avere sapori sgradevoli ma veniva diluito in acqua e mescolato con miele, spezie e erbe aromatiche.

Dai reperti di cibo carbonizzato ritrovati negli scavi dell’antica Pompei si comprende che l’alimentazione dei pompeiani era a base di verdura, frutta e pane. La frutta e la verdura venivano vendute in gran quantità nelle botteghe insieme all’olio, tanto che Plauto chiamava i romani “mangiatori di erbe”.

Tra le specialità dei pompeiani c’era un particolare tipo di cavolo. Plinio il Vecchio classificò circa 1000 piante commestibili, tra le quali si producevano vari tipi di insalata, cicoria, cipolle e aglio, broccoli, basilico, carote, crescione, porri, piselli, ceci, lenticchie, noci, nocciole, mandorle, mele, melograni, pere, uva, fichi e prugne.

Qualche anno prima della catastrofica eruzione del 79 d.C., vennero importate a Pompei il ciliegio, l’albicocco, e il pesco. Gli ortaggi venivano conservati per l’inverno in salamoia o in aceto, mentre la frutta si essiccava e si immergeva nel miele. Quanto al pane, era diffuso già nel II secolo a.C. Esso era costituito da un frumento più raffinato del grano usato dai primitivi, e anche dall’orzo.

Concludiamo questo excursus nel cibo e nell’alimentazione dell’antica Roma con una ricetta afrodisiaca: la bevanda alla rucola. Per i Romani infatti questo alimento, messo a bollire con abbondante acqua, era particolarmente afrodisiaco, veniva addirittura utilizzato nei filtri amorosi. La rucola era comunemente chiamata “eruca salax” o “herba salax” cioè erba lussuriosa. Questa erba afrodisiaca veniva coltivata spesso nei terreni che ospitavano statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità.

Sara D’Incertopadre

La posa della prima pietra per il nuovo Duomo avvenne il 9 giugno del 1099, in un momento in cui la sede vescovile era vacante: fu dunque la comunità cittadina in piena autonomia a volere una degna cattedrale al fine di custodire le spoglie del Santo Patrono Geminiano (312-397).
Architetto del complesso fu nominato Lanfranco. L’apparato scultoreo fu invece commissionato a Wiligelmo. Già dalla fine del XII secolo intervennero alla fabbrica, sostituendosi ai seguaci di Lanfranco e di Wiligelmo, i Maestri Campionesi, che vi restarono sino almeno alla metà del Trecento, apportando importanti modifiche di gusto gotico: il rosone, le porte laterali in facciata, la Porta Regia su Piazza Grande, il finto transetto.
Nella prima metà del ‘400 si costruirono le volte a crociera in mattoni, sostituendo le precedenti capriate lignee, e si arricchì l’interno di pregevoli opere d’arte e monumenti.

La facciata, su corso Duomo, venne progettata dall’architetto Lanfranco: l’altezza è esattamente pari alla larghezza, conferendo all’insieme un aspetto di armoniosa robustezza. Come lungo tutto il perimetro esterno, anche qui si presenta il motivo delle loggette chiuse entro arcate: da notare in particolare gli splendidi capitelli che le ornano e i protomi sotto gli archetti pensili. Attualmente si aprono tre porte, benché in origine fosse prevista solo quella centrale: l’intervento è coevo agli altri dei maestri Campionesi, che lavorarono alla fabbrica tra 1170 e 1320 circa, e cui si deve anche il rosone.
Di eccezionale importanza, per la rinascita che segnano nella storia dell’arte dopo i secoli altomedievali, sono le quattro grandi lastre scolpite dallo scultore Wiligelmo.  All’epoca poste alla stessa altezza, sì da poter essere comodamente lette dai fedeli, che vi ritrovavano illustrate quelle storie bibliche che essi, analfabeti, non potevano leggere, oggi le due più esterne sono rialzate.

E con questa risoluzione del Rompicapo chiudiamo questo “quizzettone” che ci ha accompagnato dalla nascita del blog fino ad oggi.

GRAZIE

A cavallo tra il V e il VI secolo Costantinopoli sembrava in grado di condurre una politica atta alla riconquista dei territori occidentali perduti. Era una sacra missione quella di liberare il territorio romano dal giogo dei barbari stranieri e degli eretici ariani, per riportare ai suoi antichi confini l’unico impero romano e cristiano ortodosso. Giustiniano I pose la sua politica al servizio di questa missione. Il nuovo imperatore era figlio di un contadino proveniente da una provincia dei balcani e divenne lo spirito più raffinato e colto del secolo, egli fu l’ispiratore di tutte le grandi imprese della sua grande epoca.

In quel periodo ai tanti pericoli esterni si aggiunsero gravi disordini interni. Nacque un’aspra lotta tra il potere autocratico centrale e le organizzazioni politiche del popolo e nel gennaio 532 d.C. scoppiò a Costantinopoli la rivolta di Nika.

Sotto il regno di Giustino I, Giustiniano aveva favorito gli azzurri, che appoggiavano la sua politica ecclesiastica e la sua concezione dello Stato, contro i verdi appoggiati da Anastasio. Appena giunto al potere cercò di liberarsi del tutto dall’influenza dei demi e mise in atto duri provvedimenti contro l’irrequietezza dei partiti popolari. Le misure repressive, che colpirono ambedue i partiti, fecero sì che l’Imperatore si inimicò sia gli azzurri che i verdi, e questa ostilità aumento a causa degli oneri imposti al popolo per finanziare le grandi imprese che prevedeva la sua politica. Ambedue i demi si unirono quindi in una lotta comune contro il governo di Giustiniano.

La rivolta assunse proporzioni enormi, la capitale era in fiamme e Giustiniano già considerava persa la partita e voleva tentare la fuga. A trattenerlo ci pensò la coraggiosa imperatrice Teodora, ma a salvargli il trono furono i generali Belisario e Narsete. Quest’ultimo riuscì a rompere l’unità degli insorti per mezzo di negoziati con gli azzurri; Belisario irruppe nell’ippodromo con le truppe fedeli all’Imperatore e fece massacrare gli insorti. Si pose fine così all’insurrezione. L’autocrazia aveva avuto la meglio sulle aspirazioni all’autonomia della città.

Santa Sofia risorse con nuovo splendore: al posto dell’antico santuario che era stato bruciato, Giustiniano fece costruire uno splendido edificio a cupola, un’opera che rappresenta ancora oggi una pietra miliare nello sviluppo dell’architettura cristiana.

Il prezzo delle conquiste giustinianee fu il completo esaurimento finanziario del paese e il governo di Giustiniano si mise all’opera per sviluppare l’attività nel campo della politica economica e diede notevole impulso alle attività commerciali e industriali. Il commercio mediterraneo era nelle mani dei mercanti greci e siriani, il principale campo d’attività dell’Impero bizantino era quindi il commercio con l’Oriente, con l’India e la Cina. Per arrivare a commerciare con questi paesi vi era però un ostacolo, il passaggio attraverso la mediazione persiana. Il governo di Giustiniano cercò allora di aprirsi un passaggio per la Cina aggirando l’ostacolo passando per il Bosforo e per il Caucaso. Inoltre Giustiniano cercò di assicurarsi il passaggio per mare verso l’Oceano Indiano attraverso il mar Rosso e per far ciò arrivò a stringere rapporti con il regno etiopico di Aksum.

L’opera più grande e duratura dell’epoca di Giustiniano fu la codificazione del diritto romano avvenuta sotto la direzione di Triboniano. Prima venne fatta una raccolta di tutti gli editti imperiali in vigore a partire dai tempi di Adriano che venne pubblicata nel 529 d.C. col titolo di Codex Justinianus. Nel 533 d.C. venne pubblicato il Digesto, una raccolta degli scritti dei giuristi classici romani che, acanto agli editti imperiali, rappresentano il secondo gruppo delle leggi vigenti. Il Digesto fu il primo tentativo di porre ordine e raccogliere sistematicamente le innumerevoli e spesso contradditorie sentenze dei giuristi romani. Furono compilate le Institutiones, concepite come un manuale per lo studio del diritto, che contengono estratti delle due opere principali, il Codex e il Digesto. Infine furono completate le Novellae, cioè delle leggi promulgate dopo la pubblicazione del Codex. Tutti questi codici andarono a formare il Corpus iuris civilis.

Giustiniano fu l’ultimo imperatore romano sul trono bizantino, ma allo stesso tempo egli fu un sovrano cristiano, consapevole dell’origine divina della sua autorità imperiale. Dopo di lui a governare sul trono di Costantinopoli fu il nipote Giustino II, il primo imperatore nato proprio nella capitale bizantina.

Sara D’Incertopadre

E dopo una lunga pausa siamo tornati con nuovi articoli e col nuovo Rompicapo…Dove ci troviamo?? Avete riconosciuto questa famosa facciata??

Soluzione Rompicapo del 23/05/2019

Si tratta del famoso Cristo Morto, uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, conservato della Pinacoteca di Brera a Milano e l’opera è datata al 1475-1478,. La particolarità che rende questo quadro uno dei più famosi al mondo è il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso, che ha la particolarità di “seguire” lo spettatore che ne fissa i piedi scorrendo davanti al quadro stesso. E’ come se il Cristo stesse fuori dal dipinto ed è come se fosse reale. Questa tecnica ha reso tutta l’opera  celeberrima. . Nel dipinto ritroviamo le figure di Maria e Giovanni ritratte nel pieno del dolore dovuto alla morte di Cristo sulla sinistra del dipinto. Dietro Maria s’intravede una figura che si pensa sia Maddalena, anch’essa rappresentata colma di disperazione. La grandiosità dell’opera è che il punto di vista della scena rende tutto realistico e veritiero: lo scorcio della visione rende le figure e i  volumi molto particolari: la testa e il torace ad esempio risultano essere troppo grandi rispetto alle gambe e non seguono quindi una costruzione prospettica tuttavia attraverso Mantegna ha realizzato l’espressione e la mimica facciale che rende grandiosa e unica l’opera.

Pare che il dipinto sia stato destinato in un primo momento ad un privato ma dopo la morte dell’artista il dipinto finì nelle mani del cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. La tela subì vari passaggi, come regalo per la sposa di Federico II Gonzaga, all’acquisto da parte di Carlo I d’Inghilterra, assieme ai pezzi più prestigiosi della quadreria Gonzaga. Dalla collezione sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazarino, dispersa la quale sparì per circa un secolo. Agli inizi del XIX secolo risalgono i primi indizi sicuri. Quindi l’opera passò per le mani di vari proprietari e fu protagonista di varie vicissitudini fino all’arrivo definitivo alla Pinacoteca di Brera.

Munari

Il compito dell’artista è quello di comunicare agli altri uomini un messaggio poetico, espresso con forme, con colori, a due o a più dimensioni, con movimento; senza preoccuparsi a priori se quello che verrà fuori sarà pittura o scultura o un’altra cosa ancora (come le macchine inutili o le proiezioni) purché contenga questo messaggio e purché questo messaggio parli, si faccia capire anche da un minimp di persone.

Da Tristan Sauvage, Pittura italiana del dopoguerra (1945-1957), Schwarz Editore, Milano, 1957, p. 333.

L’opera, di grandi dimensioni e realizzata a olio su tela, fu dipinta da Caravaggio a Roma nel 1606 per la cappella dell’avvocato Cherubini, nella chiesa di Santa Maria della Scala in Trastevere. L’opera rappresenta la morte della Vergine, il cui corpo senza vita è posto tra Maria Maddalena e gli apostoli.

L’opera fu rifiutata dal committente e rimossa dall’ubicazione prescelta perché nessuno potesse vedere un’immagine della Vergine considerata tanto irriverente dai padri di Santa Maria della Scala. L’opera fu successivamente acquistata dal duca di Mantova per la sua galleria su suggerimento del pittore fiammingo Rubens, che ne rimase talmente colpito da organizzare una mostra pubblica a Roma prima di spedire il dipinto al duca Gonzaga.

La scena è inserita in un ambiente povero di cui si intravedono solamente la parete dietro i personaggi, parte del soffitto in legno e il pavimento; la stanza è spoglia, fatta eccezione per qualche mobile e per il drappo rosso che divide l’ambiente in due in maniera molto scenografica.

Il vuoto che viene a crearsi in primo piano evidenzia il corpo senza vita della Madonna, che non è disposto parallelamente al piano del dipinto ma leggermente in scorcio, accentuando il senso di profondità del dipinto accennato già nelle travi del soffitto. La luce che, provenendo dall’alto, fende diagonalmente la scena è utilizzata dal pittore per evidenziare il nucleo drammatico della scena: Caravaggio ha così evidenziato il corpo della Vergine, i gesti e i volti degli altri personaggi, celando nell’ombra tutto ciò che ha ritenuto superfluo e irrilevante. La luce diventa allo stesso tempo strumento narrativo e simbolo della presenza divina.

Anche la gamma cromatica diventa in un certo senso protagonista in quanto la presenza incontrastata di rossi accesi e di bruni vanno a scontrarsi con le convenzioni iconografiche del tempo che vedevano rappresentare la Vergine con un mantello di colore blu e una presenza più accentuata di tonalità fredde.

Gli apostoli sono rappresentati come popolani a piedi nudi con abiti poveri e volti segnati dalle rughe, caratteristica questa che si riscontra in altre opere del Caravaggio come la Madonna dei Pellegrini dove il pittore inserì proprio in primo piano i piedi sporchi dei personaggi inginocchiati ai piedi della Madonna. Lo stesso corpo della Vergine è tutt’altro che idealizzato, è un corpo gonfio e sgraziato. Si narra che Caravaggio abbia preso a modello una cortigiana morta annegata, forse suicida e incinta, e dunque gonfia e colpevole davanti alla Chiesa, due volte.

A causa del dissesto finanziario dei Gonzaga, il dipinto, al pari di gran parte della collezione ducale, fu alienato al re d’Inghilterra Carlo I. Alla morte di quest’ultimo ampia parte della sua raccolta fu venduta, compresa la Morte della Vergine del Merisi, che fu acquistata dal banchiere parigino Everhard Jabach e da questi ceduta al re di Francia Luigi XIV. Infine, il quadro venne collocato nel museo del Louvre, sua sede attuale.

Sara D’Incertopadre

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