Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1938 il Gran Consiglio stabilì i principi su cui basare la segregazione ebraica in Italia, creando le basi per le leggi razziali, emanate con decreto legge il 10 novembre del 1938. In seguito l’Ufficio demografico presso il Ministero degli Interni fu trasformato in Direzione generale per la Demografia e la Razza.

La legge stabiliva, tra l’altro, che gli ebrei non potessero esercitare le professioni di giornalista, d’insegnante o di notaio; era vietata agli ebrei l’appartenenza al Partito fascista o la frequenza delle scuole pubbliche; gli ebrei non potevano accedere all’università e alle cariche pubbliche e quindi molti studiosi di fama mondiale dovettero lasciare il loro posto; molti generali e ammiragli ebrei furono destituiti; infine buona parte delle loro proprietà fu confiscata.

L’Italia divenne così, suo malgrado, un paese razzista. Le leggi razziali furono accolte con sgomento dagli ebrei e indignazione dalla stragrande maggioranza degli italiani, convinti fossero il frutto dell’adeguamento mussoliniano alle teorie tedesche.

In effetti, Mussolini non aveva mai avvallato teorie razziali: perché gli ebrei presenti in Italia erano in numero molto esiguo (il censimento del 1931 denunciava la presenza di quarantaseimila ebrei, concentrati per oltre la metà a Roma, Milano e Trieste) ma soprattutto perché il fascismo delle origini non era antisemita. Risulta, a convalidare quest’affermazione, che tra i sansepolcristi vi fossero almeno cinque ebrei. E, se non bastasse, ricordiamo che ebrea era Margherita Sarfatti, amante di Mussolini, che diresse la sua rivista “Gerarchia”.

Con la nascita del regime fascista, dopo la marcia su Roma, Mussolini non si occupò degli ebrei perché per lui non erano un problema. Un ebreo, Aldo Finzi, fu nominato sottosegretario agli Interni, e un altro ebreo, Dante Almansi, fu vice-capo della polizia.

Se il primo Mussolini non fu antisemita, non fu neppure antisionista. Lo testimonia Chaim Weizman, creatore del “focolare palestinese”. Ricevuto da Mussolini, trasse da quel colloquio la convinzione che <<…egli non fosse ostile all’idea sionista…>>. Nel 1932 nei Colloqui con Mussolini Emil Ludwig sostiene che per il Duce il razzismo era una stupidaggine e che <<…l’antisemitismo non esiste in Italia…>>. Quando a fine marzo 1933 il nazismo lanciò il proclama contro gli ebrei, Mussolini inviò un messaggio a Hitler nel quale affermava che la lotta agli ebrei <<non rafforzerà il nazionalsocialismo all’interno e aumenterà la pressione morale e le rappresaglie economiche del giudaismo mondiale>>.

Quali fattori influirono su Mussolini a tal punto da modificare il suo orientamento su antisemitismo e razzismo?

La conquista dell’impero portò immediatamente nel fascismo l’affermarsi di una nuova coscienza razziale. La disinvoltura con cui i soldati italiani si accoppiavano con le donne indigene creò in patria l’idea che si stesse mettendo in pericolo la purezza di una presunta razza italica. I giornali iniziarono a pubblicare dichiarazioni di professori universitari di chiara fama che sostenevano che gli italiani, fin dall’epoca dell’invasione longobarda, erano ariani nordici di razza pura che dovevano essere messi al riparo dal pericolo di contaminazione. Altro fattore che influì sulle scelte del Duce fu l’avvicinamento graduale e costante alla Germania. La visita di Mussolini in Germania nel settembre del 1937, ricambiata da quella di Hitler in Italia nel maggio del 1938 e la firma tra Ciano e Ribbentrop del Patto d’Acciaio il 22 maggio 1939, scandirono le tappe della persecuzione degli ebrei in Italia. Mussolini imitava Hitler, pur senza ricalcarne gli eccessi e le crudeltà. Ma il fascismo nel suo insieme non volle essere da meno del nazismo. Alcuni studiosi, tra cui l’endocrinologo Nicola Pende, accettarono di elaborare un Manifesto degli scienziati razzisti nel quale si asseriva che <<…le razze umane esistono…ve ne sono di grandi e di piccole… la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana…esiste una pura razza ariana…i caratteri fisici e psicologici degli italiani non devono essere alterati in alcun modo…>>.

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La pubblicazione del Manifesto della razza, seguita dall’entrata in vigore delle leggi razziali, scatenò l’azione servile della stampa e provocò una serie d’iniziative epuratrici di rivoltante intransigenza nei confronti degli ebrei.

Come spesso accadeva, le leggi fasciste furono applicate con negligenza e inefficacia, soprattutto perché molta gente, tra cui fascisti come Balbo, rimase sconcertata da questa imitazione vergognosa della barbarie tedesca.

Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia ha scritto <<Il fatto che un dittatore potesse da un momento all’altro mutare opinione e decretare che quella penisola, che tante invasioni di popoli diversi aveva subito, fosse abitata da una razza italiana pura avrebbe dovuto comunque far meditare i fascisti più intelligenti. Ma a quel tempo non erano probabilmente rimasti che pochissimi fascisti intelligenti.>>.

Salvo Fumetto                                   

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