Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Il primo settembre 1910, a Forlì, Rachele Guidi, compagna di Benito Mussolini, diede alla luce una bambina cui fu imposto il nome di Edda Rosa Edvige Mussolini. Benito, a differenza di altri due precedenti figli, riconobbe Edda all’anagrafe ma, da buon socialista, non la battezzò per mantenere nei confronti degli amici e degli avversari quell’alone anticonformista e rivoluzionario che lo contraddistinse per tutto il periodo socialista. L’irruenza di Benito si placava davanti ad Edda che lo rendeva mansueto ma anche ansioso. Bastava un lieve malessere di lei perché egli temesse chi sa quali sciagure. La piccola Edda era una bambina irrequieta ma ferma di carattere ed era causa di molte apprensioni in famiglia. La madre cercava di tenerla a freno e spesso la bastonava di santa ragione. Il padre invece gliele perdonava tutte.

Quando Benito fu nominato direttore dell’“Avanti” la famiglia si trasferì a Milano in un alloggio popolare al numero 19 di via Castelmorrone. L’edificio era costituito da tre nuclei separati che si aprivano su un vasto cortile. Quel cortile non bastava alla piccola Edda che si avventurava in scorribande nei prati insieme a ragazze e ragazzi dei dintorni. A sera rincasava lercia e piena di pidocchi e Rachele faticava a lavarla e a toglierle quegli anopluri dai capelli (v. glossario).

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Divenuta un po’ più grandicella, Benito la trascinava con sé al caffè o in Galleria e perfino ai comizi. Spesso la portava al giornale perché amava vederla giocare tra i tavoli della redazione mentre lui correggeva le bozze. Una volta la Balabanoff, che Benito volle come vice caporedattrice del giornale, vedendola esclamò, sapendo di mentire: <<Com’è bella la piccola Edda>>.

Col lavoro di direttore dell’“Avanti”, Benito migliorò le condizioni economiche della famiglia ma allo scoppio della guerra mondiale, quando passò dal neutralismo, professato dai socialisti, all’interventismo, fu costretto a lasciare la direzione del giornale senza ricevere nemmeno la liquidazione, ricadendo nella stessa miseria che aveva contraddistinto il periodo trascorso a Forlì. Riuscì a risollevarsi solo quando, grazie al contributo finanziario della Francia che elargiva fondi a piene mani per ingrossare le file degli interventisti, fondò un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”.

L’Italia entrava in guerra e Benito, partito per il fronte, dovette affrontare prima le pretese di Irene Dalser da cui aveva avuto segretamente un figlio cui fu imposto il nome di Benito Albino, poi l’intimazione di Rachele che, venuta a conoscenza della vicenda Dalser, gli aveva imposto di sposarla. Il rito nuziale si svolse quasi in segreto, esclusivamente alla presenza di due testimoni e della piccola Edda, frastornata dalla sequela di avvenimenti che l’avevano coinvolta.

Alla nascita del secondo figlio dei coniugi Mussolini, cui fu imposto il nome Vittorio, Edda mostrò tutta la sua ostilità per il neonato. Ne era gelosa temendo che il padre avrebbe potuto trascurarla per amore del figlio maschio. Quello fu il periodo peggiore dell’adolescenza di Edda a tal punto da pensare di unirsi ad un gruppo di Zingari accampati nei pressi della loro casa. Aveva immaginato di fare la danzatrice dopo aver visto una rappresentazione del Ballo Excelsior, proposito immediatamente contrastato dal padre che riteneva il mestiere di ballerina l’anticamera del bordello.

Edda crebbe in un ambiente che la obbligò ad accentuare le doti di mascolinità già presenti nel suo carattere e le si impose per esempio di portare i capelli corti alla maschietta. Il padre, in particolare, voleva darle un’educazione di virile fortezza d’animo, imponendole di non avere paura e di non piangere mai. Tuttavia Edda ravvisava nel padre un eroe favoloso. Lo sapeva al centro di storie avvincenti immaginandolo pronto ad uscire di casa per battersi a duello e poi rincasare trionfante vincitore. Ravvisava in lui un uomo di eccezionale valore, mentre nella madre non scorgeva che insignificanza e mediocrità.

Alle elezioni del 1921 Mussolini, che partito dai sansepolcristi aveva fondato poi il movimento dei fasci, entrò nell’aula di Montecitorio con un drappello di trentacinque deputati fascisti, mentre i socialisti ne perdevano trentaquattro e, per la prima volta, apparivano sulla scena parlamentare i comunisti con sedici seggi. Inizia da questo momento l’ascesa del futuro Duce.

Edda, ormai grandicella, portava ancora i capelli corti e frequentava con profitto la prima ginnasiale al Parini di via Fatebenefratelli. In condotta aveva preso però un otto, a dimostrazione della sua esuberanza anche tra i banchi di scuola. Al Parini conobbe una ragazza che divenne la sua più cara amica, si chiamava Amelia Perrone. Amelia subiva il fascino di Edda al tal punto da accettare l’iscrizione alla sezione fascista femminile del ginnasio fondata proprio da Edda. Questo segnò l’adesione di Edda, sia pure inconsapevole di una ragazzina, al fascismo.

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 Dopo aver ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio da re Vittorio Emanuele II,  Mussolini lasciò la famiglia a Milano e si sistemò a Roma. Dal 1921 fini al gennaio  del 1925, l’ascesa di Mussolini fu travolgente nonostante il caso Matteotti. In un  primo tempo l’assassinio del deputato socialista mise in difficoltà il governo, ma  con il discorso del 3 gennaio 1925, nel quale Mussolini si assunse la responsabilità  politica dell’omicidio, diede l’avvio all’instaurazione della dittatura.

In quegli anni Mussolini si rese conto della necessità politica di ottenere il sostegno delle gerarchie vaticane. Lo realizzò innanzitutto facendo battezzare nel 1923 i propri figli e, come vedremo in seguito, legandosi a Rachele in matrimonio religioso.

Nel frattempo Rachele, indispettita dalla relazione del marito con Margherita Sarfatti, si trasferì a Predappio in un vecchio cascinale colonico attorniato da un podere in località Carpena. Mussolini fece restaurare il cascinale, trasformandolo in una villa che prese, dalla località in cui si trovava, il nome di villa Carpena. Edda si trovava a suo agio fra i campi. Le sembrava di essere tornata ai tempi di via Castelmorrone. Nonostante i suoi dodici anni il suo carattere non perdeva quell’aspetto mascolino che tanto piaceva al padre. Correva, saltava, si arrampicava sugli alberi a gambe nude. I suoi coetanei la chiamavano “Sandokan”, a somiglianza dell’eroe di Salgari che era il suo scrittore preferito. Quando Benito ruppe la relazione con la scrittrice Margherita Sarfatti, per Edda terminò il tempo della spensieratezza. La famiglia si trasferì da villa Carpena di nuovo a Milano. Lì, nella logica dell’avvicinamento al Vaticano, consigliata a Benito anche da suo fratello Arnaldo, a Edda, Vittorio e Bruno fu impartita nella primavera del 1925 la prima comunione e la cresima. Il passo successivo fu il matrimonio religioso con la moglie Rachele, celebrato da monsignor Magnaghi nell’appartamento di via Pagano il 28 dicembre del 1925.

Il nuovo clima familiare e la posizione del padre imponevano a Edda un comportamento diverso. Benito pensò a un’educazione aristocratica per la piccola selvaggia che, nell’ottobre del 1925, si trovò iscritta al Regio istituto femminile della SS Annunziata di Firenze. Per Edda fu un vero colpo. La indisponeva l’idea di dover vivere prigioniera in quell’istituto per banali signorine aristocratiche.

Non riusciva a inserirsi nell’ambiente che a malapena la sopportava. Quando finalmente Benito capì che quell’atmosfera non  s’addiceva all’indole ribelle della figlia, prima che mettesse in atto i suoi propositi di fuga, al termine dell’estate la ritirò dal collegio consentendole di riprendere gli studi liceali al Parini di Milano.

Dopo il Concordato con la Chiesa e la nascita del quarto figlio, cui fu imposto il nome di Anna Maria, nel novembre del 1929, Rachele condusse la sua personale marcia su Roma. Si trasferì con i suoi quattro figli a villa Torlonia.

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A Roma Edda sembrava a proprio agio. Non disdegnava la vita mondana e quando la frequentava, il suo comportamento spregiudicato, creava non pochi problemi al Duce che riceveva verbali dai suoi informatori con episodi fin troppo scabrosi. Edda fumava, indossava i pantaloni e costumi succinti in spiaggia, guidava l’automobile. Corteggiatori e fidanzati si susseguirono incessantemente anche nei suoi viaggi in Africa e India perché Edda non era bellissima, ma in compenso mostrava sempre più una forte personalità e un fascino simile a quello del padre.

Benito iniziò a pensare che solo un marito avrebbe potuto domare quella cavallina indemoniata. Diede quindi al fratello Arnaldo l’ordine di occuparsene. Arnaldo non perse tempo ed individuò un giovane ventiseienne, diplomatico alle prime armi. Si chiamava Gian Galeazzo Ciano ed era figlio di Costanzo, fascista toscano della prima ora, ammiraglio e ministro delle Comunicazioni, fedele seguace di Mussolini. Per pura coincidenza accadde che Edda partecipasse con Maria Ciano, sorella di Galeazzo, ad un ricevimento a casa dell’italo-brasiliana Resy Medici, in onore di Galeazzo che, diplomatico in Cina, rientrava in Italia per assumere un nuovo incarico. Maria presentò Galeazzo a Edda e i due, come in una fiaba, quando cominciarono le danze, ballarono uniti per tutta la sera. Si lasciarono all’alba con la promessa di rivedersi. Il 15 febbraio del 1930 il conte Gian Galeazzo Ciano si recò a villa Torlonia per chiedere a Mussolini la mano di Edda.

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Il 23 aprile del 1930 si tenne a villa Torlonia il ricevimento pubblico che precedette  la cerimonia nuziale, tra un tripudio di fiori, cinquanta chilogrammi di cioccolatini  Perugina, cinquecento sacchetti di caramelle Unica, seimilacinquecento  chilogrammi di mandorle bianche, cinquecento novanta bomboniere in argento e un  nugolo d’invitati di spicco della Roma fascista. Le nozze si tennero la mattina dopo  alle undici nella chiesa di San Giuseppe sulla via Nomentana, officiate da don  Giovenale Pascucci.

Trascorsa la luna di miele a Capri, i coniugi Ciano rientrarono a Roma, dove Galeazzo tenne ancora per qualche mese l’incarico di addetto all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, alle dipendenze del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi. Il Duce informò Ciano della sua intenzione di rimandarlo in Cina nel ruolo di console generale. L’11 settembre del 1930, i Ciano s’imbarcarono a Brindisi sulla motonave Tevere che esattamente un mese dopo giunse a Shanghai. La città appariva un immenso e pullulante agglomerato metropolita in cui l’antico mondo cinese si fondeva con la modernità del mondo americano. Agli occhi di Edda apparve come un paradiso terrestre popolato da diplomatici e gente d’affari, europei e americani, che si crogiolavano in un lusso sfrenato trascorrendo le notti al tavolo verde, senza mai trascurare i giochi d’amore. Edda si lasciò trascinare nel vortice di una vita che la estasiava e che lei giudicava più libera e liberale di quella europea. Collaborò col marito, organizzando feste e cene eleganti, a promuovere l’immagine dell’Italia e del fascismo in Cina, accettando anche attenzioni e corteggiamenti da parte di politici e finanzieri, per concludere affari commerciali tra Italia e Cina. In quel periodo Edda prese coscienza della politica fascista, azzardando al Duce anche qualche consiglio. In una lettera aveva scritto al padre di avere la sensazione che il fascismo stesse trasformando l’Italia in una caserma, attribuendone la responsabilità a quel rozzo ras di Gallipoli che era il nuovo segretario del partito Achille Starace. Quando seppe della nomina di Hitler a cancelliere, esclamò:<<E’ qualcosa di straordinario!>>. Nell’ottobre del 1931 Edda diede alla luce il suo primo figlio, Fabrizio. La notizia fu accolta a Roma con euforia, infiocchettata di retorica dalla stampa fascista. Da quel momento, dalla corrispondenza del Duce alla figlia, si capisce lo smisurato affetto che Benito nutriva per la sua primogenita. In occasione del ventunesimo compleanno le aveva telegrafato:<<Ti ricordo con moltissimo affetto in questo primo settembre che ti vede nascere in una povera casa a Forlì, e fu una festa e una grandissima gioia>>. In Cina Edda e Galeazzo apparivano come due eterni innamorati, sempre a scambiarsi coccole e profondi sguardi d’intesa. Ma nella vita privata iniziavano i primi attriti che spesso culminavano in litigi durante i quali Galeazzo si rivelava violento e manesco. Per il momento Edda si mostrava mansueta e sottomessa, nonostante la sua indole indocile e ribelle.

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L’esperienza cinese terminò, per volere di Mussolini che non sopportava più la lontananza della figlia, alla fine di giugno del 1933, quando i coniugi Ciano sbarcarono a Brindisi dopo aver trascorso in Cina due anni e otto mesi.

Edda, che aveva lasciato Shanghai mal volentieri, a Roma ben presto ebbe modo di non ripiangere la vita mondana e salottiera coltivata in Cina. Si circondò di amici e conoscenti che non chiedevano altro che sedere alla tavola dei Ciano, ricambiandoli però con pettegolezzi e cattiverie che facevano il giro di tutta Roma. In effetti, non erano tutte falsità. Le cose tra Edda e Galeazzo non andavano poi così bene. I due si rimproveravano le rispettive fughe d’amore, le sbronze, le perdite al gioco da capogiro. Nei frequenti litigi Galeazzo diveniva sempre più violento e Edda iniziava a essere intollerante a quell’atteggiamento aggressivo e manesco del marito.

Nel 1935 Mussolini inviò, in veste di diplomatico, Edda in Inghilterra, con il compito di convincere gli inglesi a non opporsi alla conquista da parte italiana dell’Etiopia. Edda svolse ottimamente la missione affidatele dal padre, rivelando una certa propensione per la politica. Ma non era interessata a quest’attività, preferendo occupare la sua vita nei viaggi, nei giochi d’amore e al tavolo verde. Nel frattempo Galeazzo fu nominato dal suocero ministro della Stampa e Propaganda, nomina che segnò l’inizio della sua ascesa politica ma anche dell’invidia degli altri gerarchi fascisti. Quando Galeazzo tornò in Italia, dopo aver partecipato alla guerra d’Etiopia, fu nominato dal Duce ministro degli Esteri, proprio mentre Edda era in visita in Germania. La cosa non sembrò casuale. Infatti, non appena si seppe dell’incarico di Ciano la posizione di Edda in Germania, come consorte del neo-ministro degli Esteri, mutò e Edda fu ricevuta dal Fuhrer con un’attenzione che il suo nuovo rango reclamava. La figlia del Duce era affascinata da Hitler, lo considerava un eroe per il fatto di aver scalato il potere partendo da umilissime condizioni di nascita e in questo vedeva un parallelismo con il padre. Dopo quel viaggio, seguito da quello di Ciano in missione diplomatica in qualità di ministro degli Esteri, Edda si convinse che un’alleanza con la Germania era necessaria, vista la concordanza ideologica dei due regimi. Mussolini, al ritorno di Ciano dalla Germania, non deluse le attese di Edda. Annunciò pubblicamente in piazza del Duomo a Milano:<<La verticale Berlino-Roma non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono collaborare tutti gli Stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace>>. Da allora Edda divenne una delle più attive propagandiste dell’alleanza italo-tedesca e i suoi viaggi in Germania s’intensificarono. Era considerata dalla stampa estera la consigliera politica più vicina al Duce e il vero ministro degli Esteri. Galeazzo era indispettito dal successo di Edda e ciò riaccese i litigi e le scappatelle amorose di entrambi. Ma per Galeazzo la figlia del Duce rimaneva la donna della sua fortuna politica, di là da ogni contrasto. In quel momento così tormentato della vita della coppia, alla fine del 1937, Edda ebbe il suo terzo figlio cui fu imposto il nome di Marzio.

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La Germania nel frattempo metteva in atto la sua idea espansionistica  sull’Europa orientale con una serie di ricatti e ultimatum a Francia e Inghilterra  che, in nome della pace, assecondarono le richieste di Hitler. Nel frattempo  nonostante l’inaffidabilità tedesca, che si era annessa l’Austria e disatteso gli  accordi per la Cecoslovacchia e la Polonia, il 22 maggio 1939 Ciano e Ribbentrop  firmarono il Patto d’Acciaio tra Italia e Germania. A quel punto Hitler scatenò  l’inferno in Europa. Il primo settembre invase la Polonia costringendo Francia e  Inghilterra a dichiarargli guerra. Il 9 aprile 1940 i tedeschi invasero Norvegia e Danimarca. Il 10 maggio invasero Olanda, Belgio e Lussemburgo, aggirando così la linea difensiva dei francesi che il 13 maggio cedettero sotto la pressione delle forze tedesche. Il 4 giugno i resti dell’armata anglo-francese a Dunkerque si ritirano imbarcandosi per l’Inghilterra. Mussolini entusiasmato e al contempo indispettito dai successi fulminei di Hitler, il 10 giugno del 1940 dal balcone di palazzo Venezia, davanti ad una folla oceanica, annunciò:<<…Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia…>>.

Galeazzo Ciano, prima ancora dell’entrata in guerra dell’Italia, era convinto che l’alleanza con i tedeschi potesse portare alla caduta del fascismo e alla catastrofe per Italia. Era riuscito a convincere Mussolini a dichiarare la non belligeranza, ma riuscì a mantenere questa situazione per meno di un anno. Dopo la disfatta greca, quella africana e i bombardamenti sulle città italiane, cominciò a rimuginare sul modo di sostituire Mussolini e formare un nuovo governo che concordasse la pace con gli alleati.

Edda aveva invece salutato l’entrata in guerra con grande entusiasmo, convinta delle intuizioni del padre e della forza dei tedeschi. Per dimostrarlo volle dare il suo contributo come crocerossina prima sul fronte francese, che però fu presto chiuso a seguito dell’armistizio firmato da Pétain. Poi raggiunse il fronte greco e infine quello russo.

Il 1943 iniziò in maniera molto negativa per le forze dell’asse. Gli americani erano sbarcati in africa e si profilava già un possibile sbarco in Sicilia. Il 5 febbraio Ciano fu licenziato da ministro degli Esteri, probabilmente su richiesta dei tedeschi che iniziavano a intuire la sua ostilità nei loro confronti, e ripiegò nel ruolo di ambasciatore presso la Santa Sede. Questo era il luogo dove si discuteva in gran segreto della possibilità di una pace con gli alleati e dello sganciamento dai tedeschi. Edda, in Sicilia nel ruolo di crocerossina, nonostante avesse visto l’effetto dei bombardamenti alleati e le sofferenze della popolazione, restava ancora filotedesca. Imprecava contro i romani così indifferenti a tutto e contro i complottatori che riteneva si annidassero ovunque. Era irritata col padre che sembrava indifferente al dolore dei siciliani e lo pregava di inviare mezzi e viveri per aiutare quelle popolazioni. Ormai si scagliava anche contro di lui perché riteneva pensasse più alla sua amante Claretta Petacci che agli italiani.

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Il 10 luglio gli angloamericani sbarcarono in Sicilia e in trentotto giorni conquistarono l’isola. Il 19 luglio alle ore 11,03 Roma fu bombardata per tre ore dalle fortezze volanti americane mentre il Duce era a colloquio con Hitler a Feltre nel Bellunese.

Alcuni membri del Gran Consiglio avevano chiesto una riunione urgente al Duce con l’obiettivo di presentare un ordine del giorno che esautorasse Mussolini. Tra la notte del 24 e 25 luglio il Gran Consiglio approvò l’ordine del giorno Grandi con diciannove voti favorevoli, tra cui quello di Galeazzo Ciano, genero del Duce. Le cose precipitarono velocemente. Dopo un colloquio con il Re Mussolini fu arrestato e condotto a Ponza. Vittorio Emanuele II conferì quindi l’incarico di presidente provvisorio del Consiglio al generale Badoglio, il quale l’8 settembre annunciò agli italiani la firma dell’armistizio con gli alleati e il 13 ottobre dichiarò guerra alla Germania.  Mussolini, che era prigioniero a Campo Imperatore sul Gran Sasso, il 13 settembre fu liberato da un commando tedesco e portato a Monaco.

Galeazzo e Edda, nei giorni successivi il 25 luglio, erano a Roma nella loro casa, in attesa di avere dal Re rassicurazioni sull’incolumità della loro famiglia. Ma le cose andarono diversamente. La fine del fascismo metteva in serio pericolo tutti i gerarchi e le loro famiglie, tant’è che molti erano già scappati in Spagna o in Portogallo. Dopo aver invocato invano aiuto al Re e alla Santa Sede, Galeazzo incominciò a pensare al suicidio. Edda allora assunse su di se l’iniziativa e disse al marito:<<Io ancora mi fido dei tedeschi. Chiediamo a loro i documenti per la Spagna. Rivolgiamoci a loro perché ci aiutino a lasciare clandestinamente l’Italia…Hitler è la nostra unica àncora di salvezza. Ci ha sempre dimostrato amicizia. Io ho tuttora fiducia in Lui>>. Galeazzo non si fidava ma non aveva scelta  e si convinse a tentare il tutto per tutto con Hitler. Sull’aereo su cui si erano imbarcati a Pratica di Mare, i Ciano erano certi che sarebbero stati condotti in Spagna, ma ben presto si accorsero del cambio di destinazione in direzione Monaco. Ora i Mussolini e i Ciano erano riuniti e sembrava che anche i rapporti tra suocero e genero stessero migliorando grazie all’intercessione di Edda. Ma i tedeschi non potevano permettere che Ciano non pagasse per il suo tradimento. I tedeschi avevano rispedito Mussolini in Italia e lo avevano posto a capo di uno Stato fantasma, cui si attribuì il nome di Repubblica sociale. Edda aveva lasciato Galeazzo in Germania ed era corsa dal padre per implorarlo di intervenire a favore di suo marito e sottrarlo alla furia dei nazisti, ma il padre, ormai entrato nella parte di capo del nuovo stato, le rispose di stare calma e di andarsi a curare in una clinica i nervi tanto scossi. Il 19  ottobre Ciano fu trasferito a Verona, non da combattente, come sperava Edda, ma da prigioniero. I fascisti di Verona chiedevano la testa dei traditori e in particolare Pavolini quella di Ciano. Questo non aiutò Mussolini nel tentativo di salvare il genero, stretto com’era fra l’odio dei repubblichini e quello dei tedeschi. Nelle sale del castello veronese già si preparava il processo agli autori del 25 luglio.

Nel frattempo Edda provava a scambiare la libertà del marito con i suoi diari, che promettevano di rivelare documenti molto compromettenti per il Duce e per i tedeschi. Lo faceva attraverso Frau Felicitas Beetz, un agente dei servizi segreti tedeschi che accompagnava Ciano, messa al suo fianco proprio per tentare di recuperare quei diari. Era però sempre più difficile per Edda vedere il marito. I nazisti avevano sostituito le guardi fasciste con le SS, nel timore che il Duce potesse facilitare una fuga del genero. In uno degli ultimi incontri che Edda ebbe con il padre in preda ad una crisi isterica, urlò:<<Pazzi! Siete tutti pazzi! La guerra è perduta. Tu lo sai benissimo, e in queste condizioni tu lasci che uccidano Galeazzo…>>.  L’11 gennaio 1944, dopo un processo farsa, Galeazzo Ciano, insieme ad altri quattro congiurati, cadeva sotto il piombo del plotone di esecuzione.

Edda si rifugiò con i figli in Svizzera nel convento delle suore domenicane di Neggio. Quattro mesi dopo la fine della guerra, il governo italiano ne chiese l’estradizione e la condannò a due anni di confino nell’isola di Lipari. Dopo un anno beneficiò dell’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti, in quel momento ministro della Giustizia, e si ricongiunse con i suoi tre figli. Si ritirò infine nella sua villa di Capri.

Muore a Roma l’8 aprile 1995.

Salvo Fumetto

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