Il Rompicapo

Da quale opera è tratto questo dettaglio? Indovinate il famosissimo pittore che l’ha realizzata.

Soluzione del Rompicapo del 23-12-2014:

IL ROMPICAPO

Il Supplizio di Dirce, più conosciuto come Toro Farnese, è un gruppo scultoreo in marmo greco di età ellenistica, ritrovato nel 1546 nelle Terme di Caracalla a Roma e conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Fu collocato nel secondo cortile verso via Giulia del Palazzo Farnese, destò l’interesse di Luigi XIV che tentò invano di acquistarlo nel 1665, e nel 1786 fu trasportato a Napoli, dapprima nella Villa Reale e poi, nel 1826, nel Museo Nazionale. È la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata.

Il soggetto rappresenta il supplizio di Dirce, con i figli di Antiope, Anfione e Zeto, che, desiderosi di vendicare gli insulti alla madre, hanno legato Dirce ad un toro. Nella scena appaiono altri personaggi secondari, aggiunti nel cinquecento o settecento: un cane, un bambino e una seconda figura femminile, quest’ultima raffigurante forse Antiope.

Plinio il Vecchio afferma che la scultura fu commissionata alla fine del II secolo a. C. e fu tratta da un unico blocco di marmo. Successivamente fu trasferita a Roma da Rodi come parte dell’incredibile collezione di sculture e opere d’arte di Asinio Pollione, un politico romano vissuto nel periodo di passaggio tra la repubblica e il principato.

Complimenti al nostro Daniele per aver indovinato il Rompicapo!

La poesia americana. Emily Dickinson

Nella seconda metà dell’Ottocento emergono negli stati Uniti due importanti personalità poetiche tra loro profondamente diverse: Walt Whitman ed Emily Dickinson.

La Dickinson (1830-1886), dalla personalità votata al ripiegamento su sé stessa nella considerazione dei conflitti e delle contraddizioni del suo tempo e nelle tensioni oniriche della sua anima, visse quasi sempre nella sua casa paterna nel Massachusetts ad Amherst. Ridusse al minimo le sue esperienze, senza neanche sposarsi, per vivere a pieno la sua vita interiore.

La sua passione per la poesia è poco nota e gran parte delle sue liriche furono conosciute solo molti anni dopo la sua morte. Addirittura la loro prima edizione risale al 1955.

Nella sua produzione poetica vive con enfasi drammatica la contraddizione tra pessimismo puritano e ottimismo panico, tra una concezione della natura distruttrice, e una vitale e felice, tra la negazione razionale di Dio e il bisogno di lui.

Nonostante questi conflitti culturali comunque la Dickinson si muove attraverso pochi nuclei tematici essenziali: la morte, l’amore, la natura. Crea a partire da questi temi suggestive immagini e simboli, trasgredendo i “miti” americani dando loro una visione eretica e irregolare.

La sua carica trasgressiva è evidente anche nelle anomalie grafiche, metriche, ritmiche, lessicali e sintattiche della sua poesia. I suoi componimenti sono caratterizzati da una certa visionarietà razionale che trasfigura i particolari concreti di partenza e crea delle vere e proprie atmosfere allucinatorie.

UDII UNA MOSCA RONZARE

I heard a fly buzz when I died;

the stillness round my form

was like the stillness in the air

between the heaves of storm.

The eyes beside had wrung them dry,

and breaths were gathering sure

for the last onset, when the king

be witnessed in his power.

I willed my keepsakes, signed away

what portion of me I

could make assignable, – and then

there interposed a fly,

with blue, uncertain, stumbling buzz

between the light and me;

and then windows failed, and then

I could not see to see.

In questa poesia è possibile vedere come la Dickinson attraverso il ronzio della mosca, elemento dissonante in una scena di morte, dona alla visione della propria morte un carattere di concretezza e insieme di allucinazione, e quasi di sogno funesto e irritante. E’ qui che si manifesta la particolarità dello stile poetico di Emily Dickinson.

Maura Ricci

Elisabetta Sirani. L’angelo vergine della pittura

Artista di successo, ammirata e contesa da personaggi illustri e potenti nella Bologna della seconda metà del 600, Elisabetta Sirani fu una ragazza prodigio capace di realizzare nel breve arco della sua vita un’incredibile quantità di opere. Nata a Bologna nel 1638, figlia del pittore Giovanni Andrea Sirani, allievo di Guido Reni e mercante d’arte, si formò nella bottega del padre, dalla cui influenza si liberò ben presto. Fanciulla molto colta e brava musicista, a soli diciassette anni cominciò a dipingere su commissione molti quadri religiosi di piccole dimensioni destinati alla devozione privata rivelando una straordinaria padronanza tecnica.

Divenne rapidamente famosa per le rappresentazioni di temi sacri e allegorici, oltre che per i ritratti di eroine. La sua consacrazione definitiva si ebbe nel 1658 con la prima committenza pubblica di grande importanza: il “Battesimo” per la chiesa bolognese di San Girolamo alla Certosa (v. glossario).

Elisabetta era così veloce nell’eseguire le sue opere da far pensare che avesse degli aiuti; ma per dimostrare di non avere aiutanti nascosti, scelse di dipingere in pubblico, sotto gli occhi di visitatori che arrivavano da tutta Europa per vederla all’opera.

In soli dieci anni di attività realizzò quasi duecento opere, da lei stessa catalogate. Creò anche una scuola d`arte per giovani donne appassionate di arte, la prima nel suo genere. La sua tecnica era inconsueta per quei tempi: tratteggiava i soggetti con schizzi veloci e poi li correggeva e perfezionava con l’acquerello (v. glossario).

Elisabetta sirani

La sua infaticabile furia creativa fu probabilmente la causa principale dell’ulcera che portò l’artista a una morte precoce, a soli ventisette anni, nel 1665. L’evento fu così improvviso e inspiegabile da far pensare ad un avvelenamento. Lucia Tolomelli, domestica della famiglia, venne sospettata e processata con l’accusa di aver avvelenato la pittrice poiché era stata vista, nei giorni precedenti la morte della Sirani, comprare una misteriosa polvere rossa che la pittrice usava per dipingere.

In quella torrida estate del 1665 Elisabetta si era innamorata di un pittore parmense, tale Battista Zani, che era a sua volta fidanzato con la bella Ginevra Cantofoli; in tutta Bologna era risaputa la rivalità tra le due donne e al processo furono quindi esaminate la posizione e l’alibi della Cantofoli che per sua fortuna era in quei giorni lontana da Bologna e fu ritenuta estranea ai fatti. Si esaminò di nuovo la posizione della Tolomelli che la sera prima della morte della pittrice aveva cucinato per lei un pancotto; sotto tortura si cercò di estorcere la verità alla domestica la quale confermò che nel pancotto non mise nessun ingrediente estraneo alla ricetta originale.

Infine l`autopsia ordinata quindi dai giudici rivelò che la vera causa della morte era un`ulcera perforata, dovuta probabilmente all’eccessivo stress e alla fine fu dichiarata la morte naturale. Fu seppellita con un solenne funerale accanto alla tomba di Guido Reni, nella cappella Guidotti della Basilica di San Domenico a Bologna.

Il conte Carlo Cesare Malvasia, suo primo estimatore e biografo, la definì “l’angelo- vergine” della pittura bolognese e con questo epiteto è conosciuta tutt’oggi.

Sara D’Incertopadre