Lavinia Fontana. Ritrattista eccellente

Il percorso attraverso le donne nell’arte continua con la pittrice Lavinia Fontana, bolognese di nascita e figlia d’arte dell’affermato pittore manierista Prospero Fontana, grazie all’apprendistato nella bottega del padre, poté avvicinarsi alle più svariate esperienze artistiche del tempo, da quella emiliana del Parmigianino, a quelle venete del Veronese e di Jacopo Bassano, a quelle toscane dei pittori manieristi, fino alla conoscenza della figura della pittrice Sofonisba Anguissola.

Grazie al padre conobbe anche i tre fratelli Carracci, Ludovico, Agostino e Annibale, che erano tra i più rilevanti artisti di quel momento, che non poco colpirono e influenzarono l’estro e l’immaginario della giovane Lavinia.

Verso la fine degli anni Settanta del Cinquecento la Fontana era già riuscita ad affermarsi come ritrattista; i suoi ritratti erano caratterizzati dalla cura ai dettagli e dalla ricchezza delle acconciature e degli abiti. E non fu per lei difficile districarsi in soggetti mitologici e sacri.

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La sua prima opera pubblica fu l’Assunta di Ponte Santo, commissionatale dal Consiglio comunale di Imola, oggi nella Pinacoteca civica di Imola, datata 1584; era la prima volta che una donna si cimentava nella realizzazione di una pala d’altare, commissione di assoluto rilievo per la carriera di un artista.

Nell’opera la Fontana propose una delle prime iconografia di “Immacolata” dipinte dopo i rigidi dettami del Concilio di Trento e riuscì allo stesso tempo a superare l’idea manierista di composizione e colorito.

Nel 1604 si stabilì a Roma, dove a chiamarla fu il suo conterraneo papa Gregorio XIII e grazie alla protezione papale, Lavinia eseguì numerosissimi lavori per la nobiltà romana e per la cerchia papalina.

Nel periodo del papato di Sisto V la Fontana ottenne la prestigiosa commissione per un quadro destinato all’altare del Pantheon degli Infanti nel monastero dell’Escorial; da questo momento la carriera della nostra artista non ebbe niente da invidiare a quella dei suoi colleghi uomini dato che fu impegnata addirittura per un committente importante come il re Filippo II di Spagna.

A conferma della sua affermazione come artista di fama internazionale vi è il fatto che la Fontana fu oberata di incarichi nei suoi anni a Roma dove lavorò per l’ambiente papale e per i nobili della città.

Le commissioni di ritratti andavano di pari passo con le numerose commissioni di tema religioso e mitologico quali la Samaritana al Pozzo e la Minerva in atto di abbigliarsi, quest’ultima fu il capolavoro conclusivo della sua carriera nel 1613. Proprio in quel 1613 la Fontana fu colta da crisi mistica e si ritirò in un monastero di Roma dove morì nell’estate dell’anno successivo.

Sara D’Incertopadre

E’ successo un quarantotto!

Nel 1848 le popolazioni italiane erano insoddisfatte delle amministrazioni che le governavano. La crisi economica del biennio precedente accrebbe le inquietudini nei confronti dei sovrani dei vari Stati in cui si divideva allora l’Italia. Sempre più forte si levava la voce dei liberali nella richiesta di riforme. La parola “costituzione” echeggiava nelle piazze di tutte le principali città della penisola. A guidare il pensiero dell’epoca furono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio che pur prospettando modi diversi per unificare l’Italia, inculcarono negli italiani le prime idee di Nazione e di Patria, fomentando in tal modo un effetto rivoluzionario che attraversò tutta la penisola.

Descriviamo in ordine cronologico i principali avvenimenti di quell’anno.

Il 12 gennaio divampa l’insurrezione a Palermo, capeggiata dal mazziniano Rosolino Pilo che costituisce un governo provvisorio. L’11 febbraio il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, concede la Costituzione e, sei giorni dopo, il Granduca di Toscana, Leopoldo II, promulga a sua volta lo Statuto. Tra il 4 e il 5 marzo Carlo Alberto di Savoia promulga lo Statuto albertino. I princìpi su cui si basa sono la monarchia e il sistema bicamerale, con un Senato i cui membri sono nominati dal Re e una Camera dei deputati eletti in base al censo.

Il 17 marzo la notizia della rivoluzione a Vienna giunge a Venezia. La popolazione libera il patriota Daniele Manin e Niccolò Tommaseo e il 22 marzo è proclamata la Repubblica di San Marco.

Tra il 18 e il 23 marzo insorge Milano. Gli austriaci sono cacciati dalla città e si costituisce un governo provvisorio (le cinque giornate di Milano). Il 23 marzo il Piemonte dichiara guerra all’Austria, dando inizio alla prima guerra d’indipendenza. Nel mese di aprile i piemontesi ottengono le prime vittorie a Goito, a Monzambano, a Valeggio e a Pastrengo ma Pio IX, alla fine del mese, ritira le sue truppe schierate a fianco dei piemontesi, dando una prima delusione ai liberali che credevano in una federazione di Stati guidati dal Papa (Gioberti).

A maggio si allarga l’adesione al Piemonte. A Parma e Piacenza, un plebiscito sancisce l’annessione del Ducato al Piemonte. Fanno seguito altri plebisciti a Modena, Reggio, Padova, Rovigo, Vicenza, Treviso e nell’intera Lombardia che stabiliscono la loro volontà di unione al Regno Sardo. Nel frattempo, il 4 maggio, un corpo di spedizione borbonico, condotto dal generale Guglielmo Pepe, parte alla volta dell’Italia settentrionale per sostenere l’azione piemontese.

Il 14 maggio a Napoli, alla vigilia dell’apertura dei lavori del parlamento partenopeo, si diffonde la voce dell’imminente arresto dei deputati: scoppia un’insurrezione e barricate sono innalzate ovunque nei quartieri di Napoli. Il giorno successivo l’esercito borbonico riprende il controllo e Ferdinando II chiude il parlamento.

Il 30 maggio Carlo Alberto entra a Peschiera aprendosi un varco nell’inespugnabile fortezza austriaca detta del Quadrilatero, costringendo gli asburgici alla fuga. Ma i piemontesi non incalzano gli austriaci in fuga, dando loro il tempo di riorganizzarsi e lanciare la controffensiva. Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e costretto con il suo esercito a ripiegare su Milano, che ben presto abbandonano davanti all’avanzata austriaca.

Intanto in Sicilia il 10 luglio è ratificata la costituzione elaborata dal parlamento palermitano. La corona di Sicilia è offerta al secondogenito di Carlo Alberto che rifiuta per non indispettire Ferdinando II. Questi però il 25 luglio decide di richiamare il corpo di spedizione inviato in Pianura Padana, preoccupato dell’egemonia esercitata dai piemontesi nell’Italia settentrionale e lo fa mentre si riunisce il primo ministero italiano. Il 9 agosto Carlo Alberto firma l’Armistizio di Salasco, in base al quale gli Austriaci tornano in Lombardia mentre i Piemontesi si ritirano dietro il Ticino.

A Roma intanto il 16 settembre Pio IX nomina capo del governo il giurista Pellegrino Rossi, sostenitore del sistema costituzionale. Tra il 15 e il 16 novembre Rossi è ucciso e il Papa, che non vuole concedere un governo democratico, subisce l’assedio del Quirinale da parte del popolo romano, ormai determinato a proclamare la Repubblica. Il 25 novembre Pio IX fugge a Gaeta.

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Questo episodio chiude il tormentato 1948 ma le insurrezioni non hanno coinvolto solo l’Italia. Quell’anno a Parigi divampa la rivoluzione di febbraio, a seguito della quale Luigi Filippo abdica ed è proclamata la Seconda Repubblica. Luigi Napoleone alla fine dell’anno è eletto presidente. In Ungheria a marzo, i liberali guidati da Kossuth reclamano l’indipendenza dall’Austria. A Vienna il 13 marzo scoppia un’insurrezione che obbliga il cancelliere Metternich a fuggire. L’Imperatore Ferdinando I concede a quel punto una costituzione liberale ma è costretto ad abdicare e al suo posto subentra il giovane Francesco Giuseppe. In Prussia in seguito alla rivoluzione berlinese, Federico Guglielmo IV concede una costituzione liberale. In Svizzera è approvata la nuova costituzione federale.

Mai l’Europa era stata attraversata da un vento rivoluzionario così intenso e mai tanti popoli avevano partecipato alla conquista della libertà. Si andavano formando le coscienze degli uomini e delle donne che finalmente diventavano cittadini e cittadine e iniziavano a nutrirsi di certe idee socialiste. In Italia le masse popolari che avevano partecipato alle rivoluzioni del ’48 erano insorte non solo contro gli Austriaci ma anche contro i signori, sommando una richiesta giustizialista a quella patriottica. Proprio in quell’anno il 21 febbraio è pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, che segnerà per circa centocinquant’anni il destino di molti popoli nel mondo.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Questa settimana vi offriamo un Rompicapo di un’opera integrale.

Sarà più facile riconoscere un’opera nella sua interezza? O no? Provate a indovinare chi è l’autore e il soggetto.

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Si tratta dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila (1647 – 1651) nella Cappella Cornaro di Santa Maria della Vittoria a Roma. La scultura è considerata uno dei capolavori assoluti della statuaria barocca e fu realizzata da Gian Lorenzo Bernini su commissione del cardinale veneziano Federico Cornaro.

Il corpo della santa appare completamente esamine, abbandonato su di un masso a forma di nuvola; presenta un volto incantevole con gli occhi socchiusi e le labbra aperte, mentre un cherubino le scosta la veste, pronto a colpirla al cuore con un dardo dorato.

Il tema dell’estasi era stato oggetto, fin dalla canonizzazione di Santa Teresa nel 1622, di una vasta letteratura agiografica: la santa spagnola era infatti conosciuta per le sue esperienze mistiche e spirituali. Bernini tradusse l’estasi mistica in un’esperienza concreta di passionalità reale, traducendola come un turbamento che sconvolge insieme la carne e lo spirito.

La luce è protagonista assoluta di fantastici effetti scenografici: dietro la scultura Bernini realizzò una piccola abside emiciclica che fuoriesce dal perimetro della chiesa, aprendo una finestra nella sommità che resta invisibile a chi osserva la cappella ma che va a colpire direttamente il gruppo scultoreo. Il risultato voluto dal Bernini va quindi letto come un insieme complesso costituito da tutti gli elementi della cappella, dove il genio barocco manifesta il concetto di unità tematica e visiva tra architettura, scultura, pittura e decorazione che va sotto il nome di “bel composto”.

Rosalba Carriera. Un cognome…Un destino

Nata a Venezia il 12 gennaio del 1673, Rosalba Carriera fu una fra le maggiori ritrattiste e una delle principali artiste di riferimento del Settecento veneziano.

Ebbe un’educazione artistica completa che comprendeva, oltre la pittura, lo studio della musica e il ricamo, la tipica attività cui si dedicavano le giovani donne a quei tempi.

Ma Rosalba Carriera si discostò decisamente dallo stereotipo femminile della damina settecentesca tutta capricci e frivolezze, tanto che ella stessa si impegnò nel creare una sorta di circolo cui facevano parte personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Nel 1705 viene ammessa all’Accademia di San Luca di Roma dopo aver presentato il dipinto intitolato Fanciulla con colomba.

Quando tra il 1719 e il 1720 giunsero a Parigi alcune delle maggiori personalità veneziane tra cui Anton Maria Zanetti il Vecchio e Gian Antonio Pellegrini, la stessa Carriera non mancò di soggiornarvi. La pittrice fu ospite di Pierre Crozat, tesoriere del regno e collezionista raffinato, nel suo Hotel di Rue de Richelieu dall’aprile del 1720 al marzo del 1721.

La Carriera mostrò fin da subito di preferire una pittura chiara e sostenuta da una certa fermezza nel disegno; dimostrando inoltre di preferire la tecnica del pastello, accanto a quella della miniatura a tempera e di prediligere il ritratto di tipo “intimistico” che la rese famosa.

La fortuna della Carriera non fu tanto in patria, a Venezia, quanto piuttosto presso una committenza cosmopolita, europea. Ricevette infatti committenze da parte di Massimiliano II di Baviera nel 1704, da parte del re Federico IV di Danimarca nel 1709, dal principe di Sassonia e futuro re di Polonia, Augusto III, che le aprì le porte per nuove committenze nella sua corte.

A Parigi la Carriera si trovò al posto giusto nel momento giusto poiché vi aveva trovato un rinnovamento della tradizione accademica grazie alla presenza dei pittori Charles La Fosse e Antoine Watteau, che stavano lavorando in senso antiaccademico al superamento della gerarchia dei generi pittorici.

In tale contesto il successo della pittrice veneziana fu assicurato e nello stesso tempo di proporzioni inaspettate; diventò ritrattista alla moda perfezionando il modo di dipingere i suoi personaggi, colti in maniera intimistica e psicologica. La Carriera entrava nella psicologia del personaggio per riportare fedelmente le apparenze fisionomiche semplificando al massimo la struttura compositiva del ritratto per far sì che l’attenzione si concentrasse sui volti. Oltre ad essere una gran ritrattista, la pittrice venne spesso richiesta per commissioni più impegnative come il ciclo dei Quattro Elementi, conservato alla Galleria Corsini di Roma, iniziato nel 1741 e portato a termine nel 1743.

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Nel 1746 contrasse una malattia agli occhi che la portò alla totale cecità, nonostante diversi interventi alla cornea, e la costrinse ad abbandonare la sua attività pittorica. Dovette trascorrere gli ultimi anni della sua vita senza poter dipingere e in uno stato di triste angoscia che la portò quasi alla follia.

Dipinse proprio intorno al 1746 uno dei suoi autoritratti più noti, quello in cui si sarebbe ritratta nei panni della Tragedia, assai diverso dal famoso autoritratto giovanile del 1715 e conservato agli Uffizi, dove si rappresentò insieme alla sorella, dipinta su una tela.

Si spense nella sua città natale il 15 aprile 1757 dopo aver dedicato un’intera vita alla pittura e alla ritrattistica, la sua passione.

Sara D’Incertopadre

Walt Whitman

Nel panorama della poesia statunitense della seconda metà dell’Ottocento, accanto alla personalità di Emily Dickinson emerge quella di Walt Whitman (1819-1892). Due personalità decisamente diverse tra loro: da una parte l’introversione e lo spiritualismo della Dickinson, dall’altra il dinamismo vitale di Whitman.

Era il poeta del “sogno americano” che esaltava i valori del duro lavoro, del coraggio e della determinazioni atti a raggiungere un migliore tenore di vita. Fu educato alla democrazia jeffersoniana e visse l’esperienza della sanguinosa guerra civile che lo fece allontanare dal suo partito, trovando una risposta positiva nella figura del repubblicano Lincoln.

Veniva da una famiglia di umili origini di West Hill, sobborgo di Long Island, luogo che Whitman canterà come “l’isola a forma di pesce”. Il padre Walter faceva diversi mestieri, dal muratore al carpentiere al falegname, e con la madre Louisa Van Velsor aveva un rapporto privilegiato che numerose corrispondenze tra i due testimoniarono.

La personalità del giovane poeta fu influenzata da esperienze particolarmente difficili che la sua famiglia dovette sostenere. Il padre sfogava i suoi numerosi fallimenti in violente crisi di rabbia; Edward, uno dei figli era ritardato ed epilettico, un altro, Jessi, sifilitico, e una delle figlie, in seguito ad un matrimonio sbagliato, soffriva di crisi depressive. Tutto ciò creò quella diversità che Whitman sentiva dentro di sé. La sua fu una vita movimentata da mille avventure e fece innumerevoli mestieri: maestro, tipografo, giornalista, e poi ancora costruttore edile e falegname come aiutante del padre.

Sfruttando l’esperienza di stampatore, nel 1855 Whitman scrisse la prima versione di Leaves of Grass [Foglie d’erba], con dodici poesie senza titolo e una prefazione. Iniziò a vendere il suo libro di persona, girando come un poeta ambulante. Inviò anche una copia al famoso poeta statunitense R.W.Emerson che rispose con una lettera di ammirazione. Questo gesto aumentò l’autostima poetica di Whitman e lo spinse ad essere finalmente se stesso nei suoi versi. Nel 1856 uscì infatti una seconda edizione più estesa di Leaves of Grass, che portava esplicitamente la sua firma, e poi ne seguirono altre ancora fino all’ultima del 1892.


COME, said my soul,
Such versed for my Body let us write (for we are one),
That should I after death invisibly return,
Or, long, long hence, in other spheres,
There to some group of mates the chant resuming,
(Tallying Earth’s soil, trees, winds, tumultuous waves,)
Ever with pleas’d smile I may keep on,
Ever and ever yet the verses owning – as, first,
I here and now, Signing for Soul and Body, set to them my
name. 

(da Walt Whitman, Foglie d’erba)

Leaves of Grass è un poema dal forte dinamismo e vitalismo epico in cui viene esaltata la natura, l’eros, la strada aperta e la ricchezza della vita e delle sue varie esperienze. Nei suoi versi si sente l’esaltazione del valore di ogni creatura umana e del singolo in quanto tale. L’esaltazione della natura e l’unione di tutte le sue parti si fa esaltazione della democrazia e non sfocia nel superomismo. I suoi versi lunghi e liberi sono caratterizzati da forte phatos morale e biblico che riproduce proprio il ritmo dei versetti biblici.

Me Imperturbe

ME imperturbe, standing at ease in Nature,
Master of all or mistress of all, aplomb in the midst of
irrational things,
Imbued as they, passive, receptive, silent as they,
Finding my occupation, poverty, notoriety, foibles,
crimes, less important than I thought,
Me toward the Mexican sea, or in the Mannahatta or
the Tennessee, or far north or inland,
A river man, or a man of the woods or of any farm-life
of these States or of the coast, or the lakes or
Kanada,
Me wherever my life is lived, O to be self-balanced for
contingencies,
To confront night, storms, hunger, ridicule, accidents,
rebuffs, as the trees and animals.

La sua vena innovatrice e anticonformista fu accolta dall’opinione pubblica in maniera contraddittoria: da un lato contribuì alla sua celebrità, dall’altro il suo libro fu ritenuto scandaloso in quanto evidenziava elementi sessuali in maniera troppo esplicita, non escludendo poi i sospetti di omosessualità che lo riguardavano.

Alcuni biografi del poeta nordamericano segnarono la nascita della sua figura di raffinato compositore di versi, nell’incontro con il contralto italiano Marietta Alboni il 23 Giugno 1852. Whitman passò dalla fase di semplice giornalista a quella della composizione di Leaves of Grass.

Nel 1873 venne colto da un colpo apoplettico che gli causò una parziale paralisi; dopo la perdita della madre si trasferì dal il fratello George nel New Jersey, dove rimase sino alla morte. Nelle sue ultime opere viene meno il vigore realistico mentre si accentua la componente mistica.

Whitman morì il 26 marzo 1892, quasi in concomitanza con la pubblicazione della raccolta della sua unica opera in prosa, Complete Prose Works.

Maura Ricci

PIO IX. La grande illusione

Il 1° giugno 1846 moriva Papa Gregorio XVI e il Conclave, convocato per eleggere il nuovo Papa, nella prima votazione si spaccò in due fazioni. Quella conservatrice che faceva capo al cardinale Luigi Lambruschini e quella progressista che faceva capo al cardinale Tommaso Pasquale Gizzi. Nella seconda votazione, il 16 giugno, sorprendentemente il Conclave elesse Giovanni Maria Mastai Ferretti che assunse il nome di Pio IX.

Era nato a Senigallia il 13 maggio 1792 da una nobile famiglia che lo mandò a Volterra nel collegio degli Scolopi a compiere studi classici. Al suo ritorno l’unica vocazione di cui dette segno fu quella a fare il figlio di papà. Il gioco, il biliardo e i cavalli erano i suoi unici passatempi e, dato che piaceva molto alle donne, non disdegnava le avventure amorose. Quando provò a entrare nella Guardia nobile del Papa, fu scartato a causa della sua lieve epilessia e dato che le uniche opportunità d’impiego e di carriera le dava la Chiesa, fu costretto a pronunciare i voti. Dopo essere stato in Cile in missione diplomatica per conto di Pio VII, fu nominato Vescovo di Spoleto e, poco dopo, di Imola. Nel concistoro del 14 dicembre 1840 fu nominato cardinale da Gregorio XVI.

La sua fortuna fu di governare quella diocesi in un periodo di relativa tranquillità dopo i moti del ’31. Lo scontento per la pessima amministrazione pontificia restava ma si era persa la convinzione che con metodi terroristici si potesse ottenere riforme liberali, troppe erano state le rappresaglie e le condanne inflitte ai rivoluzionari. Il cardinale Mastai stabilì cordiali rapporti con gli elementi laici dell’opposizione, prestò orecchi alle critiche mosse al governo della Chiesa, deplorò gli eccessi della polizia e strinse amicizie con i liberali più in vista della diocesi, arrivando a esprimere ammirazione per Balbo e D’Azeglio. Ora che l’opposizione faceva capo ai moderati, al cardinale Mastai fu attribuita l’etichetta di liberale. Tra questi, Vincenzo Gioberti che nel suo saggio Del primato morale e civile degl’Italiani sosteneva:<<…è il Papa che deve prendere l’iniziativa di costituire e guidare all’indipendenza una confederazione di Stati italiani perché solo il Papa ha abbastanza autorità per bloccarne le forze centrifughe, imbrigliarne le rivalità e richiamarli tutti sotto il suo magistero…>>. Un cardinale con quelle idee, se fosse diventato Papa, ben si sarebbe prestato al pensiero giobertiano.

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Quando all’indomani della sua elezione al Sogno Pontificio si affacciò per benedire la folla acclamante, si rese conto delle attese che la sua elezione aveva suscitato nella popolazione. La concessione dell’amnistia la sera del 17 luglio fu accolta dal popolo di Roma con entusiasmo. Schiere di romani s’incolonnarono sul Quirinale agitando migliaia di fiaccole. Il Papa dovette apparire al balcone e benedire la folla. Scene analoghe si ripeterono nei giorni successivi e non solo a Roma.

Ma perché tanto entusiasmo? Era divampato il mito del papa liberale e patriota. Non era rilevante che lo fosse, era importante che si mostrasse tale e che lui stesso fosse prigioniero di quella suggestione. In tutta Italia appariva come il Papa di Gioberti, pronto a capeggiare la battaglia per l’indipendenza nazionale. Era una grande illusione: nessuno vedeva l’assurdità storica di una Nazione italiana fatta dalla Chiesa che da quasi duemila anni la avversava.

Nelle sue Memorie, Giuseppe Montanelli scrive:<<Errammo, e nondimeno sia benedetto quell’errore, poiché senza il Viva Pio Nono!, chissà quando le moltitudini italiane si sarebbero agitate nell’entusiasmo della vita nazionale. Con quell’acclamazione esse entravano in una via di manifestazioni pubbliche che i governi non potevano avversare>>.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Questa settimana eccovi un Rompicapo scultoreo, dettaglio di un’opera molto famosa…e famoso è il suo creatore!

Soluzione del Rompicapo del 7 gennaio 2015

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Si tratta di… Golconda, una delle più celebri opere di René Magritte, artista belga surrealista. L’opera, del 1953, raffigura una serie di uomini in bombetta vestiti di nero, identici, che cadono dal cielo tra i palazzi, i cui tetti rossi ricordano una città belga che potrebbe essere Bruxelles.

La pioggia di uomini standardizzati, il cielo di un azzurro piatto e senza nuvole, tutto è rappresentato in modo molto elementare, senza l’osservanza di regole matematiche e prospettiche.

L’effetto di spaesamento è certo uno degli obiettivi ricercati dagli artisti surrealisti, così come la raffigurazione di oggetti in un contesto che non è loro proprio. Ma in questo caso, la bidimensionalità evidente contribuisce a darci indizi sul significato dell’opera, che resterà sempre in buona parte enigmatico.

In tutte le opere di Magritte si evince l’affermazione che il contenuto non è altro che mera rappresentazione, dissuadendo così gli osservatori dei suoi quadri da un’interpretazione legata al riferimento con la realtà.

Anche il titolo dell’opera, che probabilmente si riferisce a un’antica e ricca città indiana, pone un nuovo interrogativo. È stato letto come un’allusione alla categoria dei banchieri, o come una critica indiretta del capitalismo. Ma era pensiero dello stesso Magritte che il titolo dell’opera non fosse legato al soggetto di essa, e che non fosse necessariamente quello ad essa più adeguato.

Forse la risposta più credibile sta proprio nell’accostamento onirico, in quell’automatismo psichico, tema caratteristico e dominante di tutta l’esperienza del movimento Surrealista.

Alcune importanti mostre del 2015

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Chagall. Una retrospettiva  Palazzo Reale, Milano, 17 settembre 2014 – 1 febbraio 2015

Il cibo nell’arte: capolavori dei grandi maestri dal Seicento a Warhol  Palazzo Martinengo, Brescia, 24 gennaio – 14 giugno 2015

Frida Kahlo e Diego Rivera  Palazzo Ducale, Genova, 20 settembre 2014 – 8 febbraio 2015

Picasso e la modernità spagnola  Palazzo Strozzi, Firenze, 20 settembre 2014 – 25 gennaio 2015

La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudì  Palazzo dei Diamanti, Ferrara, 19 aprile – 19 luglio 2015

Matisse. Arabesque  Scuderie del Quirinale, Roma, 4 marzo – 21 giugno 2015

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Mirò. L’impulso creativo  Palazzo Te, Mantova, 26 novembre 2014 – 6 aprile 2015

Bramante a Milano  Pinacoteca di Brera, Milano, 4 dicembre 2014 – 22 marzo 2015

Gherardo delle Notti – Quadri bizzarrissimi e cene allegre  Galleria degli Uffizi, Firenze, 10 febbraio – 24 maggio 2015

Giacometti  Galleria d’Arte Moderna, Milano, 8 ottobre 2014 – 1 febbraio 2015

Van Gogh. L’uomo e la terra  Palazzo Reale, Milano, 18 ottobre 2014 – 8 marzo 2015

Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento  Basilica Palladiana, Vicenza, 24 dicembre 2014 – 2 giugno 2015

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Giorgio Morandi 1890-1964, Complesso del Vittoriano, Roma, 27 febbraio – 21 giugno 2015

Da Kirchner a Nolde. Espressionismo Tedesco  Palazzo Ducale, Genova, 5 marzo – 12 luglio 2015

Tamara de Lempicka  Palazzo Chiablese, Torino, 19 marzo – 31 agosto 2015

Piero di Cosimo, pittore fiorentino eccentrico fra Rinascimento e Maniera  Galleria degli Uffizi, Firenze, 22 giugno – 27 settembre 2015