Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Il 1° giugno 1846 moriva Papa Gregorio XVI e il Conclave, convocato per eleggere il nuovo Papa, nella prima votazione si spaccò in due fazioni. Quella conservatrice che faceva capo al cardinale Luigi Lambruschini e quella progressista che faceva capo al cardinale Tommaso Pasquale Gizzi. Nella seconda votazione, il 16 giugno, sorprendentemente il Conclave elesse Giovanni Maria Mastai Ferretti che assunse il nome di Pio IX.

Era nato a Senigallia il 13 maggio 1792 da una nobile famiglia che lo mandò a Volterra nel collegio degli Scolopi a compiere studi classici. Al suo ritorno l’unica vocazione di cui dette segno fu quella a fare il figlio di papà. Il gioco, il biliardo e i cavalli erano i suoi unici passatempi e, dato che piaceva molto alle donne, non disdegnava le avventure amorose. Quando provò a entrare nella Guardia nobile del Papa, fu scartato a causa della sua lieve epilessia e dato che le uniche opportunità d’impiego e di carriera le dava la Chiesa, fu costretto a pronunciare i voti. Dopo essere stato in Cile in missione diplomatica per conto di Pio VII, fu nominato Vescovo di Spoleto e, poco dopo, di Imola. Nel concistoro del 14 dicembre 1840 fu nominato cardinale da Gregorio XVI.

La sua fortuna fu di governare quella diocesi in un periodo di relativa tranquillità dopo i moti del ’31. Lo scontento per la pessima amministrazione pontificia restava ma si era persa la convinzione che con metodi terroristici si potesse ottenere riforme liberali, troppe erano state le rappresaglie e le condanne inflitte ai rivoluzionari. Il cardinale Mastai stabilì cordiali rapporti con gli elementi laici dell’opposizione, prestò orecchi alle critiche mosse al governo della Chiesa, deplorò gli eccessi della polizia e strinse amicizie con i liberali più in vista della diocesi, arrivando a esprimere ammirazione per Balbo e D’Azeglio. Ora che l’opposizione faceva capo ai moderati, al cardinale Mastai fu attribuita l’etichetta di liberale. Tra questi, Vincenzo Gioberti che nel suo saggio Del primato morale e civile degl’Italiani sosteneva:<<…è il Papa che deve prendere l’iniziativa di costituire e guidare all’indipendenza una confederazione di Stati italiani perché solo il Papa ha abbastanza autorità per bloccarne le forze centrifughe, imbrigliarne le rivalità e richiamarli tutti sotto il suo magistero…>>. Un cardinale con quelle idee, se fosse diventato Papa, ben si sarebbe prestato al pensiero giobertiano.

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Quando all’indomani della sua elezione al Sogno Pontificio si affacciò per benedire la folla acclamante, si rese conto delle attese che la sua elezione aveva suscitato nella popolazione. La concessione dell’amnistia la sera del 17 luglio fu accolta dal popolo di Roma con entusiasmo. Schiere di romani s’incolonnarono sul Quirinale agitando migliaia di fiaccole. Il Papa dovette apparire al balcone e benedire la folla. Scene analoghe si ripeterono nei giorni successivi e non solo a Roma.

Ma perché tanto entusiasmo? Era divampato il mito del papa liberale e patriota. Non era rilevante che lo fosse, era importante che si mostrasse tale e che lui stesso fosse prigioniero di quella suggestione. In tutta Italia appariva come il Papa di Gioberti, pronto a capeggiare la battaglia per l’indipendenza nazionale. Era una grande illusione: nessuno vedeva l’assurdità storica di una Nazione italiana fatta dalla Chiesa che da quasi duemila anni la avversava.

Nelle sue Memorie, Giuseppe Montanelli scrive:<<Errammo, e nondimeno sia benedetto quell’errore, poiché senza il Viva Pio Nono!, chissà quando le moltitudini italiane si sarebbero agitate nell’entusiasmo della vita nazionale. Con quell’acclamazione esse entravano in una via di manifestazioni pubbliche che i governi non potevano avversare>>.

Salvo Fumetto

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