Il testamento di Lenin

Nell’autunno del 1922, superato il primo attacco d’ictus del 25 maggio, Lenin tornò al Cremlino per riprendere la sua attività, ma il 16 dicembre un nuovo attacco lo paralizzò definitivamente. Costretto in poltrona, cominciò a dettare, in maniera disordinata, note, appunti e promemoria alle sue segretarie. Si rendeva conto di essere in pericolo di vita ma non mise in campo nessuna misura che preparasse il partito ad agire, semmai, senza di lui. Si riteneva ancora insostituibile.

La moglie Krupskaia divenne la sua portavoce e l’unico canale che lo collegava a Stalin. Quest’ultimo all’XI congresso, tenuto nel marzo del 1922, divenne segretario generale del partito con il beneplacito di Lenin che lo riteneva ancora “…quel meraviglioso georgiano…” apprezzato a Cracovia nel 1913. A molti quell’incarico parve avere solo connotati amministrativi, ma in effetti, unito a una serie di altri incarichi, concentrava nelle mani di Stalin un impressionante cumulo di poteri. Addirittura aveva quello di presiedere il gruppo di medici curanti di Lenin. Costrinse, infatti, questi dottori a imporre misure restrittive al malato impedendogli qualsiasi attività: non poteva ricevere documenti e notizie dall’esterno né dettare direttive da impartire ai capi del partito. Ma Lenin, aiutato dalla moglie Krupskaia che da qualche tempo provava una profonda avversione per Stalin, prese a dettare un promemoria, in seguito definito impropriamente come il suo testamento, nel quale espresse tutte le preoccupazioni che lo assillavano. Era un’analisi della situazione politica del paese e del partito, non era un testamento perché mancava del requisito fondamentale per esserlo: il nome del suo successore. Nel promemoria egli prese in considerazione alcune personalità del partito, le uniche che sarebbero potute succedergli, ma ne fece una descrizione che inconsciamente li escludeva dalla successione. Di Trozki dice. “…l’uomo più capace dell’attuale Comitato centrale…” ma che “si distingue anche per l’eccessiva sicurezza di sé e per l’eccessiva inclinazione agli aspetti puramente amministrativi del lavoro…” e ancora ne ricorda il “…non bolscevismo…”.

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Di Bucharin afferma: “…pur essendo il più pregevole e il più grande teorico del partito…” oltre che esserne il “…prediletto…”, non poteva essere considerato “…pienamente marxista…”, in quanto ignorava la “…dialettica…” che “…non ha mai imparato e, credo, non ha mai capito a fondo…”.  Su Pjatakov il giudizio era lo stesso di Trozki ma espresso in maniera molto più feroce. Di Stalin dice: “…il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza…”. Il giudizio meno severo fu proprio quello espresso su Stalin, a conferma che fosse ancora lui, nelle intenzioni di Lenin, il successore designato. Nei giorni seguenti però, forse influenzato dalla moglie Krupskaia costretta a subire l’asfissiante controllo di Stalin e quindi in aperta polemica con lui, Lenin volle aggiungere al suo promemoria la frase: “Stalin è troppo rude e questo difetto, del tutto tollerabile nei rapporti fra noi comunisti, diviene intollerabile nell’incarico di segretario generale. Perciò io propongo ai compagni di rimuovere Stalin da quell’incarico e nominarvi un altro che differisca da Stalin soltanto per una prerogativa, e precisamente che sia più paziente, più leale, più gentile e premuroso verso i compagni, meno capriccioso…”.

Nonostante quel giudizio fosse dal punto di vista politico inconsistente, Stalin fece in modo che quel promemoria non arrivasse al Comitato centrale, ma finisse nel suo archivio riservato. Egli riteneva che, morto Lenin, avrebbe potuto determinare sconcerto nel partito al punto da escludere tutti quelli nominati nello scritto dalla guida del paese e del partito. Dopo la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, Stalin mantenne un atteggiamento molto moderato e disponibile, facendo sue le critiche mosse dai suoi avversari nel XII congresso, il primo senza Lenin. Per ora gli bastava aver evitato lo scontro con Lenin, messo fuori gioco dalla sua malattia. Avrebbe avuto tutto il tempo di liberarsi a uno a uno dei suoi avversari ma anche dei suoi amici.

Soltanto nel 1956, durante il XX Congresso del Pcus, Nikita Chruščёv svelò l’esistenza di questo documento ritenuto il testamento di Lenin.

Salvo Fumetto

I “David” del Museo del Bargello

Se un giorno doveste decidere di recarvi nell’incantevole Museo del Bargello di Firenze avrete la fortuna di poter ammirare ben tre sculture rappresentanti il medesimo soggetto: Davide, Re d’Israele, che sconfisse il gigante Golia, come narra la Bibbia, nei due libri di Samuele.

Secondo la Bibbia, il pastore Davide, fulvo di capelli e di bell’aspetto, era figlio di Jesse il Betlemmita. Entrato a servizio di Saul primo re d’Israele, come citarista per rallegrarne l’umore, depresso a causa di uno spirito negativo, Davide venne unto segretamente dal profeta Samuele su ordine divino come re d’Israele a causa della “perversione” di Saul. L’episodio biblico più famoso riguardante Davide è quello dello scontro con Golia, il gigante filisteo che terrorizzava e insolentiva gli ebrei, sfidandoli a duello. Dopo quaranta giorni Davide, non potendo più sopportare le offese rivolte al suo Dio, accettò la sfida e riuscì, grazie all’aiuto di Dio, ad avere la meglio sulla forza, stordendo Golia con un sasso lanciato da una fionda e poi decapitandolo con la spada del gigante. La vittoria lo rese quindi popolare presso gli ebrei ma scatenò la gelosia di Saul che tentò di ucciderlo con una lancia. Davide fuggì ma alla morte di Saul venne eletto re d’Israele.

Il primo che si cimentò nella realizzazione di due statue rappresentanti Davide fu lo scultore fiorentino Donatello che ne realizzò una in marmo e una, ben più famosa, in bronzo.

La scultura in marmo, datata al 1408-9, è un tutto tondo riconducibile alla fase giovanile dell’artista, quando, poco più che ventenne, lavorava per l’Opera del Duomo di Firenze. La scultura era infatti destinata a un contrafforte della tribuna esterna del Duomo da dove fu rimossa in quanto troppo piccola per una collocazione così elevata da terra.

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La statua non si trova più nel Duomo dal 1416 quando fu acquistata dalla Signoria che la fece trasportare a Palazzo Vecchio ad indicare, simbolicamente, l’indole combattiva e libertaria della Repubblica di Firenze.

Davide è raffigurato nel momento successivo la sconfitta del gigante Golia, la cui testa è ai piedi del giovane re con la pietra ancora conficcata nella fronte. L’espressione del volto è vacua ma l’atteggiamento è fiero e consapevole della propria elezione divina. Peculiarità di questa scultura sono la soluzione della distribuzione del peso, sulla gamba destra, e la particolare torsione del busto verso il lato opposto a creare un effetto di dinamicità, che nel primo Donatello è ancora alquanto incerta.

Il secondo David realizzato dallo scultore fiorentino è del 1430 circa e il materiale usato è assai diverso dal marmo: si tratta infatti di una scultura fusa in bronzo. La prima menzione documentaria della scultura bronzea si ha nel 1469 all’interno del cortile di casa Medici durante le nozze di Lorenzo il Magnifico con Clarice Orsini. Nel 1495 fu posta all’esterno di Palazzo Vecchio su una colonna di marmi policromi, opera perduta di Desiderio da Settignano, per fare da pendant al gruppo di Giuditta e Oloferne, opera sempre di Donatello. La scultura torna in mano medicea nel 1555 e da quel momento rimane per diverso tempo nel palazzo pubblico fiorentino finché nel XVII secolo la sua presenza viene documentata sopra un camino di una sala di rappresentanza di Palazzo Pitti. Nel 1777 il Lanzi la collocò nella Sala delle sculture moderne degli Uffizi e nella seconda metà del XIX secolo trovò finalmente la sua collocazione definitiva nel nascente Museo Nazionale del Bargello.

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L’esecuzione è particolarmente raffinata e attenta ai dettagli: David è un fanciullo dalla corporatura gracile ma fiera, dai lunghi capelli sciolti e dall’espressione assorta, completamente nudo, a parte i calzari al ginocchio, che potrebbero far pensare ad una personificazione del dio Mercurio. E’ in piedi e indossa un cappello a punta decorato con una ghirlanda di alloro. La sua espressione non è solo pensosa ma, se lo si osserva attentamente, trasmette quella sensazione di malizia e superiorità di un adolescente consapevole dell’impresa mastodontica che ha appena portato a termine.

Questa volta Donatello pone la statua in una posa meno incerta rispetto a quella del Davide marmoreo e il punto di vista privilegiato scompare completamente: Davide infatti poggia sulla gamba destra, mentre la sinistra è piegata e posta sulla testa del gigante sconfitto; tiene nella mano destra la spada abbassata, terzo punto di sostegno della statua, mentre nella sinistra stringe il sasso con cui ha stordito il gigante.

La testa di Golia è un capolavoro assoluto. La forte espressività del volto del gigante e la cesellatura finissima della barba e della decorazione dell’elmo, dove Donatello citò una danza di putti presenti su una gemma intagliata con il Trionfo di Bacco e Arianna, già di Paolo Barbo ed entrata poi a far parte delle collezioni medicee nel 1471, rendono il tutto di una raffinatezza irripetibile.

A far da pendant al David bronzeo di Donatello, nella sala del Bargello vi è il David, sempre in bronzo, di Andrea del Verrocchio, realizzato intorno al 1476 per la famiglia Medici, probabilmente per Lorenzo o per il fratello Giuliano. Agli inizi del Seicento confluì nella raccolta degli Uffizi e intorno al 1870 fu destinato al Museo Nazionale del Bargello insieme al David di Donatello.

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Andrea del Verrocchio, famoso per essere stato il maestro di artisti come Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Perugino e Luca Signorelli, fu in realtà artista eccellente e poliedrico, ottimo scultore e orafo nella Firenze dello splendore mediceo.

A differenza del David bronzeo di Donatello, quello del Verrocchio ha il corpo abbigliato come un paggio di corte, caratterizzato da una bellezza idealizzata e un portamento elegante e anticheggiante. Con la testa di Golia ai piedi, Davide si erge vittorioso e fiero. Il peso del corpo è scaricato sulla gamba destra e la scultura risulta armoniosamente bilanciata dal braccio sinistro appoggiato in vita e dalla testa girata verso sinistra. Lo sguardo è sfuggente, il sorriso è appena accennato e lo sguardo rivolto vagamente da un lato; nell’insieme la scultura genera una sfumatura di adolescenziale spavalderia nell’espressione e di indeterminatezza nel movimento di testa, braccia, gambe e spada.

Questo excursus tra i David presenti nella collezione del Museo Nazionale del Bargello rende evidente che la famiglia de’ Medici fosse particolarmente avvezza a commissionare questo soggetto biblico per le sue connotazioni allegoriche e simboliche che tanto si adattavano alle peculiarità della cerchia umanista creata dai Medici, dove l’intelletto, le scienze umanistiche e le dissertazioni filosofiche e letterarie erano all’ordine del giorno per  gli uomini di cultura e le altre figure legate all’ambiente di corte.

La commissione, all’inizio del Cinquecento, di un’altra scultura raffigurante il re David ci dà la conferma di questa tendenza e predilezione dell’ambiente culturale fiorentino. Sto parlando del famoso David messo in opera da Michelangelo Buonarroti e di cui parleremo nel prossimo articolo dedicato alla scultura.

Sara D’Incertopadre

Gertrude Stein e la “Generazione perduta”

Gertrude Stein (1874-1946), studiosa di psicologia sperimentale e di neurologia, portò nella letteratura la sua vena scientifica e la sua attenzione per la tecnologia moderna. Con lei si può parlare di sperimentalismo e proiezione verso il futuro.

La scrittrice americana si concentra sul linguaggio e sulla capacità della società contemporanea di modificare i modi di percezione.

Three Lives [Tre esistenze] del 1908, per esempio si presenta come analisi e scomposizione critica del linguaggio delle tre protagoniste, quello mentale e quello parlato. Alla Stein qui interessa più che la storia delle tre donne, la loro psicologia e l’analisi linguistica. Prende così piede la svalutazione della trama che nelle opere successive sarà ancora più evidente. In Tenders Buttons [Teneri bottoni] del 1914 si sente l’influenza del cubismo. Infatti con la tecnica del “collage” trasferisce sulla pagina la multilateralità sincronica di un presente nel quale confluiscono le tre dimensioni del tempo.

Gertrude Stein con il suo sperimentalismo mette in discussione sia la parola sia i generi letterali ibridandoli e destrutturandoli. Così il racconto cessa di raccontare (The Making of Americans [C’era una volta gli americani] (1925) e il trattato scientifico diventa surreale (The Geographical History of America [Storia geografica dell’America] (1936).

Lei visse a Parigi fino alla sua morte insieme alla compagna Alice B. Toklas e fece della sua casa un punto di incontro tra artisti europei (Pablo Picasso, Henri Matisse, George Braque) e scrittori americani (Sherwood Anderson, Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald). Il salotto di Rue de Fleurus 27, non lontano dal giardino del Lussemburgo, fu il polo attrattivo di questi artisti e narratori.

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Anderson era lo scrittore americano che forse di più si avvicinava allo stile innovativo di Gertrude Stein, e fu proprio lui che presentò Hemingway alla scrittrice. Gertrude subì fin dall’inizio il fascino di questo squattrinato giovane scrittore americano che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale prestando servizio sul fronte italiano del Piave. Hemingway da parte sua frequentò il salotto della scrittrice americana, entrando a far parte di quel gruppo di scrittori espatriati dall’America negli anni Venti, e che erano maturati proprio nel periodo della Grande Guerra, definiti dalla stessa Stein “La generazione perduta”. Questa espressione fu resa popolare dallo stesso Hemingway che la cita nel suo primo romanzo Fiesta (1926) attribuendola alla sua mecenate e mentore Stein. Successivamente confessò nel romanzo, pubblicato postumo, Festa mobile, di aver preso in prestito l’espressione “Generazione perduta” dal proprietario del garage dove era tenuta l’auto della scrittrice. L’uomo avrebbe rivolto l’espressione: “Siete tutta una génération perdue!” ad un giovane meccanico che non era riuscito a riparare l’auto di Gertrude. La Stein, nel raccontare la storia di Hemingway, aggiunse: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta”.

Ernest e Gertrude avevano un rapporto molto vivace e lei, più anziana, gli faceva da maestra di vita. Non è da escludere il fatto che lo stile innovativo di Three Lives, avesse avuto una certa influenza sullo stesso modo di scrivere di Hemingway. I due scrittori amavano molto andare alle corse dei cavalli, e se vincevano c’era in programma il ristorante dove erano soliti incontrare James Joyce con la moglie e i figli. Alice, la compagna di Gertrude, sembra avesse spesso mostrato una certa gelosia per lei tanto da non vedere di buon occhio l’amicizia con Ernest. Lo scrittore americano infatti aveva dimostrato una certa attrazione erotica per Gertrude che confessò ad un amico, e che era convinto fosse da lei ricambiata. Così Alice riuscì a convincere la scrittrice del carattere subdolo di Hemingway e a farlo allontanare dalla frequentazione della loro casa.

Entrò a far parte del circolo del salotto di Reu de Fleurus anche il raffinato e ricco Fitzgerald, scrittore del celebre romanzo The Great Gatsby (1925). Qui Scott ebbe modo di conoscere anche Hemingway, e la loro conoscenza si approfondì in modo particolare durante un viaggio da Lione a Parigi. I due artisti erano profondamente diversi tra loro, sanguigno e vitale Hemingway, decadente e raffinato Fitzgerald, e nonostante ciò riuscirono a stringere un legame di reciproca simpatia e ammirazione. Dopo Parigi i due non ebbero più modo di rivedersi.

Per dieci anni, dal 1904 al 1914, Gertrude e i suoi fratelli Leo e Michael, oltre a Sarah, la moglie di quest’ultimo, furono i più attivi e profondi conoscitori delle avanguardie parigine. Nel 1906 il fratello Leo acquistò infatti il suo primo Picasso e volle assolutamente conoscere l’artista, che ben presto divenne un affezionato frequentatore di casa sua. La frequentazione di Gertrude Stein, la più intellettualmente dotata della famiglia, diventò centrale per la maturazione di Picasso. Tramite lei conobbe Henry Matisse, che stimerà molto, e poté osservare le importanti opere di Cézanne. Ma lo scambio non fu a senso unico, i romanzi della scrittrice sono considerati tra le più esplicite traduzioni delle novità introdotte da Picasso nella rappresentazione pluridimensionale dell’oggetto.

Il libro di Gertrude Stein su Picasso, pubblicato per la prima volta nel 1938, è a tutt’oggi la più vivace introduzione, particolareggiata e critica, del personaggio dominante l’arte del XX secolo. E non è un caso che a scriverla sia stata Gertrude Stein, il grande mostro sacro dell’avanguardia, la testimone per eccellenza, che ebbe modo di seguire la vita di Picasso a partire dal primo periodo a Parigi. Per la Stein Picasso fu fin dall’inizio un gigante della pittura, un insuperabile artista. Gertrude osservò tutte le sue fasi stilistiche, dal periodo rosa alla scoperta dell’arte negra, dal cubismo al neoclassico monumentale, con una attenzione penetrante, con una devozione quasi infantile e con una autonomia e forza di giudizio di cui queste pagine sono una splendida prova. E sono pagine che possono anche essere considerate un esempio di quella singolare arte della scrittura – paratattica, insistente, nostalgicamente legata a un ideale parlato americano – che nell’opera della Stein si è manifestata poche altre volte in una forma altrettanto perfetta.

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Un famoso aneddoto spiega il tipo di rapporto che vi era tra i due: una sera, durante una cena nella casa parigina della Stein, uno sconosciuto si avvicinò a Picasso e, indicandogli il quadro appeso alla parete, gli chiese: “E’ Gertrude Stein?” “Si.” “Non le assomiglia!” E Picasso: “Non importa. E’ lei che finirà per assomigliargli”.

Sara D’Incertopadre – Maura Ricci

1849 La Repubblica Romana

Dopo aver inviato a sostegno del Piemonte un esercito pontificio, Pio IX si convinse che la guerra contro l’Austria, dichiarata da Carlo Alberto, fosse vantaggiosa solo per i Savoia. Per questo motivo emanò l’Allocuzione del 29 aprile 1848 con la quale condannava la guerra all’Austria: <<… ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d’Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci… ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli.>>. Pio IX cominciò a sconfessare gli entusiasmi patriottici che aveva suscitato nei mesi precedenti. Il generale Giovanni Durando, a capo dell’esercito pontificio, saputo dell’Allocuzione del Papa, decise di non ubbidire e rimase a sostenere la rivolta di Venezia governata da Daniele Manin. Quando le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci, grazie all’intervento del maresciallo Radetzky che costrinse Carlo Alberto a ripiegare su Milano, il generale Welden, per ordine del maresciallo austriaco, attraversò il Po arrivando a Ferrara e Bologna, insediando le legazioni del Papa. Ma la popolazione di Bologna insorse, costringendo Welden a ripiegare sul Po. La reazione dei bolognesi non fu un atto di fedeltà al Papa ma una ribellione alla tracotanza degli austriaci. Infatti, a Roma, e in tutto lo stato della Chiesa, Pio IX cominciò a risentire di una forte opposizione politica per il distacco del Papato dalla causa dell’unità nazionale.

Dopo una serie di crisi di governo, il 15 novembre Pellegrino Rossi, ultimo primo ministro, fu assassinato da un gruppo di popolani di cui faceva parte il figlio di Ciceruacchio che inscenò sotto il Quirinale, una manifestazione per chiedere “…un ministero democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La sera del 24 novembre Pio IX fuggì da Roma, vestito da semplice sacerdote. La sera del 25 era già nella fortezza di Gaeta sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni che votarono un’assemblea costituente la cui prima riunione si tenne il 5 febbraio. Lo stesso giorno la nuova assemblea proclamò la repubblica e il 9 febbraio, con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti, votò la Costituzione della Repubblica Romana. Il 5 marzo arrivò a Roma Mazzini eletto deputato in un’elezione suppletiva. In quel momento il potere era nelle mani di un triumvirato Mazzurelli-Armellini-Saffi. Il primo, sconfortato dalla sconfitta di Carlo Albero a Novara, cedette il posto a Mazzini.

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Mazzini era dell’idea che servisse un potere provvisorio e dittatoriale, che rendesse la rivoluzione romana, l’emblema e la guida della rivoluzione italiana. Se Carlo Alberto avesse ripreso l’iniziativa contro gli austriaci per unificare l’Italia, bisognava secondarlo, contrapponendo però a quella monarchia una soluzione democratica e repubblicana del problema nazionale. Era il repubblicano Mazzini di sempre, che divenne in quel momento il vero e unico dittatore di Roma. Dovette affrontare però enormi difficoltà. Prima fra tutte l’impossibilità di costituire un esercito repubblicano vista la riluttanza della popolazione alla leva. Inoltre le casse dello Stato erano vuote quindi armare i diecimila soldati che riuscì a mettere insieme, impresa impossibile. Inoltre non esistevano fabbriche che producessero armi all’interno dello Stato pontificio e acquistarle fuori davvero impossibile, circondato com’era dai nemici della Repubblica. Il Papa aveva lanciato un appello a tutte le potenze cattoliche affinché lo restaurassero sul trono e l’appello non fu inascoltato. Dal sud era in marcia un esercito borbonico. La Spagna stava armando una spedizione navale. Radetzky non aspettava altro che scagliare le sue truppe su Roma. L’unica speranza era la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte. Quest’ultimo, che si apprestava a diventare imperatore e non voleva inimicarsi le grandi potenze, attuò un doppio gioco. Fece credere ai romani di intervenire per cercare una mediazione tra il Papa e il governo rivoluzionario, e agli austriaci di occupare Roma per restaurarvi il Papa. Quando i francesi sbarcarono a Civitavecchia, mandarono il colonello Le Blanc a colloquio con Mazzini con il messaggio che i francesi intendevano impiantarsi a Roma per favorire un accordo del governo con Pio IX e prevenire una spedizione punitiva austro-borbonica. Mazzini convocò l’assemblea e pose il dilemma: accettare che i francesi entrassero in città credendo nel loro intento di mediazione o opporgli resistenza rifiutando il loro intervento.

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L’assemblea si pronunciò per la resistenza e diede pieni poteri a Mazzini. I francesi attaccarono il 30 aprile ma Garibaldi, che era corso a Roma per combattere al servizio della Repubblica, li sgominò e prese a inseguirli, fermato solo dall’ordine di Mazzini, preoccupato della presenza dell’esercito borbonico a Palestrina. Nonostante fosse ferito, Garibaldi mise in fuga anche i borbonici e mentre entrava in territorio napoletano, venne di nuovo fermato dal generale Rosselli cui il governo aveva affidato il comando supremo. Ormai il destino della Repubblica Romana era segnato. Una spedizione spagnola sbarcata a Gaeta, puntava su Terracina. Gli austriaci erano in marcia su Ancona. L’esercito francese, comandato dal generale Oudinot, ricevuti rinforzi, si preparava alla rivincita. I francesi, che in un primo momento avevano concordato con Mazzini un ingresso pacifico a Roma, la notte tra il 2 e 3 giugno 1849 si schierarono tra il Gianicolo, villa Pamphilii e villa Corsini, assediando Roma e sottoponendola a un violento bombardamento.

Fu Garibaldi a opporre un’estrema resistenza, assalendo più volte villa Corsini dove perì il meglio dei suoi uomini. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno Oudinot sferrò l’attacco decisivo che costò ai romani una carneficina. Mazzini riunì l’assemblea per decidere il da farsi: capitolazione, resistenza fino alla morte, evacuazione dell’esercito per continuare la lotta. Mazzini e Garibaldi erano per l’evacuazione ma l’assemblea decise la capitolazione. Il 3 luglio i francesi entrarono a Roma ponendo fine alla Repubblica Romana.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Oggi abbiamo il dettaglio di una scultura molto famosa…quale è il soggetto? E chi l’autore?

Soluzione del Rompicapo del 2-02-2014

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Il dettaglio appartiene all’opera Armonia in rosso, o La stanza rossa, di Henri Matisse. Il quadro (olio su tela, cm 180,5×221), composto dall’artista nel 1908 e acquistato nello stesso anno dal collezionista russo Sergei Shchukin, è oggi conservato al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

I due fattori che immediatamente colpiscono sono le ampie superfici cromatiche e la bidimensionalità del quadro, che non presenta profondità spaziale. Le sottilissime linee di contorno e confine sono annullate dal colore rosso, e i motivi floreali presenti sulla tovaglia proseguono sulla tappezzeria della parete di fondo in un continuum decorativo. Protagonista indiscusso del quadro è il colore (rosso, blu, giallo), steso dal pittore in macchie monocrome piene. È proprio l’isolamento e l’appiattimento della componente cromatica a generare il totale appiattimento decorativo della composizione. Risulta chiaro che non vi è rappresentazione del reale ma di uno spazio interiore ed emotivo.

La lettura di Note di un pittore, scritto da Matisse poco prima di dipingere quest’opera, ci conferma quanto per l’artista l’approfondimento dei mezzi pittorici fosse indispensabile per la trasmissione di un’emozione attraverso il quadro. Se i mezzi pittorici riescono a trasmettere un’emozione, valgono indipendentemente per la loro istanza rappresentativa e referenziale.

La scelta del luogo occupato dalle figure, gli spazi vuoti attorno ad esse, le proporzioni, quindi l’intera organizzazione del quadro è volta all’espressività.

L’intensificazione dell’osservazione della realtà ha lo scopo di creare un’armonia, un equilibrio, una serenità parallela.

In origine il quadro era stato concepito come Armonia in blu, e così esposto al Salon d’Automne di Parigi, ma solo la scelta di modificarlo col colore rosso convinse Matisse che l’opera fosse realmente finita. Proprio in quegli anni l’artista si avvicinava alla scoperta della cosiddetta “sintesi astrattiva”, comprendendo come la qualità del colore fosse data dalla quantità dello stesso. Questa costante ricerca all’interno della pittura caratterizzò tutta l’attività di Henri Matisse, padre del movimento espressionista dei Fauves.

Francisco Franco, il Caudillo

Francisco Franco nacque nel 1892 a El Ferrol in Galizia, secondo di cinque figli nati dal matrimonio tra Nicolás Franco y Salgado-Araujo, ufficiale dell’amministrazione navale per tradizione familiare, di tendenze libertine, e Maria del Pilar Bahamonde y Pardo de Andrade, figlia molto religiosa e conservatrice di un commissario per le forniture navali. A causa del numero chiuso introdotto nell’Accademia Navale, il giovane Franco provò a superare gli esami di ammissione all’Accademia militare di Toledo, dove entrò il 29 agosto 1907. Nel luglio del 1910,  ne uscì con il grado di sottotenente e due anni dopo, su sua richiesta, fu spedito in Marocco, dove accumulò decorazioni e promozioni combattendo contro l’inafferrabile guerriglia delle bande magrebine. In una di quelle battaglie fu gravemente ferito e dato per spacciato dai medici militari. Se la cavò, dimostrando di avere una straordinaria costituzione. Fu decorato con una medaglia di prima classe e ottenne la promozione a maggiore. Non essendoci posti vacanti per tale grado, fu inviato a Oviedo. Qui incontrò la quindicenne Maria del Carmen Polo y Martinez Valdés, che sposò nel 1923. Nel 1920 entrò nella neonata Legione straniera spagnola, di cui fu uno degli ufficiali fondatori, distinguendosi per durezza e ferrea disciplina. In africa settentrionale proseguì la carriera militare fino a divenire nel 1925 colonello e, l’anno successivo, a soli trentatré anni, il più giovane generale spagnolo. Il 14 aprile 1931, con la caduta della monarchia e la proclamazione della seconda repubblica, fu inviato come comandante militare alle Baleari e nominato Capo di Stato Maggiore, In seguito alla vittoria elettorale della destra nel 1934, fu richiamato in Spagna. Durante la rivoluzione delle Asturie, iniziata con lo sciopero generale proclamato dai socialisti contro le tentazioni autoritarie del governo di destra, Franco, investito dal Governo, attuò una feroce repressione contro i minatori e ordinò il bombardamento aereo di Oviedo e il successivo rastrellamento. Tra i minatori in rivolta e i militari si suppone vi furono quattordicimila morti. Nelle  file dell’esercito mise in atto una totale epurazione di tutti gli ufficiali con tendenze democratiche. Era chiaro il pensiero politico del generale Franco che, intervistato da una giornalista, dichiarò: <<Questa è una guerra di frontiera e i fronti sono il socialismo, il comunismo e le altre sovversioni che attaccano la civiltà per sostituirla con la barbarie>>. Questa dichiarazione e il successo nella repressione dei moti rivoluzionari gli valsero la nomina a comandante dell’esercito di stanza in Marocco. Ma non ritornò in Africa, era troppo utile alla destra per mettere ordine e riorganizzare le forze armate.

Nelle elezioni del 16 febbraio 1936 vinse la sinistra, unita sotto la bandiera del Fronte popolare. I conservatori spagnoli furono spaventati dalle affermazioni di Largo Caballero che, dopo la vittoria, dichiarò: <<Nel giorno della vendetta non lasceremo pietra su pietra di questa Spagna che vogliamo distruggere, per costruire la nostra>>. Anche i moderati si spaventarono, al punto che si aprì la strada per un diffuso consenso alla dittatura. Il nuovo governo di sinistra si affrettò a inviare fuori dai confini i vari generali simpatizzanti di destra e Franco finì alle Canarie da dove mantenne contatti con tutti gli altri generali per organizzare un colpo di stato. L’alzamiento fu annunciato alla radio con la frase in codice “su tutta la spagna, il cielo è senza nubi”.

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Franco si liberò immediatamente dei suoi avversari interni che riteneva troppo moderati e si fece nominare, nel mese di settembre, comandante di tutte le forze armate e capo dello stato. Il suo golpe colse di sorpresa i governativi in molte regioni e in alcune importanti città come Siviglia e Granada ma a Madrid e Barcellona l’insurrezione fu schiacciata dalla Guardia Civil, dai militanti della sinistra e dal popolo in armi. Anche gran parte della Marina e dell’Aviazione rimase fedele al governo repubblicano. Franco, bloccato in Marocco con il suo esercito, chiese aiuto a Mussolini e a Hitler, che risposero positivamente all’appello. Con l’aiuto di un ponte aereo italo-tedesco, le truppe di Franco, bloccate in Marocco, furono trasportate a Badajoz, in Estremadura, dove passarono per le armi tutti i miliziani governativi e i loro sostenitori, circa 1500 tra uomini e donne tra cui Federico García Lorca. Il suo aguzzino, un ex deputato cattolico, dopo la sua morte dichiarò: <<Bene, ha fatto più danno lui con i libri che gli altri con le rivoltelle>>. Ormai era guerra civile. A livello internazionale si formano due schieramenti. Germania, Italia e Portogallo, con la benedizione del Vaticano, appoggiarono i golpisti. Francia, Messico e Unione Sovietica si attestarono su posizioni antifasciste, garantendo rifornimenti bellici al governo repubblicano di Madrid.

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Fu una sanguinosa guerra civile che durò tre anni, vinta la quale, nell’aprile del 1939, Franco assunse la guida definitiva della Spagna, instaurando una dittatura che represse violentemente ogni opposizione interna. Secondo lo storico spagnolo Javier Tussel, subito dopo la fine della guerra civile, il regime provvide alla fucilazione di 50.000 repubblicani, all’arresto di 250.000 sospetti di crimini o di complicità con i “rossi” e a una spietata epurazione tra gli insegnanti e i dipendenti della pubblica amministrazione. Nel 1939 emanò la legge sulle responsabilità politiche, con la quale soppresse tutti i partiti e i sindacati, tranne quello falangista. Nel 1940 fu definito reato l’organizzazione e l’appartenenza a logge massoniche e a cellule comuniste. Nel 1941 furono definite le norme sulla sicurezza dello stato. La pubblica istruzione fu riaffidata alla chiesa che divenne il principale strumento della dittatura di Franco. La libertà di culto fu soppressa e il cattolicesimo ritornò a essere religione di stato. Le leggi su matrimonio civile e il divorzio furono abrogate. Fu reso obbligatorio l’insegnamento della religione anche nelle università. S’istituì una censura ecclesiastica. Lo scrittore francese François Mauriac, premio Nobel per la letteratura nel 1952, parlando della dittatura spagnola, affermò:<<… per milioni di spagnoli, cristianesimo e fascismo si confondono, e non potranno più odiare l’uno senza odiare l’altro>>.

Nel 1969 nominò suo successore Juan Carlos di Borbone, che alla sua morte fu incoronato re di Spagna. L’8 giugno 1973, consumato dal morbo di Parkinson, lasciò la carica di primo ministro a Luis Carrero Blanco. Morì il 20 novembre del 1975.

Franco trasformò, con il suo regime, la Spagna in un immenso campo di concentramento per gli sconfitti e in un convento, gestito insieme alla chiesa, per il resto della popolazione. Chi voleva recarsi in Spagna doveva munirsi di un’attestazione del suo parroco circa la sua buona condotta religiosa. La fine della dittatura ha restituito la Spagna alla civiltà.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Questa settimana torniamo ad occuparci di dettagli…

Chi è l’artista che ha dipinto quest’opera?? Lo riconoscete?

Soluzione del Rompicapo del 23-01-2015

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Si tratta de La Calunnia, un dipinto a tempera su tavola (62×91 cm; v. glossario) di Sandro Botticelli, databile al 1496 e conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Il soggetto rimanda all’ekphrasis (v. glossario) di Luciano di Samosata contenuta nel De Calumnia (II sec. d.C.) che, integralmente riportata da Leon Battista Alberti nel terzo libro del trattato De Pictura (1435), si pone quale riferimento imprescindibile per i numerosi tentativi di trasposizione pittorica e quale affidabile chiave di lettura per la versione botticelliana. Il motivo della Calunnia di Apelle, sviluppato in molte varianti testuali ed iconografiche, assume particolare rilevanza nella produzione figurativa italiana a partire dal 1472, anno della sua prima rappresentazione miniata per mano di Bartolomeo Fonzio.

La complessa iconografia botticelliana riprende fedelmente l’episodio originale e la scena viene inserita all’interno di una grandiosa aula, riccamente decorata di marmi e rilievi e affollata di personaggi; il quadro va letto da destra verso sinistra: il re Mida, riconoscibile dalle orecchie d’asino, nelle vesti del cattivo giudice, è seduto sul trono, consigliato da Ignoranza e Sospetto; davanti a lui sta il Livore, l’uomo con il cappuccio nero, coperto di stracci e con la torcia in mano; dietro a lui è la Calunnia, donna molto bella e che si fa acconciare i capelli da Perfidia e Frode, mentre trascina a terra il Calunniato impotente; la vecchia sulla sinistra è la Penitenza e l’ultima figura di donna sempre a sinistra è la Verità, con lo sguardo rivolto al cielo, come a indicare l’unica vera fonte di giustizia.

È l’amara constatazione che rivela tutti i limiti della saggezza umana e dei principi etici del classicismo, non del tutto estranea alla filosofia neoplatonica. È dunque il segno più evidente dell’infrangersi delle sicurezze fornite dall’umanesimo quattrocentesco, a causa del nuovo e turbato clima politico e sociale che caratterizzerà la situazione fiorentina dopo la morte del Magnifico nel 1492; in città imperversavano infatti le prediche di Girolamo Savonarola, che attaccò duramente i costumi e la cultura del tempo, predicendo morte e l’arrivo del giudizio divino e imponendo penitenza ed espiazione dei propri peccati. Lo stesso Botticelli fu assai colpito dalle predicazioni del Savonarola tanto da cambiare i soggetti e il modo di dipingere e il quadro della Calunnia è lo spartiacque tra un primo Botticelli umanista e un secondo più mistico.

Brava Martina Lalla per aver individuato il dipinto…e grazie per la partecipazione!