Gertrude Stein e la “Generazione perduta”

Gertrude Stein (1874-1946), studiosa di psicologia sperimentale e di neurologia, portò nella letteratura la sua vena scientifica e la sua attenzione per la tecnologia moderna. Con lei si può parlare di sperimentalismo e proiezione verso il futuro.

La scrittrice americana si concentra sul linguaggio e sulla capacità della società contemporanea di modificare i modi di percezione.

Three Lives [Tre esistenze] del 1908, per esempio si presenta come analisi e scomposizione critica del linguaggio delle tre protagoniste, quello mentale e quello parlato. Alla Stein qui interessa più che la storia delle tre donne, la loro psicologia e l’analisi linguistica. Prende così piede la svalutazione della trama che nelle opere successive sarà ancora più evidente. In Tenders Buttons [Teneri bottoni] del 1914 si sente l’influenza del cubismo. Infatti con la tecnica del “collage” trasferisce sulla pagina la multilateralità sincronica di un presente nel quale confluiscono le tre dimensioni del tempo.

Gertrude Stein con il suo sperimentalismo mette in discussione sia la parola sia i generi letterali ibridandoli e destrutturandoli. Così il racconto cessa di raccontare (The Making of Americans [C’era una volta gli americani] (1925) e il trattato scientifico diventa surreale (The Geographical History of America [Storia geografica dell’America] (1936).

Lei visse a Parigi fino alla sua morte insieme alla compagna Alice B. Toklas e fece della sua casa un punto di incontro tra artisti europei (Pablo Picasso, Henri Matisse, George Braque) e scrittori americani (Sherwood Anderson, Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald). Il salotto di Rue de Fleurus 27, non lontano dal giardino del Lussemburgo, fu il polo attrattivo di questi artisti e narratori.

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Anderson era lo scrittore americano che forse di più si avvicinava allo stile innovativo di Gertrude Stein, e fu proprio lui che presentò Hemingway alla scrittrice. Gertrude subì fin dall’inizio il fascino di questo squattrinato giovane scrittore americano che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale prestando servizio sul fronte italiano del Piave. Hemingway da parte sua frequentò il salotto della scrittrice americana, entrando a far parte di quel gruppo di scrittori espatriati dall’America negli anni Venti, e che erano maturati proprio nel periodo della Grande Guerra, definiti dalla stessa Stein “La generazione perduta”. Questa espressione fu resa popolare dallo stesso Hemingway che la cita nel suo primo romanzo Fiesta (1926) attribuendola alla sua mecenate e mentore Stein. Successivamente confessò nel romanzo, pubblicato postumo, Festa mobile, di aver preso in prestito l’espressione “Generazione perduta” dal proprietario del garage dove era tenuta l’auto della scrittrice. L’uomo avrebbe rivolto l’espressione: “Siete tutta una génération perdue!” ad un giovane meccanico che non era riuscito a riparare l’auto di Gertrude. La Stein, nel raccontare la storia di Hemingway, aggiunse: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta”.

Ernest e Gertrude avevano un rapporto molto vivace e lei, più anziana, gli faceva da maestra di vita. Non è da escludere il fatto che lo stile innovativo di Three Lives, avesse avuto una certa influenza sullo stesso modo di scrivere di Hemingway. I due scrittori amavano molto andare alle corse dei cavalli, e se vincevano c’era in programma il ristorante dove erano soliti incontrare James Joyce con la moglie e i figli. Alice, la compagna di Gertrude, sembra avesse spesso mostrato una certa gelosia per lei tanto da non vedere di buon occhio l’amicizia con Ernest. Lo scrittore americano infatti aveva dimostrato una certa attrazione erotica per Gertrude che confessò ad un amico, e che era convinto fosse da lei ricambiata. Così Alice riuscì a convincere la scrittrice del carattere subdolo di Hemingway e a farlo allontanare dalla frequentazione della loro casa.

Entrò a far parte del circolo del salotto di Reu de Fleurus anche il raffinato e ricco Fitzgerald, scrittore del celebre romanzo The Great Gatsby (1925). Qui Scott ebbe modo di conoscere anche Hemingway, e la loro conoscenza si approfondì in modo particolare durante un viaggio da Lione a Parigi. I due artisti erano profondamente diversi tra loro, sanguigno e vitale Hemingway, decadente e raffinato Fitzgerald, e nonostante ciò riuscirono a stringere un legame di reciproca simpatia e ammirazione. Dopo Parigi i due non ebbero più modo di rivedersi.

Per dieci anni, dal 1904 al 1914, Gertrude e i suoi fratelli Leo e Michael, oltre a Sarah, la moglie di quest’ultimo, furono i più attivi e profondi conoscitori delle avanguardie parigine. Nel 1906 il fratello Leo acquistò infatti il suo primo Picasso e volle assolutamente conoscere l’artista, che ben presto divenne un affezionato frequentatore di casa sua. La frequentazione di Gertrude Stein, la più intellettualmente dotata della famiglia, diventò centrale per la maturazione di Picasso. Tramite lei conobbe Henry Matisse, che stimerà molto, e poté osservare le importanti opere di Cézanne. Ma lo scambio non fu a senso unico, i romanzi della scrittrice sono considerati tra le più esplicite traduzioni delle novità introdotte da Picasso nella rappresentazione pluridimensionale dell’oggetto.

Il libro di Gertrude Stein su Picasso, pubblicato per la prima volta nel 1938, è a tutt’oggi la più vivace introduzione, particolareggiata e critica, del personaggio dominante l’arte del XX secolo. E non è un caso che a scriverla sia stata Gertrude Stein, il grande mostro sacro dell’avanguardia, la testimone per eccellenza, che ebbe modo di seguire la vita di Picasso a partire dal primo periodo a Parigi. Per la Stein Picasso fu fin dall’inizio un gigante della pittura, un insuperabile artista. Gertrude osservò tutte le sue fasi stilistiche, dal periodo rosa alla scoperta dell’arte negra, dal cubismo al neoclassico monumentale, con una attenzione penetrante, con una devozione quasi infantile e con una autonomia e forza di giudizio di cui queste pagine sono una splendida prova. E sono pagine che possono anche essere considerate un esempio di quella singolare arte della scrittura – paratattica, insistente, nostalgicamente legata a un ideale parlato americano – che nell’opera della Stein si è manifestata poche altre volte in una forma altrettanto perfetta.

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Un famoso aneddoto spiega il tipo di rapporto che vi era tra i due: una sera, durante una cena nella casa parigina della Stein, uno sconosciuto si avvicinò a Picasso e, indicandogli il quadro appeso alla parete, gli chiese: “E’ Gertrude Stein?” “Si.” “Non le assomiglia!” E Picasso: “Non importa. E’ lei che finirà per assomigliargli”.

Sara D’Incertopadre – Maura Ricci

1849 La Repubblica Romana

Dopo aver inviato a sostegno del Piemonte un esercito pontificio, Pio IX si convinse che la guerra contro l’Austria, dichiarata da Carlo Alberto, fosse vantaggiosa solo per i Savoia. Per questo motivo emanò l’Allocuzione del 29 aprile 1848 con la quale condannava la guerra all’Austria: <<… ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d’Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci… ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli.>>. Pio IX cominciò a sconfessare gli entusiasmi patriottici che aveva suscitato nei mesi precedenti. Il generale Giovanni Durando, a capo dell’esercito pontificio, saputo dell’Allocuzione del Papa, decise di non ubbidire e rimase a sostenere la rivolta di Venezia governata da Daniele Manin. Quando le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci, grazie all’intervento del maresciallo Radetzky che costrinse Carlo Alberto a ripiegare su Milano, il generale Welden, per ordine del maresciallo austriaco, attraversò il Po arrivando a Ferrara e Bologna, insediando le legazioni del Papa. Ma la popolazione di Bologna insorse, costringendo Welden a ripiegare sul Po. La reazione dei bolognesi non fu un atto di fedeltà al Papa ma una ribellione alla tracotanza degli austriaci. Infatti, a Roma, e in tutto lo stato della Chiesa, Pio IX cominciò a risentire di una forte opposizione politica per il distacco del Papato dalla causa dell’unità nazionale.

Dopo una serie di crisi di governo, il 15 novembre Pellegrino Rossi, ultimo primo ministro, fu assassinato da un gruppo di popolani di cui faceva parte il figlio di Ciceruacchio che inscenò sotto il Quirinale, una manifestazione per chiedere “…un ministero democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La sera del 24 novembre Pio IX fuggì da Roma, vestito da semplice sacerdote. La sera del 25 era già nella fortezza di Gaeta sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni che votarono un’assemblea costituente la cui prima riunione si tenne il 5 febbraio. Lo stesso giorno la nuova assemblea proclamò la repubblica e il 9 febbraio, con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti, votò la Costituzione della Repubblica Romana. Il 5 marzo arrivò a Roma Mazzini eletto deputato in un’elezione suppletiva. In quel momento il potere era nelle mani di un triumvirato Mazzurelli-Armellini-Saffi. Il primo, sconfortato dalla sconfitta di Carlo Albero a Novara, cedette il posto a Mazzini.

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Mazzini era dell’idea che servisse un potere provvisorio e dittatoriale, che rendesse la rivoluzione romana, l’emblema e la guida della rivoluzione italiana. Se Carlo Alberto avesse ripreso l’iniziativa contro gli austriaci per unificare l’Italia, bisognava secondarlo, contrapponendo però a quella monarchia una soluzione democratica e repubblicana del problema nazionale. Era il repubblicano Mazzini di sempre, che divenne in quel momento il vero e unico dittatore di Roma. Dovette affrontare però enormi difficoltà. Prima fra tutte l’impossibilità di costituire un esercito repubblicano vista la riluttanza della popolazione alla leva. Inoltre le casse dello Stato erano vuote quindi armare i diecimila soldati che riuscì a mettere insieme, impresa impossibile. Inoltre non esistevano fabbriche che producessero armi all’interno dello Stato pontificio e acquistarle fuori davvero impossibile, circondato com’era dai nemici della Repubblica. Il Papa aveva lanciato un appello a tutte le potenze cattoliche affinché lo restaurassero sul trono e l’appello non fu inascoltato. Dal sud era in marcia un esercito borbonico. La Spagna stava armando una spedizione navale. Radetzky non aspettava altro che scagliare le sue truppe su Roma. L’unica speranza era la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte. Quest’ultimo, che si apprestava a diventare imperatore e non voleva inimicarsi le grandi potenze, attuò un doppio gioco. Fece credere ai romani di intervenire per cercare una mediazione tra il Papa e il governo rivoluzionario, e agli austriaci di occupare Roma per restaurarvi il Papa. Quando i francesi sbarcarono a Civitavecchia, mandarono il colonello Le Blanc a colloquio con Mazzini con il messaggio che i francesi intendevano impiantarsi a Roma per favorire un accordo del governo con Pio IX e prevenire una spedizione punitiva austro-borbonica. Mazzini convocò l’assemblea e pose il dilemma: accettare che i francesi entrassero in città credendo nel loro intento di mediazione o opporgli resistenza rifiutando il loro intervento.

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L’assemblea si pronunciò per la resistenza e diede pieni poteri a Mazzini. I francesi attaccarono il 30 aprile ma Garibaldi, che era corso a Roma per combattere al servizio della Repubblica, li sgominò e prese a inseguirli, fermato solo dall’ordine di Mazzini, preoccupato della presenza dell’esercito borbonico a Palestrina. Nonostante fosse ferito, Garibaldi mise in fuga anche i borbonici e mentre entrava in territorio napoletano, venne di nuovo fermato dal generale Rosselli cui il governo aveva affidato il comando supremo. Ormai il destino della Repubblica Romana era segnato. Una spedizione spagnola sbarcata a Gaeta, puntava su Terracina. Gli austriaci erano in marcia su Ancona. L’esercito francese, comandato dal generale Oudinot, ricevuti rinforzi, si preparava alla rivincita. I francesi, che in un primo momento avevano concordato con Mazzini un ingresso pacifico a Roma, la notte tra il 2 e 3 giugno 1849 si schierarono tra il Gianicolo, villa Pamphilii e villa Corsini, assediando Roma e sottoponendola a un violento bombardamento.

Fu Garibaldi a opporre un’estrema resistenza, assalendo più volte villa Corsini dove perì il meglio dei suoi uomini. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno Oudinot sferrò l’attacco decisivo che costò ai romani una carneficina. Mazzini riunì l’assemblea per decidere il da farsi: capitolazione, resistenza fino alla morte, evacuazione dell’esercito per continuare la lotta. Mazzini e Garibaldi erano per l’evacuazione ma l’assemblea decise la capitolazione. Il 3 luglio i francesi entrarono a Roma ponendo fine alla Repubblica Romana.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Oggi abbiamo il dettaglio di una scultura molto famosa…quale è il soggetto? E chi l’autore?

Soluzione del Rompicapo del 2-02-2014

dettaglio rompicapo

Il dettaglio appartiene all’opera Armonia in rosso, o La stanza rossa, di Henri Matisse. Il quadro (olio su tela, cm 180,5×221), composto dall’artista nel 1908 e acquistato nello stesso anno dal collezionista russo Sergei Shchukin, è oggi conservato al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

I due fattori che immediatamente colpiscono sono le ampie superfici cromatiche e la bidimensionalità del quadro, che non presenta profondità spaziale. Le sottilissime linee di contorno e confine sono annullate dal colore rosso, e i motivi floreali presenti sulla tovaglia proseguono sulla tappezzeria della parete di fondo in un continuum decorativo. Protagonista indiscusso del quadro è il colore (rosso, blu, giallo), steso dal pittore in macchie monocrome piene. È proprio l’isolamento e l’appiattimento della componente cromatica a generare il totale appiattimento decorativo della composizione. Risulta chiaro che non vi è rappresentazione del reale ma di uno spazio interiore ed emotivo.

La lettura di Note di un pittore, scritto da Matisse poco prima di dipingere quest’opera, ci conferma quanto per l’artista l’approfondimento dei mezzi pittorici fosse indispensabile per la trasmissione di un’emozione attraverso il quadro. Se i mezzi pittorici riescono a trasmettere un’emozione, valgono indipendentemente per la loro istanza rappresentativa e referenziale.

La scelta del luogo occupato dalle figure, gli spazi vuoti attorno ad esse, le proporzioni, quindi l’intera organizzazione del quadro è volta all’espressività.

L’intensificazione dell’osservazione della realtà ha lo scopo di creare un’armonia, un equilibrio, una serenità parallela.

In origine il quadro era stato concepito come Armonia in blu, e così esposto al Salon d’Automne di Parigi, ma solo la scelta di modificarlo col colore rosso convinse Matisse che l’opera fosse realmente finita. Proprio in quegli anni l’artista si avvicinava alla scoperta della cosiddetta “sintesi astrattiva”, comprendendo come la qualità del colore fosse data dalla quantità dello stesso. Questa costante ricerca all’interno della pittura caratterizzò tutta l’attività di Henri Matisse, padre del movimento espressionista dei Fauves.