Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Nell’autunno del 1922, superato il primo attacco d’ictus del 25 maggio, Lenin tornò al Cremlino per riprendere la sua attività, ma il 16 dicembre un nuovo attacco lo paralizzò definitivamente. Costretto in poltrona, cominciò a dettare, in maniera disordinata, note, appunti e promemoria alle sue segretarie. Si rendeva conto di essere in pericolo di vita ma non mise in campo nessuna misura che preparasse il partito ad agire, semmai, senza di lui. Si riteneva ancora insostituibile.

La moglie Krupskaia divenne la sua portavoce e l’unico canale che lo collegava a Stalin. Quest’ultimo all’XI congresso, tenuto nel marzo del 1922, divenne segretario generale del partito con il beneplacito di Lenin che lo riteneva ancora “…quel meraviglioso georgiano…” apprezzato a Cracovia nel 1913. A molti quell’incarico parve avere solo connotati amministrativi, ma in effetti, unito a una serie di altri incarichi, concentrava nelle mani di Stalin un impressionante cumulo di poteri. Addirittura aveva quello di presiedere il gruppo di medici curanti di Lenin. Costrinse, infatti, questi dottori a imporre misure restrittive al malato impedendogli qualsiasi attività: non poteva ricevere documenti e notizie dall’esterno né dettare direttive da impartire ai capi del partito. Ma Lenin, aiutato dalla moglie Krupskaia che da qualche tempo provava una profonda avversione per Stalin, prese a dettare un promemoria, in seguito definito impropriamente come il suo testamento, nel quale espresse tutte le preoccupazioni che lo assillavano. Era un’analisi della situazione politica del paese e del partito, non era un testamento perché mancava del requisito fondamentale per esserlo: il nome del suo successore. Nel promemoria egli prese in considerazione alcune personalità del partito, le uniche che sarebbero potute succedergli, ma ne fece una descrizione che inconsciamente li escludeva dalla successione. Di Trozki dice. “…l’uomo più capace dell’attuale Comitato centrale…” ma che “si distingue anche per l’eccessiva sicurezza di sé e per l’eccessiva inclinazione agli aspetti puramente amministrativi del lavoro…” e ancora ne ricorda il “…non bolscevismo…”.

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Di Bucharin afferma: “…pur essendo il più pregevole e il più grande teorico del partito…” oltre che esserne il “…prediletto…”, non poteva essere considerato “…pienamente marxista…”, in quanto ignorava la “…dialettica…” che “…non ha mai imparato e, credo, non ha mai capito a fondo…”.  Su Pjatakov il giudizio era lo stesso di Trozki ma espresso in maniera molto più feroce. Di Stalin dice: “…il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza…”. Il giudizio meno severo fu proprio quello espresso su Stalin, a conferma che fosse ancora lui, nelle intenzioni di Lenin, il successore designato. Nei giorni seguenti però, forse influenzato dalla moglie Krupskaia costretta a subire l’asfissiante controllo di Stalin e quindi in aperta polemica con lui, Lenin volle aggiungere al suo promemoria la frase: “Stalin è troppo rude e questo difetto, del tutto tollerabile nei rapporti fra noi comunisti, diviene intollerabile nell’incarico di segretario generale. Perciò io propongo ai compagni di rimuovere Stalin da quell’incarico e nominarvi un altro che differisca da Stalin soltanto per una prerogativa, e precisamente che sia più paziente, più leale, più gentile e premuroso verso i compagni, meno capriccioso…”.

Nonostante quel giudizio fosse dal punto di vista politico inconsistente, Stalin fece in modo che quel promemoria non arrivasse al Comitato centrale, ma finisse nel suo archivio riservato. Egli riteneva che, morto Lenin, avrebbe potuto determinare sconcerto nel partito al punto da escludere tutti quelli nominati nello scritto dalla guida del paese e del partito. Dopo la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, Stalin mantenne un atteggiamento molto moderato e disponibile, facendo sue le critiche mosse dai suoi avversari nel XII congresso, il primo senza Lenin. Per ora gli bastava aver evitato lo scontro con Lenin, messo fuori gioco dalla sua malattia. Avrebbe avuto tutto il tempo di liberarsi a uno a uno dei suoi avversari ma anche dei suoi amici.

Soltanto nel 1956, durante il XX Congresso del Pcus, Nikita Chruščёv svelò l’esistenza di questo documento ritenuto il testamento di Lenin.

Salvo Fumetto

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