Il David di Michelangelo

Se siete stati a Firenze vi sarà sicuramente capitato, nelle passeggiate per i monumenti del centro, di vedere più statue del David di Michelangelo in diversi punti della città. Una si trova in Piazza della Signoria, al lato dell’entrata di Palazzo Vecchio, un’altra in bronzo si trova su di un imponente piedistallo nel famoso Piazzale dedicato proprio a Michelangelo, in quella che i fiorentini chiamano la parte diladdarno di Firenze. Nessuno dei due David è quello scolpito da Michelangelo tra il 1501 e il 1504, ma si tratta di copie. La scultura originale è conservata in un luogo chiuso e straripante di significato storico e artistico: la Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Ma veniamo alla storia della famosissima statua michelangiolesca.

Nella primavera del 1501 Michelangelo fece ritorno a Firenze dopo un soggiorno di oltre quattro anni a Roma, dove ottenne il prestigioso incarico, dai consoli dell’Arte della Lana e dell’Opera del Duomo, di scolpire una gigantesca figura di David in un blocco di marmo di Carrara, abbozzato già da Agostino di Duccio nel 1464 e da Antonio Rossellino nel 1475, da collocare in uno dei contrafforti (v. glossario) della Chiesa di Santa Maria del Fiore.

Il blocco di marmo presentava grossi problemi giacché non si trattava di un marmo di alta qualità: il blocco risultava particolarmente fragile e aveva la tendenza intrinseca alla cottura, cioè alla perdita di coesione dei cristalli; oltre ciò presentava numerose fenditure e fori, detti taroli, che rendevano il colore del marmo poco omogeneo.

La forma del blocco era ritenuta un ulteriore ostacolo poiché era troppo alto e stretto, insufficiente quindi per un pieno sviluppo tridimensionale della figura.

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Michelangelo diede inizio ai lavori il 9 settembre del 1501. Il 14 ottobre fece costruire un recinto di tavole di legno attorno al suo campo di lavoro, disturbato forse dagli occhi indiscreti di chi voleva vedere il David in lavorazione.

La realizzazione dovette essere quindi circondata da un’aura di mistero e da una trepidante attesa da parte dei fiorentini che, consci della grandiosità del progetto, erano impazienti di vedere il capolavoro finito.

Il 23 giugno 1503, alla vigilia della festa di san Giovanni, patrono della città, il recinto fu aperto e la popolazione poté finalmente ammirare il capolavoro in via di completamento. Il 25 gennaio dell’anno seguente la statua fu definita “quasi finita” e si proseguì a nominare una commissione, composta dai maggiori artisti presenti in città, per scegliere una nuova importante collocazione per la scultura così imponente e carica di significati simbolici.

Il gigante scolpito da Michelangelo si allontanava radicalmente dalla tradizionale iconografia dell’eroe biblico. All’adolescente raffigurato da Donatello e dal Verrocchio si andava a sostituire una figura di giovane atletico, non ancora trionfante sull’avversario, ma in procinto di lottare, con tutte le membra in tensione che connotano in genere concentrazione, insieme, fisica e psichica.

Alla celebrazione dell’eroe biblico si sovrapponeva la concentrazione umanistica e repubblicana del cittadino-guerriero, figura proposta dall’allora segretario della Repubblica fiorentina Niccolò Machiavelli che voleva istituire una milizia permanente per evitare di dipendere da milizie mercenarie nella difesa dello Stato. La nudità e la prestanza fisica del David venivano quindi associate all’immagine di Ercole, esaltato a Firenze come simbolo delle virtù civiche.

Il Gonfaloniere di Giustizia, Pier Soderini, cogliendo subito l’importanza del significato che questa statua veniva ad assumere, propose di collocarla nella Piazza dei Priori, l’attuale Piazza della Signoria, luogo carico di valori politici rispetto ad uno dei contrafforti di Santa Maria del Fiore, il luogo religioso per eccellenza della città.

Nel maggio del 1504 la scultura fu trasportata in Piazza della Signoria tra l’entusiasmo dei contemporanei: “14 Maggio 1504 trassi dall’Opera del Duomo il Gigante di marmo, uscì alle 24h e ruppono il muro sopra la porta (dell’Opera) tanto che ne potesse uscire, e in questa notte fu gittato certi sassi al Gigante da far male. Havea più di quaranta uomini a farlo andare e penossi sino al di’ 8 Giugno 1504 a posarlo in su la ringhiera”.

La statua fu imbragata all’interno di un marchingegno di legno costruito appositamente per il trasporto, facendola scivolare su tronchi dal Cortile dell’Opera, nei pressi dell’abside del Duomo, fino a Piazza della Signoria. Michelangelo continuò a lavorare agli ultimi ritocchi al David durante quell’estate. La grande statua fu infine inaugurata l’8 settembre 1504 di fronte a Palazzo Vecchio, dove rimase fino al luglio del 1873, quando si decise di spostare l’opera all’interno dell’Accademia di Belle Arti per evitare che agenti atmosferici potessero danneggiarla ulteriormente.

Interessanti sono le proporzioni della colossale statua in quanto sia la testa che le mani sono leggermente sproporzionate rispetto al corpo. E’ possibile che le diverse dimensioni del cranio e delle mani fossero state decise per il punto di vista da cui doveva essere osservata la statua: l’artista decise di privilegiare infatti una visione dal basso data l’iniziale collocazione su un contrafforte molto elevato. Ma potrebbe anche trattarsi di un fatto puramente simbolico. La testa leggermente più grossa rappresentava il potere della ragione, ciò che distingue l’essere umano dagli animali, mentre le mani erano il mezzo attraverso il quale la ragione si esprimeva. Sproporzioni o no, il David di Michelangelo eccelle per l’armonia delle forme e la perfezione anatomica degli arti, dei muscoli e perfino delle vene.

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Non è difficile capire perché nei secoli questa scultura sia diventata il simbolo della città di Firenze e dell’Italia intera, privilegio solo di un’altra importante e ammirata opera italiana, la Gioconda di Leonardo da Vinci, entrambe rappresentano il genio rinascimentale italiano che fu.

Il Vasari così ci descrive l’ammirazione per la scultura considerate tra le più belle mai realizzate dall’umanità già nel Cinquecento: “Veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine […] con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finì Michel Agnolo.

Sara D’Incertopadre

L’eccidio di Cefalonia

Dopo l’armistizio di Cassibile, firmato l’8 settembre del ’43, le prime reazioni dei soldati italiani furono di stupore e di gioia, nell’illusione che la guerra stesse per finire. Presto però lo sconcerto si diffuse tra i soldati e gli ufficiali italiani, e in particolare nelle truppe schierate sul fronte greco, dove gli ordini tardavano ad arrivare e gli ufficiali non erano in grado di assumere decisioni sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi. Questa incertezza causò varie tragedie alle forze armate italiane e tra queste s’inserì l’episodio atroce della divisione Acqui, che presidiava l’isola di Cefalonia agli ordini del generale Antonio Gandin.

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Dopo una fase interlocutoria durante la quale il tenente colonnello Hans Barge, comandante del distaccamento tedesco sull’isola, pretendeva la consegna delle armi, basandosi anche sugli ordini inviati ai vari comandi italiani dal generale Carlo Vecchiarelli, comandante supremo dell’armata italiana in Grecia, si giunse senza scontri al 12 settembre grazie alla diplomazia di Gandin che conosceva bene la lingua tedesca e aveva intrattenuto sempre cordiali rapporti con il comando. Lo stesso giorno Barge, irritato dall’esitazione italiana, propose al generale Gandin tre opzioni: o la collaborazione, o la lotta, o la consegna delle armi, senza dare nessuna garanzia sul rimpatrio delle truppe in territorio italiano.

Gandin non si assunse la responsabilità di prendere una decisione e sentì il parere degli ufficiali e della truppa. I soldati avevano un’inaspettata volontà di resistere, contando sia sulla superiorità numerica – diecimila italiani contro milleottocento tedeschi – sia sulla vicinanza del suolo italiano, solo duecento miglia da Brindisi, sede del nuovo governo Badoglio. La mattina del 13 settembre il capitano Renzo Apollonio, innervosito dalla presenza di due mezzi da sbarco tedeschi che doppiavano capo San Teodoro, ordinò alle sue batterie di aprire il fuoco, dando così inizio alla battaglia. Da Cefalonia partirono immediatamente messaggi radio con richieste d’aiuto, ricevuti al comando della Marina dal contrammiraglio Giovanni Galati. Galati caricò due torpediniere, la Sirio e la Clio, di medicinali, pezzi antiaerei e munizioni, e fece rotta su Cefalonia. Purtroppo fu fermato dagli alleati con l’ordine di rientrare giacché quella missione non era stata da loro autorizzata.

I combattimenti durarono fini al 22 settembre, con interventi degli Stukas che mitragliavano e bombardavano le postazioni italiane e che favorirono la vittoria dei tedeschi. Il 24 settembre Gandin fu catturato e fucilato alla schiena. In combattimento 1200 soldati persero la vita mentre gran parte furono massacrati dalla vendetta tedesca. I superstiti furono caricati su due piroscafi per essere internati nei lager tedeschi, ma le mine, piazzate nello Ionio, affondarono le due imbarcazioni, portando il bilancio definitivo delle vittime di Cefalonia a 9646.

La storia della strage di Cefalonia è elegantemente descritta nel film di John Madden Il mandolino del Capitano Corelli, tratto dall’omonimo romanzo di Louis Bernières. La figura del capitano Corelli, interpretata splendidamente da Nicolas Cage, sembra ispirata a quella del capitano di artiglieria Amos Pampaloni, uno dei pochi superstiti della strage che in seguito si unì all’ELAS, la resistenza greca, per combattere i tedeschi. Questa interpretazione è stata però smentita dall’autore del romanzo.

Salvo Fumetto

Matilde Serao e il Verismo

Nacque in Grecia, a Patrasso, nel 1857, da madre greca e padre napoletano. All’età di tre anni si trasferì a Napoli e qui da ragazza, lavorò prima come impiegata ai Telegrafi di Stato e poi come maestra di scuola. Successivamente visse a Roma, sposò Edoardo Scarfoglio, giornalista, ed entrò anche lei nell’ambiente giornalistico collaborando al “Corriere di Roma”. Con il marito poi tornò a Napoli dove fu condirettrice del “Corriere di Napoli” e poi del “Mattino”. All’inizio del Novecento, dopo la separazione dal marito dal quale aveva avuto quattro figli, fondò “Il Giorno”.

Esordì nel 1878 con una raccolta di novelle Opale e nel 1881 con un romanzo sentimentale Cuore inferno. Dedicò a Napoli alcuni libri importanti, oscillanti tra l’indagine sociologica e l’invenzione letteraria. In queste opere si manifesta una sua adesione al Verismo che non ha niente del rigore scientifico di Capuana e Verga, ma sta nelle descrizioni dettagliate degli ambienti e dei caratteri. In Il ventre di Napoli, un libro-inchiesta su Napoli del 1884, resta fedele al modello naturalista di Emile Zola. Infine appartengono ancora alla fase verista Il romanzo della fanciulla (1885) e la novella lunga La virtù di Checchina (1883).

Sembra invece scostarsi dalle linee veriste nei due romanzi successivi a Il romanzo della fanciulla, La conquista di Roma (1885) e Vita e avventure di Riccardo Joanna (1887) dedicati alla vita politica e culturale della capitale.

Nel Paese di cuccagna (1891) descrive le pratiche ossessive del gioco dell’otto in tutte le classi della società napoletana tornando nuovamente alle caratteristiche realiste.

Gli anni Novanta sono caratterizzati dalla crisi del Verismo e infatti la Serao se ne allontana aderendo invece a tendenze mistiche e idealistiche in polemica con il materialismo positivista. Di questa seconda fase va ricordato il romanzo Suor Giovanna della croce (1901) che racconta la storia di una suora costretta, con la chiusura di molti conventi ordinata dallo Stato italiano dopo l’unità a una vita solitaria e misera. Matilde Serao morì a Napoli nel luglio del 1927.

Maura Ricci