Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Dopo l’armistizio di Cassibile, firmato l’8 settembre del ’43, le prime reazioni dei soldati italiani furono di stupore e di gioia, nell’illusione che la guerra stesse per finire. Presto però lo sconcerto si diffuse tra i soldati e gli ufficiali italiani, e in particolare nelle truppe schierate sul fronte greco, dove gli ordini tardavano ad arrivare e gli ufficiali non erano in grado di assumere decisioni sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi. Questa incertezza causò varie tragedie alle forze armate italiane e tra queste s’inserì l’episodio atroce della divisione Acqui, che presidiava l’isola di Cefalonia agli ordini del generale Antonio Gandin.

220px-Cefalonia_posizioni_8_settembre

Dopo una fase interlocutoria durante la quale il tenente colonnello Hans Barge, comandante del distaccamento tedesco sull’isola, pretendeva la consegna delle armi, basandosi anche sugli ordini inviati ai vari comandi italiani dal generale Carlo Vecchiarelli, comandante supremo dell’armata italiana in Grecia, si giunse senza scontri al 12 settembre grazie alla diplomazia di Gandin che conosceva bene la lingua tedesca e aveva intrattenuto sempre cordiali rapporti con il comando. Lo stesso giorno Barge, irritato dall’esitazione italiana, propose al generale Gandin tre opzioni: o la collaborazione, o la lotta, o la consegna delle armi, senza dare nessuna garanzia sul rimpatrio delle truppe in territorio italiano.

Gandin non si assunse la responsabilità di prendere una decisione e sentì il parere degli ufficiali e della truppa. I soldati avevano un’inaspettata volontà di resistere, contando sia sulla superiorità numerica – diecimila italiani contro milleottocento tedeschi – sia sulla vicinanza del suolo italiano, solo duecento miglia da Brindisi, sede del nuovo governo Badoglio. La mattina del 13 settembre il capitano Renzo Apollonio, innervosito dalla presenza di due mezzi da sbarco tedeschi che doppiavano capo San Teodoro, ordinò alle sue batterie di aprire il fuoco, dando così inizio alla battaglia. Da Cefalonia partirono immediatamente messaggi radio con richieste d’aiuto, ricevuti al comando della Marina dal contrammiraglio Giovanni Galati. Galati caricò due torpediniere, la Sirio e la Clio, di medicinali, pezzi antiaerei e munizioni, e fece rotta su Cefalonia. Purtroppo fu fermato dagli alleati con l’ordine di rientrare giacché quella missione non era stata da loro autorizzata.

I combattimenti durarono fini al 22 settembre, con interventi degli Stukas che mitragliavano e bombardavano le postazioni italiane e che favorirono la vittoria dei tedeschi. Il 24 settembre Gandin fu catturato e fucilato alla schiena. In combattimento 1200 soldati persero la vita mentre gran parte furono massacrati dalla vendetta tedesca. I superstiti furono caricati su due piroscafi per essere internati nei lager tedeschi, ma le mine, piazzate nello Ionio, affondarono le due imbarcazioni, portando il bilancio definitivo delle vittime di Cefalonia a 9646.

La storia della strage di Cefalonia è elegantemente descritta nel film di John Madden Il mandolino del Capitano Corelli, tratto dall’omonimo romanzo di Louis Bernières. La figura del capitano Corelli, interpretata splendidamente da Nicolas Cage, sembra ispirata a quella del capitano di artiglieria Amos Pampaloni, uno dei pochi superstiti della strage che in seguito si unì all’ELAS, la resistenza greca, per combattere i tedeschi. Questa interpretazione è stata però smentita dall’autore del romanzo.

Salvo Fumetto

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