Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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La costruzione del castello, distaccato rispetto al centro politico del potere scaligero situato nell’attuale Piazza dei Signori di Verona, rappresenta un segnale di decadenza della Signoria Scaligera. Nel 1354, Cangrande II della Scala volle costruire il sito non “per” la città ma “contro” di essa, per ottenere maggior controllo su eventuali rivolte e garantirsi una via di fuga verso nord.

Difeso a nord dal fiume Adige, il castello venne eretto su alcune preesistenze –  sicuramente la chiesa alto-medievale di San Martino in Aquaro, i cui resti sono visibili all’interno della corte d’armi – in un tratto della cinta muraria urbana del XIII secolo che includeva la porta Morbio, murata all’inizio dell’edificazione.

Il complesso architettonico fu articolato in due parti: a est la piazza d’armi, cinta da alte mura merlate e protetta da sette torri, tra cui si staglia il Mastio costruito nel 1376 e a ovest la Reggia. Parte integrante, e suggestiva, del castello è il ponte a tre arcate attribuito a Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozo. Attraversando l’Adige, il ponte Scaligero (la denominazione è moderna) collegava il castello al giardino sulla riva sinistra.

Dopo la caduta della Signoria nel 1387, Verona passò sotto il dominio della Repubblica Serenissima di Venezia, durante il quale il castello fu adibito a caserma, divenendo nel XVIII secolo sede dell’Accademia militare. Fu il periodo del dominio napoleonico (1797-1814) a esser decisivo per la costituzione del nucleo originario del museo. Divisa in due, Verona in destra d’Adige era governata dai Francesi, l’altra parte dagli Austriaci. Le sommità delle torri e i camminamenti del castello furono smantellati, per ulteriore difesa venne edificato dai francesi un fortino, corrispondente all’attuale ala della Galleria.

Il governo napoleonico, com’è noto, soppresse chiese, monasteri e confraternite, espatriando per Parigi molte opere, tra cui quadri di Mantegna, Tiziano, Veronese. Tuttavia, nel 1861, le collezioni civiche di archeologia, arte – scultura e pittura -, scienze e storia naturale e numismatica furono raccolte in un unico edificio, Palazzo Pompei (oggi sede del Museo di Storia Naturale).

Fu invece nel 1923, sotto il regime fascista, che fu sancita la cessione dell’uso di Castelvecchio dallo Stato italiano al Comune di Verona e il passaggio definitivo da caserma a museo.

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Autori dell’arbitrario intervento di restauro furono Antonio Avena, primo direttore delle collezioni comunali veronesi, e Ferdinando Forlati, architetto della Soprintendenza. L’intenzione fu quella di rievocare la tradizione dei fasti scaligeri e l’immagine medievale del castello. Non soltanto furono rialzate le torri, ripristinati i camminamenti e le merlature ghibelline, ma furono radicalmente modificate le facciate della caserma: in quella settentrionale vennero inseriti portali e finestre gotiche, in quella orientale elementi rinascimentali provenienti da edifici veronesi ormai distrutti. Anche gli interni furono decorati “in stile” medievale, addirittura completando i rari affreschi originali! A questo punto furono trasferite le collezioni civiche d’arte antica e moderna da Palazzo Pompei a Castelvecchio. Le opere vennero esposte in spazi colmi di oggetti e arredi d’epoca medievale e rinascimentale, caratteristica dei cosiddetti “musei di ambientazione”, prevalenti nel gusto di allora.

È il dopoguerra che rappresenta, per il Museo di Castelvecchio di Verona come per molte importanti collezioni museali italiane, la stagione più avanguardista. In questi anni è stato fervido il dibattito e la riflessione sui temi della ricostruzione dei centri storici, del rapporto tra antico e moderno, del restauro di siti monumentali e della loro destinazione museale. Fu la geniale personalità dell’architetto veneziano Carlo Scarpa a indicare una nuova modalità di intervento nel restauro di edifici monumentali e un nuovo modello museografico, che rappresenta ancora oggi uno dei migliori esempi di tutta la museografia italiana ed europea.

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Quando fu chiamato a intervenire a Castelvecchio dal nuovo direttore dei musei veronesi Licisco Magagnato, a cui si deve il grande cambiamento di indirizzo culturale, Carlo Scarpa era già stato protagonista del restauro e del riallestimento di importanti musei italiani, quali le Gallerie dell’Accademia e il Museo Correr a Venezia, la Galleria Regionale di Sicilia a Palazzo Abatellis a Palermo, la Gipsoteca Canoviana a Possagno.

Delle opere dell’architetto veneziano, Castelvecchio è forse quella studiata più approfonditamente, per la peculiarità del castello medievale ma soprattutto per il restauro pulito che ne ha arricchito il valore architettonico. Il coerente progetto è documentato da un vasto gruppo di disegni di grandissima qualità, conservati nel museo e facenti parte del prezioso archivio. Le tavole sono state concepite per una costante verifica dell’intervento che, malgrado l’ampio arco temporale di realizzazione (con diverse interruzioni, dal 1958 al 1975), si è eseguito con straordinaria continuità.

Ma ora esploriamo il complesso museale…

Attraversato il ponte levatoio e la torre d’entrata, si accede al giardino, concepito da Carlo Scarpa come componente essenziale dell’architettura, fulcro da cui partono i molteplici percorsi, ovvero gli accessi al Museo, alla biblioteca, agli uffici, alla sala Boggian per le mostre temporanee e al ponte scaligero.

Nonostante la perplessità riguardo il precedente ripristino e il dubbio nell’inserire nuove aperture lungo la facciata principale, Scarpa lasciò quasi immutato l’assetto esistente: rivestì la facciata di un intonaco grigio, a grana grossa e non tinteggiato; all’estremità sinistra demolì una campata dell’ala della Galleria e vi collocò la statua equestre di Cangrande I, centro dell’intero complesso; aggiunse il volume del Sacello. Il Sacello si incastra nel secondo grande arco gotico, da destra verso sinistra, e fuoriesce dal piano di facciata. È esternamente rivestito a mosaico in pietra di Prun di colori rosa, rosso e bianco, diversamente trattata, ora grezza a spacco, ora levigata per creare un vibrante effetto luministico. Il riferimento, oltre ai mosaici bizantini, è da trovare nelle opere di Paul Klee e Piet Mondrian, artisti molto amati dall’architetto (allestì mostre di entrambi).

Superato l’ingresso del museo si accede alla Galleria delle sculture: in cinque sale collegate da passaggi a volta, segnalati da lastre di pietra rosa, cui è esposta la scultura del Medioevo veronese, tra cui spicca il Maestro di Sant’Anastasia, le cui opere emergono dal pavimento su piastre nere o bianche in calcestruzzo.

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La sala centrale presenta una delle prove più riuscite dell’allestimento di Scarpa. Due pareti colorate a grassello di calce (con un’antica tecnica rivisitata dall’architetto), contornate da linee di ferro, una rossa e un’altra, più stretta, grigio-azzurra, mostrano quattro piccole sculture su mensole aggettanti (e celano i servizi igienici!).

Al termine della Galleria, dopo aver attraversato l’alto-medievale porta del Morbio, si accede al cortile della Reggia, dove si erge la mole del Mastio trecentesco, attraverso il quale si raggiunge l’ala della Reggia. Qui, nella fase iniziale nel restauro, la prima delicata operazione fu il riconoscimento dei brani originali di affreschi sulle pareti e l’eliminazione delle false aggiunte.

La caratteristica principale dell’allestimento dei due piani della reggia (collegati da una nuova scala lignea) è la messa a punto di sistemi ostensori per ogni tipologia di opere: mensole di tufo per i polittici gotici, blocchi di tufo per le croci, cavalletti per i dipinti (ad esempio la Madonna con il bambino di Andrea Mantegna).

Grande attenzione fu dedicata alle cornici attraverso un sistema di “cornice a cassetta” che contiene l’opera in un telaio di legno, foderato nel fondo e lungo i bordi interni con un tessuto colorato intonato al dipinto (ad esempio le due Madonna con il bambino di Giovanni Bellini, presentate in un unico passepartout di velluto azzurro).

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Scese due rampe di scale, ricavate nello spessore del muro medievale, si incontra la statua di Cangrande I e, superata la porta a vetri che le fa da sfondo, si entra nella Galleria dei dipinti dal XV al XVIII secolo (qui era il fortino ottocentesco). Delimitata ai due lati lunghi dai corridoi laterali, la Galleria consta di sette pareti trasversali e di pannelli longitudinali trattati a stucco lucido che creano vere e proprie quinte tra le sale.

È al cospetto della pittura del Settecento, tra le opere di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, Francesco Guardi, Pietro Longhi e Luca Giordano che si chiude il percorso museale progettato da Carlo Scarpa, vera messa in atto del suo sostener che “Il valore di un’opera consiste nella sua esposizione – quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto”.

Serena Ficarola

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