Massimo Troisi. La napoletanità che piace.

<<Ricordati che devi morire!>>

<<Come?>>

<<Ricordati che devi morire!>>

<<Va bene.>>

<<Ricordati che devi morire!>>

<<Sì, sì, no, mo’ me lo segno proprio… c’ho una cosa…non vi preoccupate.>>

Sono le battute scambiate tra Savonarola e Mario nel film “Non ci resta che piangere” e chi sa se Massimo il 4 giugno 1994, giorno della sua morte, riprese quell’appunto che si era segnato, prima di lasciarci.

Massimo Troisi nasce a San Giorgio a Cremano, comune dell’hinterland napoletano, il 19 febbraio 1953, da una famiglia numerosa. Il padre Alfredo, macchinista delle ferrovie, e la madre Elena Andinolfi, avevano messo al mondo cinque figli. Massimo trascorre la sua adolescenza insieme con loro, i due nonni e gli zii, tutti nella stessa casa. Iniziò la sua carriera di attore nel ’69, nel teatro della parrocchia, con alcuni amici d’infanzia tra cui Lello Arena, Nico Mucci, Valeria Pezza. I quattro affittarono poi un garage che adattarono a teatro e fondarono il Centro Teatro Spazio. In seguito  a loro si aggiungerà Vincenzo Decaro. Dopo un delicato intervento al cuore, praticatogli negli Stati Uniti, al rientro in Italia fondò prima il gruppo “i Saraceni” e poi “la Smorfia” con Lello Arena e Vincenzo Decaro. Il gruppo ottenne un rapido successo grazie al loro cabaret, prendendo in giro la napoletanità senza mai scadere nell’ovvio e nella volgarità. L’acme del successo lo ottennero con il varietà televisivo “non stop” del 1977, dove interpretarono alcuni sketch rimasti memorabili nella storia del cabaret televisivo, tra cui “l’annunciazione, “l’arca di Noè” e “San Gennaro”.

Lasciata “la Smorfia”, Troisi decise di intraprendere la carriera cinematografica ma non solo come attore. Infatti, il suo primo film “Ricomincio da tre”, uscito nel 1981, lo vide non solo protagonista ma anche sceneggiatore e regista.

ricomincio da tre

Il film gli valse tre Nastri d’argento come miglior regista esordiente, miglior attore esordiente e miglior soggetto, oltre a due David di Donatello per il miglior film e il migliore attore. Nel 1983 uscì il suo secondo film “Scusate il ritardo”. Poi nel 1984 ci fu l’incontro cinematografico con Benigni dal quale nacque il film “Non ci resta che piangere”, un capolavoro di comicità che ebbe un successo enorme, incassando al botteghino 15 miliardi di lire.

non ci resta che piangere

Nel 1987 fu attore e regista in “Le vie del Signore sono finite, ambientato durante il periodo fascista. Insieme a Troisi, una straordinaria interpretazione di Marco Messere nel ruolo del fratello di Camillo Pianese. Il film vinse il Nastro d’argento per la miglior sceneggiatura.

L’ultima regia di Troisi, dove è anche sceneggiatore e protagonista, è quella di “Pensavo fosse amore…invece era un calesse del 1991, con Francesca Neri e Marco Messeri.

All’inizio del 1994 Troisi, recatosi ancora una volta negli Stati Uniti per dei controlli cardiaci, apprese di dover sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, ma decise di non rimandare le riprese del suo nuovo film “Il postino girato a Procida e Salina e diretto da Michael Radford, liberamente tratto dal romanzo “Il postino di Neruda di Antonio Skàrmeta, che tratta dell’amicizia tra un umile portalettere e Pablo Neruda durante l’esilio del poeta cileno in Italia. Troisi riuscì a terminare le riprese del film con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura. Dodici ore dopo le riprese de’ “Il postino” Troisi morì.

Nei suoi primi film Troisi racconta la sua napoletanità, ispirandosi al grande Eduardo per la capacità di rendere comico il dramma della miseria e dell’ignoranza. Egli ha saputo cogliere bene gli umori della sua generazione passata dall’utopia rivoluzionaria del ‘68 al sedentarismo domestico, dalla foga contestataria alla normalità di una semplice e flebile insofferenza, dalla rivoluzione sessuale degli anni ’70 all’insicurezza nei confronti delle donne.

Salvo Fumetto

Il romanzo del “flusso di coscienza” nella narrativa inglese: Virginia Woolf

Virginia Woolf (1882-1941) fin dalla nascita era radicata nell’ambiente letterario, suo padre era un letterato, colto del Bloomsbury set formato da scrittori e artisti educati a Cambrige. Fu la moglie dell’editore Woolf e con lui diresse la casa editrice The Hogarth Press di Londra.

Nel prime opere  The Voyage Out [La Crociera] (1913) e Night and Day [Notte e Giorno] (1920) ancora resta attaccata alle forme tradizionali del romanzo. Successivamente adotta la tecnica del “flusso si coscienza” seguendo l’interiorità dei personaggi con il loro andirivieni di emozioni e pensieri: Jacob’s Room [La stanza di Giacobbe](1922), Mrs Dalloway [La signora Dalloway] (1925), To the Lighthouse [Gita al faro](1927).

In questi romanzi la disgregazione dell’Io è vissuta attraverso il tema del tempo che minaccia l’unità della psiche e divide l’esistenza in momenti staccati. A un tempo esteriore, che con il suo trascorrere fa perdere le ricchezze dell’esperienza, si contrappone il tempo interiore che unifica presente, passato e futuro.

Ancora sperimentale è The Waves [Le onde](1931), mentre The Years [Gli anni](1937), storia di una famiglia nell’arco di tre generazioni, e Orlando (1928) si ripiegano su un registro più tradizionalmente realistico.

Virginia Woolf a causa di una pesante depressione scelse il suicidio come via d’uscita, e proprio in quell’anno, il 1941, esce Between the acts [Tra un atto e l’altro] opera pervasa da un disperato senso di angoscia. Si dedicò anche alla condizione femminile nello studio sociologico A Room of One’s Own [Una stanza tutta per se](1929) e fu autrice di importanti  saggi critici.

Maura Ricci