Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Il 13 novembre 1923 fu presentata in parlamento la proposta di riforma della legge elettorale elaborata dal sottosegretario alla presidenza Giacomo Acerbo. Questa legge stabiliva che il partito o la coalizione di partiti che avesse ottenuto il maggior numero di voti, purché non inferiore al 25% dei voti espressi, avrebbe automaticamente ottenuto alla Camera la maggioranza dei due terzi dei seggi. La legge fu approvata alla Camera con 235 voti favorevoli e 135 contrari. Al Senato con 165 favorevoli e 41 contrari. Con questo voto i Deputati e i Senatori sancirono la fine del regime parlamentare in quanto, visti i metodi violenti degli squadristi e il controllo da parte del fascismo del ministero dell’Interno, difficilmente il partito fascista avrebbe ottenuto meno del 25% alle successive elezioni.

Le elezioni del 6 aprile 1924 si svolsero in un clima di terrore. La milizia del partito prestò servizio nei seggi elettorali e si registrarono violenze e uccisioni. I principali giornali d’opposizione furono sottoposti a minacce e assalti armati e le loro sedi furono devastate. Quando fu ultimato lo spoglio delle schede, la coalizione di Mussolini aveva ottenuto il 65% dei voti, il che dimostra che il clima sociale e politico in Italia era tale che anche senza la legge Acerbo il fascismo avrebbe vinto le elezioni.

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti, deputato socialista unitario, denunciò alla Camera le violenze e i brogli commessi durante le elezioni, chiedendone l’annullamento. Il discorso che pronunciò a sostegno della sua proposta fu una vera e propria requisitoria contro il regime. Alla fine del suo discorso dichiarò al suo collega Giovanni Costantino:<<Ora preparatevi a fare la mia commemorazione>>. Il 10 giugno 1924, alle ore 16,30, dopo aver lasciato il suo domicilio di via Pisanelli nei pressi di piazza del Popolo per recarsi a Montecitorio, mentre percorreva il lungotevere Arnaldo da Brescia, Matteotti fu rapito da un commando di cinque uomini che, a bordo di una Lancia, lo stavano aspettando. I cinque erano Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Dumini era il capo del gruppo e l’organizzatore dell’attentato. Fascista della prima ora, il suo ruolo era d’informatore, spia, provocatore, esecutore di lavori sporchi per conto del regime e, s’ipotizza, dello stesso Mussolini. A tale scopo riscuoteva denaro dai fondi segreti del regime e si vantava degli undici omicidi di cui sarebbe stato l’autore.

Quando Matteotti giunse all’altezza dell’auto, i cinque gli balzarono addosso. Matteotti oppose un’estrema resistenza nonostante i calci e i pugni ricevuti. Mentre l’auto si dirigeva verso la campagna romana attraverso la via Flaminia, il dirigente socialista continuava a dimenarsi e a strillare. Riuscì perfino a gettare la sua tessera da deputato dal finestrino (lo storico Pierre Milza sostiene che fosse la tessera ferroviaria). Alla fine i rapitori, presi probabilmente dal panico per le grida che il deputato continuava a lanciare, lo accoltellarono nell’auto. Al calar della sera, giunti nella macchia della Quartarella nei pressi del villaggio di Riano, scavarono una fossa poco profonda e vi gettarono il cadavere nudo dell’onorevole Matteotti. La notizia della scomparsa del deputato socialista fu riportata dalla stampa il 12 giugno quando già alla Camera l’opposizione chiedeva a Mussolini di riferire. La risposta fu immediata: il Duce dichiarava di essere all’oscuro di tutto e di aver immediatamente impartito l’ordine di ricerca alla polizia.

Probabilmente mentiva, poiché l’esame accurato dell’indagine fatta dalla polizia dimostra che l’attentato non era frutto dell’improvvisazione, ma fu minuziosamente concepito e preparato. La macchina utilizzata era di un certo Filippo Filippelli, frequentatore del Duce e di suo fratello Arnaldo e direttore del “Corriere Italiano”, cui Dumini collaborava. Il 9 giugno Dumini l’aveva presa in consegna e parcheggiata per la notte nel cortile di Palazzo Chigi. Al ritorno a Roma, dopo l’attentato, parcheggiò l’auto nel cortile del Viminale, sede del ministero dell’Interno, e andò a riferire a Filippelli l’esito degli eventi. Questa ricostruzione fu possibile grazie alla testimonianza resa alla polizia da un portiere che, notata l’auto, ne aveva registrato il numero di targa.

Il cadavere di Matteotti fu ritrovato il 16 agosto. Delle spoglie del deputato non restava che lo scheletro, ma la giacca insanguinata dimostrò che non era morto d’infarto, come sosteneva Dumini, ma che era stato colpito da un’arma. La scoperta del cadavere aggravò il clima di panico che si era diffuso nella cerchia del Duce. L’opinione pubblica aveva deplorato l’attentato e ne attribuiva la responsabilità a Mussolini. L’impressione era che il regime fosse agli sgoccioli tanto che circolava la voce di dimissioni del capo del governo.

avanti matteotti

Molti fascisti gettarono via il distintivo e, nonostante l’opposizione si fosse ritirata sul cosiddetto Aventino, molti socialisti ripresero la critica feroce al regime che sembrava non potesse più adottare i metodi violenti del passato. Sui giornali la polemica si faceva sempre più caustica. Quelli fascisti sostenevano che fossero stati i nemici interni del Duce a concepire e realizzare l’attentato, con lo scopo di screditare Mussolini e formare un nuovo governo. La stampa antifascista sosteneva invece che Matteotti era stato eliminato per impedirgli di rivelare gli affari loschi compiuti dal regime. Lo storico Mauro Canali in una sua inchiesta sul delitto Matteotti ha messo insieme il mosaico dell’affarismo fascista degli anni 1921-24, le cui tessere sono da ricercare nella ristretta cerchia vicina a Mussolini. La cerchia era composta dallo stesso Mussolini e da suo fratello Arnaldo, da Giacomo Acerbi e Aldo Finzi, da Cesare Rossi e Filippo Filippelli, dal generale De Bono, tutti coinvolti in diversi affari che prevedevano la distribuzione di mazzette e tangenti.

In quei mesi Mussolini attraversò un periodo di profondo abbattimento. Intorno a lui si era creato il vuoto, ed egli temeva che qualche audace colpo di mano potesse abbattere il suo potere, provocando la caduta del fascismo.

Alla fine dell’anno, passati quindi sei mesi dal delitto, Mussolini aveva ripreso la sua baldanza. Il tempo trascorso aveva sedato l’opinione pubblica, molti nemici erano stati costretti alle dimissioni dagli incarichi ricoperti, la polizia aveva individuato i responsabili dell’attentato e, cosa fondamentale, il Re non era rimasto neutrale in attesa degli sviluppi in Parlamento. A quel punto il Duce il 3 gennaio 1925 pronunciò alla Camera un discorso che indicava con chiarezza la sua volontà di farla finita con l’opposizione e con il regime di democrazia liberale:

[…] Sono io, o signori, che levo in quest’aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una “Ceka”. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! […] La Ceka italiana non è mai esistita. […] Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […]  Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! […]

Nei giorni seguenti il suo discorso alla camera, la polizia e gli squadristi occuparono le sedi dei partiti antifascisti e dei giornali d’opposizione. Numerosi circoli e associazioni ostili al regime furono sciolti. Vi furono centinaia di perquisizioni e decine di arresti e numerosi antifascisti si rifugiarono nella clandestinità o ripararono all’estero.

Dal mese di dicembre 1925 furono emanate le cosiddette leggi fascistissime, che trasformarono il regime fascista nella dittatura del Duce.

Salvo Fumetto

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