Caravaggio e la cappella Contarelli

Caravaggio affrontò il tema della pittura di storia nei tre dipinti della cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. Tre dipinti imponenti, passati nel mito della storia dell’arte italiana come d’altronde tutti i dipinti del Caravaggio.

Grazie alla mediazione del cardinal Del Monte, nel 1599 Caravaggio ottenne l’incarico di dipingere tre tele per la cappella del cardinale Matteo Contarelli. La cappella era stata acquistata dal cardinale Mathieu Cointrel, italianizzato in Matteo Contarelli, nel 1565. Alla morte di questi era passata in eredità a Virgilio Crescenzi il quale aveva affidato la decorazione pittorica al Cavalier d’Arpino, con cui Caravaggio collaborò durante il soggiorno a Roma. La commissione del ciclo pittorico da parte del Cardinal Del Monte obbligava Caravaggio a eseguire il tema richiesto con una grande unitarietà e rigore storico; questo si deduce dalle varie e vaste citazioni di fonti letterarie presenti nell’iconografia dei dipinti.

La Vocazione di san Matteo e il Martirio di San Matteo furono collocati sulle due pareti laterali, mentre il San Matteo con l’angelo trovò posto sull’altare, dopo esser stato dipinto una seconda volta a causa del rifiuto della prima versione da parte del committente. La pala d’altare fu accusata dalla critica artistica del Seicento di essere troppo realistica e volgare, tanto da ottenere il facile rifiuto da parte del clero.

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Nella Vocazione Caravaggio colse il momento esatto in cui Matteo viene chiamato all’apostolato da Cristo. Nella prima versione le radiografie mostrano come Caravaggio aveva scelto di rappresentare Cristo da solo, in atto di chiamare Matteo a sé; in un secondo momento decise di aggiungere accanto a Cristo la figura di Pietro, alludendo forse alla mediazione della Chiesa, Pietro appunto, tra l’umanità e il mondo divino.

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Nel Martirio la scena risulta assai violenta poiché è colta nel pieno del suo svolgimento. La tela è frutto di tre diverse e successive elaborazioni rivelate dalle radiografie: da una versione iniziale dalla composizione molto classica, Caravaggio passa ad una versione intermedia con una gestualità dei personaggi più vigorosa, per arrivare infine alla terza e definitiva versione dove il carnefice colpisce il santo a terra su di un profondo spazio scuro.

Il San Matteo e l’angelo è stata dipinta secondo un’iconografia tradizionale in cui si vede San Matteo in atto di scrivere mentre riceve ispirazione diretta da un angelo alle sue spalle. Nella prima versione rifiutata del dipinto il santo era raffigurato nei panni di un popolano semianalfabeta e l’angelo guidava la sua mano nello scrivere il testo sacro. La prima versione non corrispondeva assolutamente ai principi di decoro cui le opere sacre dovevano conformarsi; venne così rifiutata e acquistata dal fine collezionista Vincenzo Giustiniani, per concludere il suo peregrinare in un museo di Berlino dove andò distrutta durante la seconda guerra mondiale.

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La luce è l’elemento unificatore dei tre dipinti sia sul piano simbolico, sia sul piano scenografico che segue la luce reale della cappella. Ma più di ogni altra cosa la luce è rivelazione. Rivelazione nella Vocazione nella quale il gabelliere Matteo viene illuminato da un fascio di luce che proviene dall’alto; rivelazione nel Martirio nel quale la luce rivela i tre momenti della vicenda: il santo colpito dai carnefici, la fuga degli astanti e l’angelo che dall’alto arriva con la palma del martirio. Infine rivelazione nel San Matteo nel quale il santo ispirato e l’angelo sono illuminati e sembrano fuoriuscire dalle tenebre del fondo.

Sara D’Incertopadre

Il 1° Maggio: la festa dei lavoratori

La festa del 1° maggio ricorda le battaglie operaie volte alla conquista del diritto all’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore. Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge approvata nel 1867 nell’Illinois. La Prima Internazionale, conosciuta anche come Associazione internazionale degli operai, chiese poi che una legge simile fosse introdotta anche in Europa. L’origine della festa risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knightsof Labor, un’associazione di lavoratori fondata nel 1869, due anni dopo fu approvata una risoluzione che prevedeva quell’evento con cadenza annuale.

A far cadere la scelta sul 1° maggio furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero a Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nella piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime.

Adolph von Mendel, La fonderia
Adolph von Mendel, La fonderia

L’11 novembre del 1887 a Chicago, quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1° maggio dell’anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

In ricordo di quei tragici fatti, il 20 luglio 1889 a Parigi, il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese, fissò definitivamente la festa dei lavoratori nella data del 1° maggio.

Nella seconda meta dell’Ottocento le teorie socialiste stavano permeando il mondo del lavoro e anche gli intellettuali ne restarono affascinati. È il caso della corrente artistica e letteraria del Realismo, sviluppatasi in Francia con Gustave Courbet, suo principale esponente.

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Gustave Courbet, Gli spaccapietre

Il Realismo tentava di cogliere la realtà sociale: si voleva rappresentare una realtà nuda e cruda con meno allegorie e più attenzione verso i dati di fatto. Esso si fece più acceso negli anni successivi alla rivoluzione del 1848, che aveva risvegliato aspirazioni democratiche in tutta Europa.

La parola “Realismo” generalmente indica la traduzione fedele delle qualità del mondo reale nella rappresentazione artistica. Il Realismo, inteso come tendenza programmatica, trova la sua esplicita affermazione nel 1855, anno in cui il pittore Courbet definisce i suoi ideali artistici in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi: “Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere, fare dell’arte viva, questo è il mio scopo.”. Courbet resterà per sempre il più grande pittore realista.

La poetica realista traduceva in pittura il dilatarsi dell’interesse degli storici verso i problemi della società moderna. Infatti, lo storico e filosofo Hippolyte Taine invitava a “[…]vedere gli uomini nelle loro officine, negli uffici, nei campi, con il loro cielo, la loro terra, le case, gli abiti, le culture, i cibi […]”, mentre lo scrittore Sainte Beuve affermava: “La triade bello, vero e buono è certo un bel motto, ma inganna, se dovessi scegliermi un motto, sceglierei il vero”.

Gustave Caillebotte, I piallatori di parquet
Gustave Caillebotte, I piallatori di parquet

Nel Novecento l’ideale inventato da Courbet fu poi ripreso da altre correnti come il muralismo messicano, il neorealismo italiano e il realismo socialista, sviluppatosi dagli anni trenta in Unione Sovietica, con l’ascesa al potere di Stalin.

Nel dopoguerra a Milano un gruppo di giovani pittori creò il realismo esistenziale che riprese i temi del realismo rompendone gli schemi ideologici.

Salvo Fumetto

Sara D’Incertopadre

Il genere del ritratto attraverso i secoli

Il ritratto è legato da sempre al desiderio dell’uomo di rendersi eterno, immortale e di imprimere nella coscienza dei contemporanei e nella memoria dei posteri la propria immagine iconica e soprattutto il ruolo sociale che si era ricoperto in vita.

La tipologia di ritratto che si è conservato in maggior quantità è su tavola poiché il materiale di cui si costituisce, il legno, riesce a perdurare più a lungo rispetto ad affreschi e tele dipinte, e a sopravvivere ai cambiamenti del gusto e della politica. Il ritratto su tavola svolgeva inoltre funzioni assai diverse come sostituire una persona distante o morta, e di dono in caso di nozze.

Durante l’epoca romana il ritratto ufficiale, che raffigurava per lo più imperatori, senatori e generali dell’esercito, era molto comune preferendo la realizzazione di busti e mezzi busti in marmo con le caratteristiche fisiognomiche delle persone ritratte. L’uso di portare o no la barba, le diverse acconciature delle donne, la forma del busto sono oggi gli elementi per ricostruire la cronologia dei ritratti.

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Ritratto di Marco Aurelio

Durante il medioevo questa pratica si legava quasi esclusivamente all’immagine di Cristo, di martiri e di santi. Il vero e proprio ritratto della persona umana s’identificava perciò nell’immagine funeraria, corredata dalle insegne del suo rango.

Nel Quattrocento nasce il ritratto nell’accezione moderna, con dignità di soggetto autonomo, legato alla nuova cultura umanistica e in relazione con l’ascesa della classe borghese. Nell’ambito del ritratto privato si avviò l’elaborazione di tipologie: busto, mezza figura o figura intera, di famiglia, di gruppo. Nel Quattrocento inoltre erano eseguiti spesso ritratti di profilo e a mezzo busto. Questa scelta era dovuta al fatto che il ritratto di profilo permetteva da un lato, di cogliere i tratti fisionomici caratteristici del soggetto, rendendolo subito riconoscibile, dall’altro, di idealizzare e stilizzare la sua figura. Questo era dovuto al fatto che, avendo il ritratto valore encomiastico, doveva rendere il soggetto identificabile eliminando allo stesso tempo i difetti fisici e creare così un modello per tutte le raffigurazioni successive.

La posizione di profilo si diffuse nel XV secolo in relazione con lo studio delle monete antiche e con la ripresa dell’arte della medaglia. A differenza della moneta, la medaglia non era utilizzata per scopi commerciali ed era di dimensioni notevoli, fusa con la tecnica della cera persa (v. glossario) e non coniata; poteva avere funzione di ciondolo, essere scambiata come dono di rilievo, collezionata e conservata nello studiolo del signore. Come nelle monete antiche sul recto si rappresentava il volto individuato e idealizzato del committente, mentre sul verso venivano rappresentate le sue qualità intellettuali e morali.

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Pisanello, medaglia di Leonello d’Este

Alcune celebri medaglie rinascimentali sono quelle della serie realizzata da Pisanello che rappresentano Lionello d’Este. La formula fu seguita da Piero della Francesca, Sandro Botticelli e Antonio Pollaiolo.

Grande importanza per l’evoluzione del ritratto borghese ha l’arte delle Fiandre, con Jean van Eyck ebbe inizio il ritratto realistico, esempio manifesto è il celeberrimo dipinto de “I coniugi Arnolfini”.

In Veneto durante il XVI secolo si elaborò un tipo di ritratto a mezzo busto in un contesto caratterizzato da simboli o attributi, allusivo alla vita interiore e sociale del soggetto; esemplari sono i ritratti di Tiziano, Savoldo, Tintoretto, Lorenzo Lotto e Giovan Battista Moroni. Tiziano e poi Tintoretto elaborarono ulteriormente il tipo di ritratto ufficiale del sovrano, equestre, in trono o a figura intera, presto conforme in tutta Europa. Il ritratto ufficiale, celebrativo, veniva trattato in modo idealizzato e aulico da Raffaello mentre per la percezione psicologica del soggetto fu importante la ricerca di Leonardo.

Giovan Battista Moroni, Il sarto
Giovan Battista Moroni, Il sarto

Trovò definizione anche il ritratto allegorico, in cui, oltre all’uso di simboli allusivi, il soggetto stesso si mostra in veste allegorica o di personificazione, come fece per esempio Sebastiano del Piombo nel rappresentare Andrea Doria nella veste del dio Nettuno.

Nel XVII secolo il ritratto è ormai uno dei generi artistici maggiori: in Spagna, Velázquez eseguì i ritratti di personaggi della casa reale, oltre alla realistica serie dei “Buffoni “ di corte. Si sviluppò inoltre la caricatura, grazie ad artisti come Annibale Carracci, Guercino e Bernini.

Nel XVIII secolo si svilupparono e diffusero il ritratto galante di Rosalba Carriera e i ritratti di Fra Galgario e Pompeo Batoni, mentre in Inghilterra si diffusero con grande successo la ritrattistica di William Hogarth e Joshua Reynolds che resero famosa la caricatura come arma di satira sociale e politica. Alla fine del XVIII secolo si diffuse la nuova sensibilità neoclassica, che ebbe una preferenza per le tonalità chiare, le luci cristalline, la semplificazione delle linee e dei tratti somatici. Artisti di spicco di questo periodo furono i francesi Jacques-Louis David e Jean-Auguste-Dominique Ingres e l’italiano Antonio Canova, che recupera una forma idealizzata ispirata all’arte greca.

Pompeo Batoni, Thomas William Coke
Pompeo Batoni, Thomas William Coke

Ebbe ampia diffusione anche il ritratto di soggetti comuni, non committenti dell’opera, che creavano composizioni di soggetto popolare e pittoresco, come la serie dei malati mentali di Théodore Géricault. Lo spagnolo Francisco de Goya fu artefice di alcune immagini provocanti e sperimentali, come la “Maya Desnuda” che si ritiene essere un ritratto.

Nel Novecento l’arte cosiddetta astratta portò ad una diminuzione sensibile dell’arte ritrattistica ma ci restano comunque grandi esempi grazie ad artisti come Modigliani, Bacon, Delaunay, Brancusi, Derain, Max Ernst, Mirò, Léger, De Chirico e Picasso.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Leopold Zborowski
Amedeo Modigliani, Ritratto di Leopold Zborowski

Questi artisti moderni praticarono il ritratto andando al di là dello scopo di illustrare il modello, passando attraverso il soggetto per trovare il suo “sé interiore”, ciò che segna un legame imprescindibile con i tragici eventi del secolo e con l’invenzione della psicoanalisi.

Sara D’Incertopadre

25 Aprile 1945

Il 22 aprile del 1946, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Principe Umberto, Luogotenente del Regno d’Italia, firmò il decreto n° 185 che all’articolo uno recitava: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”. La ricorrenza fu celebrata anche negli anni successivi e nel 1949 con l’approvazione della legge n° 260 del 27 maggio il 25 aprile diventa stabilmente festa nazionale.

Ma perché proprio il 25 aprile? Quel giorno del 1945, alle otto del mattino attraverso la radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel nord dell’Italia, facente parte del Corpo Volontari per la Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa. Allo stesso tempo il CLNAI emanò dei decreti legislativi assumendo il potere in nome del popolo italiano e delegato dal Governo italiano, stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

Quella del 25 aprile non è solo la celebrazione della Liberazione ma anche la festa di tanti uomini e donne che parteciparono alla Resistenza, di questi, molti pagarono la libertà del popolo italiano con il sacrificio della vita. Dopo l’otto settembre e la dichiarazione di guerra ai tedeschi, soprattutto nel nord dell’Italia si erano formate forze combattenti antifasciste, alcune operanti per proprio conto, altre collaborando con le forze Alleate. Nella Resistenza si distinsero alcuni dei migliori uomini del paese generando un patriottismo ideale di nuovo tipo. Nessuno che abbia vissuto quell’esperienza ha potuto dimenticarla e mai prima d’allora tanti cittadini avevano partecipato così attivamente alla vita nazionale. Denis Mack Smith nella sua Storia D’Italia sostiene: “[…]. Da molte fonti, non ultima la poesia di Salvatore Quasimodo, o i romanzi di Pavese, Vittorini e Pratolini, si trae l’impressione che questa guerra di liberazione contro Mussolini e Hitler sia penetrata nella coscienza popolare più profondamente di quanto fosse mai riuscito al Risorgimento ottocentesco. […]”.

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Benché nel movimento della Resistenza combattessero affiancati uomini di diverse fedi politiche, i partigiani appartenevano in maggioranza alla Sinistra che, in ragione di ciò, conquistò una notevole influenza a livello locale e una forte presa sul popolo. Inoltre la Sinistra partigiana aveva inasprito la lotta di classe e dato a molta gente una nuova coscienza civica. Questo costituì il motivo di una vigorosa sfida politica per i capi del liberalismo di vecchio stile che intuirono, già dai primi mesi del governo Parri, il rischio che l’Italia fosse molto più vicina a un processo di radicale trasformazione sociale e politica di quanto non fosse mai accaduto dopo il 1861. Ma sulla soglia d’importanti mutamenti sociali il paese si bloccò, a causa degli orientamenti conservatori di una gran parte del suo popolo e della vitalità degli interessi costituiti.

Il 25 aprile è stato motivo di divisioni tra le forze politiche per tutti gli anni duemila e questo ha gravemente nociuto all’immagine di un paese che ha sempre visto in quella data l’emblema del suo riscatto con la Storia. Ritengo necessario ricordare a chi sostiene che bisogna guardare al futuro e non al passato, che senza quel passato nessuno di noi sarebbe quello che è.

Salvo Fumetto

Gustave Flaubert e la celebre Madame Bovary

Madame Bovary, celebre romanzo di Gustave Flaubert (Rouen 1821 – Croisset 1880), pubblicato nel 1857, segna un passaggio importante nel panorama letterario del XIX secolo. Oltre a suscitare grande scandalo per la società del tempo (Flaubert racconta la storia di una adultera e mette in evidenza il lato passionale e ardito della sua anima, e per questo fu incriminato per oltraggio alla morale e alla religione) questo romanzo porta con sé i primi sintomi della fine del periodo romantico e l’inizio di nuove prospettive artistiche: si può dire che fu uno dei primi romanzi del Realismo, corrente artistica che nacque in Francia e anticipò ampiamente i caratteri del Naturalismo francese.

A metà del XIX secolo ci fu l’esigenza di dare una diversa rappresentazione della realtà. Siamo negli anni in cui la nascita del capitalismo economico, dopo la rivoluzione industriale, cambiò il volto della società facendone una società di massa. In questo nuovo orizzonte sociale, soprattutto nelle società capitalisticamente più avanzate, il poeta o l’intellettuale perse la sua centralità omologandosi alla massa.  Il ruolo privilegiato, che durante il Romanticismo lo aveva visto distributore di grandi miti e di forti ideologie capaci di orientare l’opinione pubblica, venne meno. Celebre fu il componimento di Charles Baudelaire L’albatro, una delle prime poesie della sua raccolta I fiori del male, uscita lo stesso anno di Madame Bovary, che raccontò appunto la crisi della figura del poeta: il volo maestoso di questo nobile uccello marino era l’allegoria del prestigio ormai perduto del poeta e il suo incedere goffo sulla tolda della nave, deriso dai marinai, delineavano la decadenza e l’angoscia dell’intellettuale.

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In generale furono diversi gli atteggiamenti adottati in Europa dagli artisti per reagire a questa situazione di crisi, e il Naturalismo in Francia, come il Verismo in Italia, per esempio nacquero proprio per riqualificare l’immagine dello scrittore facendone una sorta di scienziato, un vero e proprio tecnico della letteratura.

Flaubert rappresenta la decadenza del genere romantico in due modi: dal punto di vista tematico mette alla berlina gli ideali come la grande passione, la fantasia, il predominio dei sentimenti incarnandoli nella protagonista, Emma Bovary, giovane donna di provincia che decidendo di seguire il proprio desiderio di libertà e rompendo le regole di un matrimonio mediocre e soffocante sentito come un limite e un impedimento, arriva all’autodistruzione e al suicidio. L’autore annientando Emma, considerata da molti critici il suo alter ego, mette in discussione anche i canoni romantici che avevano caratterizzato la sua formazione di scrittore e inaugura un nuovo modo di fare letteratura; dal punto di vista stilistico invece adotta nuove regole di composizione del racconto cercando di cancellare la presenza dello scrittore nella storia e occultando i suoi pensieri e il proprio punto di vista sui fatti narrati: Flaubert usa infatti un metodo impersonale di racconto della vicenda e, come un Dio, segue i suoi protagonisti dall’alto con uno sguardo oggettivo e distaccato calandosi di volta in volta al livello dei suoi personaggi e aderendo alla loro prospettiva di visione del mondo. E’ cosi che si cominciano a delineare i caratteri del Realismo letterario.

Insomma fa del suo romanzo un antiromanzo ed esplicita il suo rifiuto per quel genere letterario guardando con occhio ironico e sarcastico la vita di Emma, che formatasi in convento aveva passato il suo tempo a leggere appunto romanzi e a fantasticare su dame e cavalieri fino a sognare di vivere la sua vita da eroina tragica, ricalcando quelle illusioni di passione.

Guardando da vicino l’opera di Flaubert possiamo notare da subito la sua tecnica di racconto impersonale: per esempio nel primo capitolo decide di calarsi nella prospettiva di Charles Bovary, il medico di provincia con cui Emma si sposerà. Comincia prima a darci delle notizie della sua infanzia e adolescenza, così da creare nel lettore una predisposizione di simpatia nei suoi confronti e poi finalmente introduce, attraverso il suo sguardo illuminato e non critico, quella che sarà la protagonista assoluta del romanzo. Flaubert narra il primo incontro di Charles con Emma rinunciando dunque all’ottica privilegiata del narratore onnisciente per dare un’immagine provvisoria e superficiale della sua eroina. L’immagine di Emma viene costruita progressivamente attraverso una successione graduale di piccoli frammenti: il suo vestito blu, il candore delle sue unghie, i suoi occhi, le labbra carnose che Charles nota parlando con lei, e poi i capelli annodati sul collo che lui nota quando lei si volta. Il narratore addirittura in un momento importante della storia, quando la ragazza prende la decisione capitale di sposarsi, nasconde i pensieri di lei sul matrimonio e i suoi sentimenti: tutto accade a distanza, la stessa di Charles che attende la risposta dietro una siepe mentre lei parla con il padre. Lo sguardo di Charles è superficiale, lui non saprà mai molto di più di quei pochi tratti esteriori su cui si è soffermato, ed Emma resterà ai suoi occhi la sconosciuta indecifrabile che invece per il lettore non sarà più. Infatti dal V capitolo l’eroina da oggetto diventa soggetto e il lettore finalmente può entrare nella sua coscienza dal momento che Flaubert da ora in poi adotterà spesso il punto di vista della protagonista mostrandone sogni, desideri e paure. Egli gioca intensamente sulle prospettive ottiche e i campi visivi dalla quale i suoi personaggi osservano le cose. Interessante è analizzare in particolare il ruolo che alcune prospettive ottiche di Emma adottano in questo romanzo.

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Per esempio c’è una predominanza di scene in cui l’eroina flaubertiana è davanti alla finestra. Flaubert enfatizza la soggettività di Emma e in particolare il suo desiderio di evasione dal senso di prigionia che la sua vita coniugale di provincia le provoca, proprio nelle scene in cui il suo sguardo si perde nell’illimitato fuori dalla finestra. Trova lì la possibilità di vagabondare con i suoi pensieri ed è dalla finestra che vede per la prima volta quelli che saranno i suoi amanti: prima a Yonville il giovane di studio del notaio, Leon e poi Rodolphe. E ancora, dalla finestra ode l’angelus che le provoca una velleità mistica e fa perdere i suoi occhi tra le nuvole ed i meandri del fiume, ed è dalla finestra della soffitta che avverte la prima vertigine del suicidio. Sempre alla finestra trascorre i lunghi momenti di noia osservando il piccolo paese di Yonville con i suoi abitanti pettegoli e banali. In generale le numerose prospettive dall’alto segnalano sempre un elevarsi della protagonista al di sopra del livello abituale dell’esistenza, e la passione è sempre il motivo che crea questo innalzamento: “Ella entrava in qualche cosa di meraviglioso dove tutto sarebbe stato passione, estasi, delirio; si sentiva circondata da una azzurra immensità, nel suo pensiero scintillavano le vette del sentimento; mentre la vita ordinaria appariva in lontananza, in un’ombrosa bassura, tra gli intervalli di quelle altezze”. I voli sentimentali di Emma sono spesso seguiti da improvvise ricadute, e ogni estasi è seguita da una piccola morte: così Flaubert ricrea il ritmo della vita psicologica della sua eroina.

Quando all’opera di Rouen Emma si identifica con la protagonista della rappresentazione e immagina che il cantante sia Rodolphe, Flaubert scrive: “Ma ora era presa da un’illusione pazzesca: egli la guardava era certo! Ebbe voglia di rifugiarsi tra le sue braccia…, di gridargli “portami via, conducimi con te, partiamo”… Calò il sipario… ed ella ricadde nella poltrona…”. E ancora per sottolineare le ricadute della protagonista spesso insiste sull’occlusione dello spazio e sul senso di soffocamento: “L’odore del gas si mescolava con gli aliti; e i ventagli, muovendola rendevano l’atmosfera più soffocante. Emma volle uscire; ma la folla ingombrava i corridoi e ricadde sulla poltrona provando palpitazioni che le toglievano il respiro”.

Madame Bovary e un alternarsi continuo di momenti di grande immobilità e noia, di vuoti in cui non c’è azione bensì sogno e immaginazione, ed è in questo che trionfa l’arte di Flaubert: ciò che di più bello c’è nel suo romanzo, è ciò che non rassomiglia alla letteratura romanzesca comune, sono quei grandi spazi vacanti; non è l’avvenimento che si contrae sotto la mano di Flaubert, ma ciò che c’è tra gli avvenimenti, quelle distese sognanti in cui ogni movimento si immobilizza. L’attenzione di questo autore francese si indirizza tutta verso la ricerca della bellezza e dell’arte nello stile. Dedicò alla scrittura di Madame Bovary ben cinque anni (dal 1851 al 1856) dimostrando la sua grande meticolosità e incontentabilità nel mestiere di scrittore. Lo stesso fu per le altre opere che scrisse: Salammbo (1862), che richiese sempre cinque anni di lavoro L’education sentimentale (1869), già abbozzato tra il 1843 e il 1845 e poi ripreso dal 1863, Trois contes (1877), e infine Bouvard et Pécuchet (1881), uscito postumo e sul quale aveva lavorato negli ultimi sei anni della sua vita.

Maura Ricci

Il Rompicapo

Quest’oggi vi proponiamo un dipinto molto “visitato”…il motivo? Ditecelo voi!

Chi è l’artista che l’ha dipinto? E…dove si trova?

Soluzione del Rompicapo del 24-03-2015

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Si tratta de Il palazzo alle quattro del mattino, opera di Alberto Giacometti del 1932-33, esposta al Museum of Modern Art (MOMA) di New York.

L’onirica scultura, a detta dello stesso artista, ha a che vedere col particolare rapporto intrattenuto con una misteriosa donna l’anno precedente alla composizione.

“Quest’oggetto – scrive Giacometti in Delle mie sculture posso parlare – ha preso forma poco a poco nell’estate del 1932, mi si è chiarito lentamente, a mano a mano che ognuna delle diverse parti assumeva una fisionomia precisa e prendeva il suo posto nell’insieme”. Prosegue l’autore che in autunno l’opera raggiunse un livello tale di realtà che la sua esecuzione richiese un giorno soltanto.

Un anno prima, per sei intensi mesi, visse ora dopo ora con una donna così vitale da suscitare in lui incanto e meraviglia. “Insieme costruimmo un fantastico palazzo nella notte (…), un palazzo molto fragile, fatto di fiammiferi”.

L’opera emerge come una proiezione. Era volontà ricorrente dell’artista, infatti, veder realizzate le proprie sculture ma non fabbricarle egli stesso. Dichiarava che gli si offrivano al suo spirito già perfettamente concluse.

Qui, e non è l’unico caso, realizza un piccolo teatro distinto dalla realtà, ma con cui cerca continuità attraverso l’espediente della sottilissima gabbia.

In quest’opera sicuramente è il carattere di sogno a includerla nel periodo surrealista dell’artista. Per André Breton, infatti, il surreale era proprio un sogni a occhi aperti, un frammento di spazio reale che, rimodellato dal desiderio del sognatore, gli appare come qualcosa di autonomo, che gli accade per caso.

Ma è solo apparente la casualità della manifestazione, fortemente somigliante al desiderio inconscio.

Pieter Paul Rubens. Un fiammingo nell’Italia barocca

Pieter Paul Rubens nasce a Siegen, in Westfalia, nel 1577 e si forma artisticamente tra Colonia e Anversa. Nel 1600 giunge in Italia. A Venezia comincia la sua avventura copiando le opere di Tiziano, Veronese e Tintoretto. Riesce ad entrare in stretti rapporti con il duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga, che lo vuole come artista di corte, incarico che il giovane Rubens accetta senza esitazione.

Alla corte mantovana il pittore arricchisce la sua cultura figurativa grazie allo studio della ricca collezione Gonzaga e soprattutto con il diretto contatto con le opere di Giulio Romano, che lo colpiscono in particolar modo. Rubens ha inoltre la possibilità di visitare, al seguito della corte, città come Parma, Milano e Genova, città questa dove Pieter esegue diversi lavori: molti ritratti, come quello di Brigida Spinola Doria, e pale d’altare, come la Circoncisione, commissione per la Chiesa del Gesù.

Dopo l’esperienza mantovana, il pittore si trasferisce a Roma dove ha la possibilità di confrontarsi con le opere dei grandi maestri Michelangelo e Raffaello, studiando sempre anche l’antico.

A Roma è protagonista della mediazione svolta per l’acquisto, da parte dei Gonzaga, della Morte della Vergine del Caravaggio, che, destinata alla Cappella Cherubini in Santa Maria della Scala, era stata appena rifiutata dai committenti poiché, per eseguire la figura della Vergine, si sosteneva che il Caravaggio avesse ritratto una prostituta annegata nel Tevere.

Estasi di San Gregorio, 1° versione Madonna della Vallicella, Museo di Grenoble, Francia
Estasi di San Gregorio, 1° versione Madonna della Vallicella, Museo di Grenoble, Francia

E’ proprio a Roma che comincia a ricevere le prime importanti commissioni grazie ai contatti con la cerchia del cardinale Scipione Borghese e altri pregevoli collezionisti contemporanei. Dopo aver dipinto tre pale d’altare per la chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, nel 1606 Rubens riceve l’incarico di eseguire la pala, famosa con il nome di Madonna della Vallicella, per l’altare maggiore di Santa Maria in Vallicella, la chiesa degli Oratoriani che è in quel momento un vero e proprio cantiere artistico dove lavorano simultaneamente tutti i maggiori artisti contemporanei del pittore.

Madonna della Vallicella, Chiesa Nuova, Roma
Madonna della Vallicella, Chiesa Nuova, Roma

L’opera presentava la Madonna e cinque santi: questa prima versione non soddisfece i committenti a causa dei riflessi che in quell’ambiente produceva la luce naturale su quel tipo di supporto. Rubens mise allora mano ad una nuova versione su lastre di ardesia, materiale che per le diverse proprietà riflettenti eliminava l’inconveniente. Questa seconda è la versione che ammiriamo oggi nella Chiesa della Vallicella in cui sei santi, abbigliati come eroi, sono in adorazione dell’immagine antica e venerata della Madonna della Vallicella; assistono e partecipano allo spettacolo sacro che si svolge tra cori di angeli in alto. La prima versione è oggi conservata al Museo di Grenoble col nome di Estasi di San Gregorio.

Nel 1608 Rubens fa ritorno in patria, ad Anversa, dove ha l’appoggio di due potenti protettori: il borgomastro Nicolas Rockox e l’arciduca Alberto, governatore dei Paesi Bassi meridionali. Nell’arco della sua vita non fa ritorno in Italia ma mantiene vividi contatti con Genova che presto accoglierà un altro grande artista fiammingo, Anton van Dick.

Nell’arco della sua carriera artistica, i temi preferiti da Rubens sono il ritratto e l’allegoria: la naturalezza e particolarità dell’immagine del ritratto e l’identificazione ed emozione dell’allegoria sono il carattere peculiare delle sue opere.

Nel periodo di intensa attività organizza una bottega, applicando al lavoro artistico quelli che erano i metodi della lavorazione manifatturiera e impiegando i suoi collaboratori con criteri razionali, scegliendoli in base alle singole specializzazioni. Rubens, per far fronte alle numerose e grandiose commissioni, prepara il cartone e lascia alla bottega la trasposizione dell’idea figurativa nella sua forma ultima, in definitiva divide nettamente l’idea prima dall’esecuzione, riallacciandosi alla coeva teoria artistica classicheggiante italiana.

Alla fine del 1621, Rubens riceve da Maria de’ Medici, madre del re francese Luigi XIII, l’incarico di dipingere una serie di quadri monumentali per ornare la galleria del Palazzo del Luxembourg con un ciclo allegorico e celebrativo che illustrasse la vita e la concezione politica della committente.

Tra il 1625 e il 1628, prepara i bozzetti di quindici grandi arazzi col Trionfo dell’eucaristia, su commissione dell’arciduchessa Isabella e destinati al convento madrileno delle Carmelitane scalze. Tra il 1627 e il 1631, su commissione ancora di Maria de’ Medici, intraprende la decorazione della Galleria di Enrico IV. Del progetto, mai portato a termine, rimangono due grandi composizioni, ampiamente abbozzate, alla Galleria degli Uffizi e alcuni schizzi al Museo di Bayonne e alla Wallace Collection di Londra.

Pieter Paul Rubens muore ad Anversa nel 1640 lasciando al mondo dell’arte immensi capolavori nei quali ha saputo amalgamare linee classicheggianti e linee barocche di dilatazione delle forme, di furia nel pennello, di fastosità e di virtuosismo, con però uno sfondo di realismo imperante.

Sara D’Incertopadre

Totò è Felice Sciosciammocca

Eduardo Scarpetta, nato a Napoli il 12 marzo 1853, è stato il più importante attore e autore del teatro napoletano a cavallo fra ottocento e novecento. Dall’unione con Anna De Filippo, sorellastra di sua moglie Rosa De Filippo, nacquero, tra i tanti figli illegittimi, Titina, Eduardo e Peppino De Filippo oltre al poeta Ernesto Murolo padre del famoso cantante Roberto Murolo. Scarpetta fu il creatore del teatro dialettale moderno specializzandosi nell’adattare la lingua napoletana in moltissime pochade francesi, scrivendo molte commedie originali su quello stile.

Lui fu l’inventore della maschera di Felice Sciosciammocca che ebbe una forte collocazione nel teatro dialettale di Antonio Petito, celebre interprete di Pulcinella. “Sciosciammocca” in dialetto napoletano indica colui che sta a bocca aperta: un tipo che si meraviglia di tutto, credulone e di un’ingenuità che sfocia nella stupidità.  In scena Felice vestiva un appariscente abito a quadretti molto usurato e di una misura più piccola del dovuto, un cilindro in bilico sulla testa, un papillon, un bastoncino da passeggio, le scarpe esageratamente grandi. Troveremo qualcosa di simile nel personaggio di Charlot interpretato da Charlie Chaplin.

Il personaggio fu reso popolare al grande pubblico dalle interpretazioni che Totò realizzò per il cinema. Tre film a colori: Un turco napoletano del 1953, Miseria e nobiltà del 1954 e Il medico dei pazzi sempre del 1954, tutti con la regia di Mario Mattoli. Naturalmente Totò diede una sua lettura del personaggio di Sciosciammocca, adattandolo alla sua straordinaria comicità.

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Il film Un turco napoletano racconta la storia di Felice che, evaso insieme con un lestofante, si sostituisce a un eunuco turco che, in possesso di una lettera di presentazione dell’onorevole Cocchetelli, avrebbe dovuto mettersi al servizio di don Pasquale Catone, uomo gelosissimo della moglie Giulietta e della figlia Lisetta. Quando Felice si presenta a don Pasquale sostituendosi al turco, questi lo mette al servizio della moglie e della figlia, convinto che il turco sia effettivamente un eunuco. Il film prosegue con la comicità che scaturisce dai continui equivoci e termina con un finale inaspettato.

In Miseria e nobiltà Felice è uno squattrinato che vive facendo lo scrivano e condividendo la casa con il figlio Peppiniello, la compagna Luisella, l’amico Pasquale con moglie e figlia. Per una serie di circostanze si ritrovano tutti a interpretare una nobile famiglia aristocratica in casa di Don Pasquale, ex cuoco, divenuto molto ricco dopo aver ereditato i beni del suo padrone.

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La comicità è assicurata dalle circostanze paradossali e dagli svarioni linguistici dei    protagonisti. Anche questo film si chiude con un finale sorprendente.

Nel film ’Il medico dei pazzi Ciccillo, giovane nullafacente, da anni vive a Napoli alle  spalle dello zio Felice il quale crede di pagare al nipote gli studi di medicina. Quando Felice giunge a Napoli insieme alla moglie e alla figlia, Ciccillo mette in scena, insieme all’amico Michele, un nuovo raggiro ai danni dello zio, millantando di essere diventato psichiatra e di dirigere una clinica per alienati mentali. Dice di aver bisogno di 500 lire per comprare una macchina capace di sanare il suo paziente Michele. Naturalmente i soldi gli servono per onorare un debito di gioco, mentre la clinica è in realtà la Pensione Stella, pensione dove Ciccillo e Michele vivono a sbafo, e i presunti pazzi non sono altro che gli eccentrici clienti della pensione, del tutto sani ma presentati come pazzi. Da tutto questo prenderà corpo una commedia degli equivoci tra Felice e gli avventori.

Tre film da rivedere con lo spirito sereno, in omaggio a un grande artista come Totò.
 

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