Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Madame Bovary, celebre romanzo di Gustave Flaubert (Rouen 1821 – Croisset 1880), pubblicato nel 1857, segna un passaggio importante nel panorama letterario del XIX secolo. Oltre a suscitare grande scandalo per la società del tempo (Flaubert racconta la storia di una adultera e mette in evidenza il lato passionale e ardito della sua anima, e per questo fu incriminato per oltraggio alla morale e alla religione) questo romanzo porta con sé i primi sintomi della fine del periodo romantico e l’inizio di nuove prospettive artistiche: si può dire che fu uno dei primi romanzi del Realismo, corrente artistica che nacque in Francia e anticipò ampiamente i caratteri del Naturalismo francese.

A metà del XIX secolo ci fu l’esigenza di dare una diversa rappresentazione della realtà. Siamo negli anni in cui la nascita del capitalismo economico, dopo la rivoluzione industriale, cambiò il volto della società facendone una società di massa. In questo nuovo orizzonte sociale, soprattutto nelle società capitalisticamente più avanzate, il poeta o l’intellettuale perse la sua centralità omologandosi alla massa.  Il ruolo privilegiato, che durante il Romanticismo lo aveva visto distributore di grandi miti e di forti ideologie capaci di orientare l’opinione pubblica, venne meno. Celebre fu il componimento di Charles Baudelaire L’albatro, una delle prime poesie della sua raccolta I fiori del male, uscita lo stesso anno di Madame Bovary, che raccontò appunto la crisi della figura del poeta: il volo maestoso di questo nobile uccello marino era l’allegoria del prestigio ormai perduto del poeta e il suo incedere goffo sulla tolda della nave, deriso dai marinai, delineavano la decadenza e l’angoscia dell’intellettuale.

madame B

In generale furono diversi gli atteggiamenti adottati in Europa dagli artisti per reagire a questa situazione di crisi, e il Naturalismo in Francia, come il Verismo in Italia, per esempio nacquero proprio per riqualificare l’immagine dello scrittore facendone una sorta di scienziato, un vero e proprio tecnico della letteratura.

Flaubert rappresenta la decadenza del genere romantico in due modi: dal punto di vista tematico mette alla berlina gli ideali come la grande passione, la fantasia, il predominio dei sentimenti incarnandoli nella protagonista, Emma Bovary, giovane donna di provincia che decidendo di seguire il proprio desiderio di libertà e rompendo le regole di un matrimonio mediocre e soffocante sentito come un limite e un impedimento, arriva all’autodistruzione e al suicidio. L’autore annientando Emma, considerata da molti critici il suo alter ego, mette in discussione anche i canoni romantici che avevano caratterizzato la sua formazione di scrittore e inaugura un nuovo modo di fare letteratura; dal punto di vista stilistico invece adotta nuove regole di composizione del racconto cercando di cancellare la presenza dello scrittore nella storia e occultando i suoi pensieri e il proprio punto di vista sui fatti narrati: Flaubert usa infatti un metodo impersonale di racconto della vicenda e, come un Dio, segue i suoi protagonisti dall’alto con uno sguardo oggettivo e distaccato calandosi di volta in volta al livello dei suoi personaggi e aderendo alla loro prospettiva di visione del mondo. E’ cosi che si cominciano a delineare i caratteri del Realismo letterario.

Insomma fa del suo romanzo un antiromanzo ed esplicita il suo rifiuto per quel genere letterario guardando con occhio ironico e sarcastico la vita di Emma, che formatasi in convento aveva passato il suo tempo a leggere appunto romanzi e a fantasticare su dame e cavalieri fino a sognare di vivere la sua vita da eroina tragica, ricalcando quelle illusioni di passione.

Guardando da vicino l’opera di Flaubert possiamo notare da subito la sua tecnica di racconto impersonale: per esempio nel primo capitolo decide di calarsi nella prospettiva di Charles Bovary, il medico di provincia con cui Emma si sposerà. Comincia prima a darci delle notizie della sua infanzia e adolescenza, così da creare nel lettore una predisposizione di simpatia nei suoi confronti e poi finalmente introduce, attraverso il suo sguardo illuminato e non critico, quella che sarà la protagonista assoluta del romanzo. Flaubert narra il primo incontro di Charles con Emma rinunciando dunque all’ottica privilegiata del narratore onnisciente per dare un’immagine provvisoria e superficiale della sua eroina. L’immagine di Emma viene costruita progressivamente attraverso una successione graduale di piccoli frammenti: il suo vestito blu, il candore delle sue unghie, i suoi occhi, le labbra carnose che Charles nota parlando con lei, e poi i capelli annodati sul collo che lui nota quando lei si volta. Il narratore addirittura in un momento importante della storia, quando la ragazza prende la decisione capitale di sposarsi, nasconde i pensieri di lei sul matrimonio e i suoi sentimenti: tutto accade a distanza, la stessa di Charles che attende la risposta dietro una siepe mentre lei parla con il padre. Lo sguardo di Charles è superficiale, lui non saprà mai molto di più di quei pochi tratti esteriori su cui si è soffermato, ed Emma resterà ai suoi occhi la sconosciuta indecifrabile che invece per il lettore non sarà più. Infatti dal V capitolo l’eroina da oggetto diventa soggetto e il lettore finalmente può entrare nella sua coscienza dal momento che Flaubert da ora in poi adotterà spesso il punto di vista della protagonista mostrandone sogni, desideri e paure. Egli gioca intensamente sulle prospettive ottiche e i campi visivi dalla quale i suoi personaggi osservano le cose. Interessante è analizzare in particolare il ruolo che alcune prospettive ottiche di Emma adottano in questo romanzo.

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Per esempio c’è una predominanza di scene in cui l’eroina flaubertiana è davanti alla finestra. Flaubert enfatizza la soggettività di Emma e in particolare il suo desiderio di evasione dal senso di prigionia che la sua vita coniugale di provincia le provoca, proprio nelle scene in cui il suo sguardo si perde nell’illimitato fuori dalla finestra. Trova lì la possibilità di vagabondare con i suoi pensieri ed è dalla finestra che vede per la prima volta quelli che saranno i suoi amanti: prima a Yonville il giovane di studio del notaio, Leon e poi Rodolphe. E ancora, dalla finestra ode l’angelus che le provoca una velleità mistica e fa perdere i suoi occhi tra le nuvole ed i meandri del fiume, ed è dalla finestra della soffitta che avverte la prima vertigine del suicidio. Sempre alla finestra trascorre i lunghi momenti di noia osservando il piccolo paese di Yonville con i suoi abitanti pettegoli e banali. In generale le numerose prospettive dall’alto segnalano sempre un elevarsi della protagonista al di sopra del livello abituale dell’esistenza, e la passione è sempre il motivo che crea questo innalzamento: “Ella entrava in qualche cosa di meraviglioso dove tutto sarebbe stato passione, estasi, delirio; si sentiva circondata da una azzurra immensità, nel suo pensiero scintillavano le vette del sentimento; mentre la vita ordinaria appariva in lontananza, in un’ombrosa bassura, tra gli intervalli di quelle altezze”. I voli sentimentali di Emma sono spesso seguiti da improvvise ricadute, e ogni estasi è seguita da una piccola morte: così Flaubert ricrea il ritmo della vita psicologica della sua eroina.

Quando all’opera di Rouen Emma si identifica con la protagonista della rappresentazione e immagina che il cantante sia Rodolphe, Flaubert scrive: “Ma ora era presa da un’illusione pazzesca: egli la guardava era certo! Ebbe voglia di rifugiarsi tra le sue braccia…, di gridargli “portami via, conducimi con te, partiamo”… Calò il sipario… ed ella ricadde nella poltrona…”. E ancora per sottolineare le ricadute della protagonista spesso insiste sull’occlusione dello spazio e sul senso di soffocamento: “L’odore del gas si mescolava con gli aliti; e i ventagli, muovendola rendevano l’atmosfera più soffocante. Emma volle uscire; ma la folla ingombrava i corridoi e ricadde sulla poltrona provando palpitazioni che le toglievano il respiro”.

Madame Bovary e un alternarsi continuo di momenti di grande immobilità e noia, di vuoti in cui non c’è azione bensì sogno e immaginazione, ed è in questo che trionfa l’arte di Flaubert: ciò che di più bello c’è nel suo romanzo, è ciò che non rassomiglia alla letteratura romanzesca comune, sono quei grandi spazi vacanti; non è l’avvenimento che si contrae sotto la mano di Flaubert, ma ciò che c’è tra gli avvenimenti, quelle distese sognanti in cui ogni movimento si immobilizza. L’attenzione di questo autore francese si indirizza tutta verso la ricerca della bellezza e dell’arte nello stile. Dedicò alla scrittura di Madame Bovary ben cinque anni (dal 1851 al 1856) dimostrando la sua grande meticolosità e incontentabilità nel mestiere di scrittore. Lo stesso fu per le altre opere che scrisse: Salammbo (1862), che richiese sempre cinque anni di lavoro L’education sentimentale (1869), già abbozzato tra il 1843 e il 1845 e poi ripreso dal 1863, Trois contes (1877), e infine Bouvard et Pécuchet (1881), uscito postumo e sul quale aveva lavorato negli ultimi sei anni della sua vita.

Maura Ricci

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