2 giugno 1946

“Signor Presidente, le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti coi quali si indice il Referendum sulla forma istituzionale dello Stato e s’invoca l’Assemblea Costituente che dovrà decidere della Costituzione. Confido che il Governo saprà provvedere affinché le elezioni si svolgano nella massima libertà degli individui e delle coscienze. Io, profondamente unito alle vicende del paese, rispetterò, come ogni italiano, le libere determinazioni del popolo che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria. Affezionatissimo, Umberto di Savoia.”

Il 16 marzo 1946, Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno dal giugno 1944, inviò al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi il Decreto luogotenenziale numero 98 che istituiva le norme relative alla convocazione e alle modalità del Referendum e delle elezioni dei rappresentanti dell’Assemblea Costituente.

La questione istituzionale monopolizzò la discussione politica fin dal 5 giugno 1944 quando, all’indomani della liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III aveva rinunciato all’esercizio delle sue prerogative monarchiche e nominato suo figlio Umberto Luogotenente del Regno. Il 18 giugno si costituì il Governo di Unità Nazionale sotto la guida di Ivanoe Bonomi. Il 25 giugno il governo approvò un decreto di Costituzione Provvisoria, in base al quale, dopo la liberazione di tutto il territorio nazionale, la forma dello Stato sarebbe stata decisa da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale, con il compito di redigere la nuova Costituzione. Una soluzione che in realtà non convinse tutti e contrastava con l’ipotesi di un referendum popolare caldeggiato da monarchici, liberali e Alleati, soprattutto inglesi. Umberto di Savoia propendeva per il Referendum, contando sulla popolarità della Monarchia soprattutto al Sud. I partiti di sinistra al contrario vedevano nella volontà popolare un grave rischio per la Repubblica, convinti invece che nella futura costituente ci sarebbe stata una maggioranza favorevole alla Repubblica. De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana e Presidente del Consiglio dal dicembre 1945, per tenere insieme il suo elettorato, quasi tutto monarchico, e i quadri del partito, in maggioranza favorevoli alla Repubblica, si espresse a favore del Referendum.

Il 2 giugno, dopo più di vent’anni di regime fascista, gli italiani si recarono alle urne. In quelle code interminabili davanti ai seggi per la prima volta nella Storia d’Italia c’erano anche le donne.

2 giugno corriere

Nella serata del 3 giugno i primi risultati iniziarono a confluire al ministero degli Interni. Apparve subito chiaro che lo scarto tra i voti repubblicani e quelli monarchici era piuttosto esiguo. Nei successivi due giorni le operazioni di conteggio proseguirono tra mille difficoltà, dovute all’inesperienza di scrutatori e presidenti di seggio, chiamati per la prima volta a quell’incombenza. Si registrarono molte irregolarità e le accuse di brogli si susseguirono da una parte e dall’altra. Il 5 giugno il ministro degli Interni Giuseppe Romita convocò una conferenza stampa per la lettura dei risultati: 12.182.000 voti alla Repubblica, 10.362.000 alla Monarchia. La Repubblica aveva vinto. Il 13 giugno dopo una serie di ricorsi contro il risultato del Referendum che provocarono moti di piazza a Roma e Napoli, Umberto decise di lasciare l’Italia per il Portogallo. Il 18 giugno la Corte di Cassazione, respinti i ricorsi presentati, annunciò i risultati definitivi del Referendum: l’Italia era una Repubblica.

In ricordo della nascita della Repubblica, ogni anno il 2 giugno è celebrata la Festa della Repubblica. Dal 1948 in Via dei Fori Imperiali, si tiene la parata militare che dal 1950 è stata inserita nel protocollo ufficiale delle celebrazioni.

Salvo Fumetto

Caravaggio e la cappella Cerasi

Quando le tre tele per la cappella Contarelli non erano ancora terminate, Caravaggio ricevette l’incarico di dipingere due tele per la cappella Cerasi nella chiesa di Santa Maria del Popolo dal tesoriere generale apostolico di Clemente VIII, monsignor Tiberio Cerasi. Le due tele dovevano rappresentare la Conversione di san Paolo e la Crocifissione di san Pietro ed essere posizionate sulle due pareti della cappella. L’incarico per la pala d’altare con l’Assunzione della Vergine fu invece affidato ad Annibale Carracci. La scelta di far lavorare insieme Caravaggio e Carracci fu il riconoscimento del loro ruolo di protagonisti nel rinnovamento artistico in atto in quegli anni.

Le prime versioni realizzate vennero rifiutate dal committente, e Caravaggio dovette a quel punto realizzare due nuovi quadri che furono collocati nella cappella, dove tuttora sono conservati. I due dipinti andavano a rappresentare due momenti diversi della vita dei santi: per san Pietro il martirio, per san Paolo la conversione sulla via di Damasco.

Crocifissione di San Pietro
Crocifissione di San Pietro, Santa Maria del Popolo

Nella Crocifissione di san Pietro tutto è ridotto all’essenziale: non vi è azione ma una durata. Non è più il fatto istantaneo, che si svolge davanti ai nostri occhi hic et nunc, ma un fatto che si protrae nel tempo e che per questa ragione diventa ancora più tragico e funesto.

Nella prima versione della Conversione di san Paolo il pittore aveva rappresentato la vicenda istantanea dell’apparizione di Cristo e dell’accecamento di Saul, di fatto attenendosi all’episodio riferito negli Atti (Atti, 9: 3-7) in cui Paolo è a terra nel momento in cui si copre gli occhi per proteggersi dalla luce. Questa prima versione, forse rifatta per volere dello stesso Caravaggio, fu acquistata dal cardinal Sannesio e fa parte oggi della collezione Baldi-Odescalchi.

Conversione di san Paolo, Santa Maria del Popolo
Conversione di san Paolo, Santa Maria del Popolo

La seconda e definitiva versione rappresenta il fatto appena accaduto e porta all’attenzione l’istante di pausa prima del compiersi dell’azione vera e propria. Ma un’altra versione della Conversione è stata ritrovata, grazie a un’indagine radiografica, al di sotto dello strato pittorico del dipinto in Santa Maria del Popolo: si è potuto individuare, in basso a destra, un Paolo più anziano, non completamento disteso a terra, con gli occhi sbarrati, il braccio destro sollevato e la mano aperta per proteggersi dalla luce. Nella versione finale Caravaggio non si preoccupò di rappresentare l’accadimento dei fatti in senso narrativo-storico ma volle rendere tangibile l’attimo in cui si rivela tutta la potenza della grazia divina, con l’intervento abbagliante di Dio nell’anima umana.

Conversione di san Paolo, versione Odescalchi
Conversione di san Paolo, versione Baldi-Odescalchi

La luce ancora una volta la fa da protagonista, come era successo nelle tele per la cappella Contarelli; la luce violenta arriva dall’alto e va ad illuminare la scena e i protagonisti, facendoli quasi uscire dal quadro. La luce abbaglia il peccatore e allo stesso tempo rappresenta la grazia che si impossessa dei personaggi.

Le rappresentazioni risultano quindi del tutto prive di senso aulico ed eroico ma sono piene di significato spirituale: la croce eretta per il martirio di san Pietro è simbolo della fondazione e costruzione della Chiesa terrena a perfetta somiglianza dei cieli, partendo dal martirio e dalla liberazione del corpo dai peccati terreni.

Sara D’Incertopadre