Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Lo spagnolo Diego Velázquez (Siviglia, 6 giugno 1599 – Madrid, 6 agosto 1660) è considerato a buon diritto il pittore ritrattista di infanti e principi di corte per eccellenza della prima metà del Seicento; in tali dipinti egli sa trattare il dato oggettivo, la realtà, e valorizzare la materia pittorica come pochi, grazie a straordinari accostamenti di colore puro dato a macchie larghe e sintetiche.

Uno dei quadri più famosi tra i ritratti da lui realizzati è Las Meninas o La famiglia di Filippo IV, come lo chiamavano i suoi contemporanei, considerato dalla critica il suo dipinto capolavoro. Realizzato nel 1656 è oggi conservato al Museo del Prado di Madrid, questa grande tela raffigura l’infanta Margherita di Spagna circondata dalle sue “meninas”, cioè le giovani e nobili damigelle di corte che si prendono cura di lei, dai servitori, da buffoni e nani, nell’austero scenario di un salone del palazzo reale.

Sullo sfondo una porta si apre dando su una scala, attraverso la quale intravediamo la figura in controluce del cavaliere don José Nieto. Velázquez stesso è nel quadro, sta dipingendo un’enorme tela di cui riusciamo a vedere la parte superiore nello specchio appeso al muro di fondo. In esso si riflettono le effigi del re e della regina che si trovano nello spazio in cui si trova l’osservatore. Esaminando le varie parti del quadro, non è più tanto chiaro chi o che cosa sia il vero soggetto dell’opera. È l’infanta, i due regnanti o il pittore stesso? Probabilmente nella tela vi è un’intenzione simbolica: mostrare l’infanta come legittima erede alla corona, a causa del decesso del figlio maschio e della rinuncia della sorella maggiore in quanto promessa sposa del re di Francia, ritratta veramente nel quadro, mentre i genitori regnanti ne sono al di fuori.

Las_Meninas,_by_Diego_Velázquez,_from_Prado

La struttura ed il posizionamento spaziale delle figure è tale che il gruppo di damigelle intorno all’Infanta sembra stare dal nostro lato di fronte a Filippo IV e sua moglie Marianna. Di fatto l’attenzione del pittore è tutta concentrata su di essi, dal momento che sembra stia lavorando al loro ritratto. Nonostante possano essere visti solo nel riflesso dello specchio, re e regina sono il vero punto focale del dipinto verso cui sono diretti gli sguardi di quasi tutti i personaggi. Come spettatori, capiamo di essere esclusi dalla scena, poiché al nostro posto c’è la coppia regnante; ma allo stesso tempo siamo inclusi poiché i personaggi sono rivolti verso di noi. Ciò che sembra a prima vista un dipinto “aperto” si dimostra essere quindi completamente ermetico, affermazione confermata dal fatto che il dipinto di fronte a Velázquez è completamente nascosto alla nostra vista.

E’ sorprendente come Velázquez reagisca nelle sue opere alle convenzioni tardomanieristiche della tradizione locale scegliendo di rappresentare la realtà nei suoi molteplici aspetti e facendola oggetto di un’attenzione minuziosa e rigorosa.

Dipinto quattro anni prima della morte dell’artista, è un caposaldo del periodo artistico del barocco europeo. L’opera è stata esaltata sin dal momento della sua realizzazione: il pittore napoletano Luca Giordano ne parlò come di una “teologia della pittura”, mentre nel XVIII secolo il pittore inglese Thomas Lawrence lo definì la “filosofia dell’arte”. Protagonista di discussioni filosofiche sul tema della rappresentazione e di trattati di diverso genere, quest’opera è anche stata letteralmente presa in prestito dal grande pittore del Novecento Pablo Picasso che la reinterpretò a modo suo.

Nel quadro di Velázquez quindi lo spettatore si ritrova suo malgrado complice nel mezzo dello spazio tra i personaggi della famiglia reale e i protagonisti esterni all’opera e questo è stato il segno d’istintivo del dipinto che ha attirato molti artisti dell’età contemporanea.

Tra questi, il grande padre del cubismo Pablo Picasso dedica al capolavoro di Velásquez una serie di ben 58 opere.

Sempre aperto al confronto con l’arte del passato, negli anni Cinquanta Picasso rivisita celebri soggetti della tradizione storico-artistica, spagnola ed europea. È del 1950 la sua copia del Ritratto di pittore di El Greco, del 1955 la sua interpretazione delle Donne di Algeri di Eugène Delacroix. Sei anni dopo si cimentò con il primo pittore della modernità, Édouard Manet e la sua opera più rappresentativa ed enigmatica Le déjeuner sur l’herbe. Ma solo delle “meninas” creò così tante riproduzioni.

Le 58 tele vengono realizzate nella villa “La Californie”, a Cannes, tutte nell’arco di tempo che va dal 17 agosto al 30 dicembre del 1957. L’artista spagnolo ha settantasei anni, è lontano dal clamore suscitato dalle opere decisive dei decenni passati, ma il suo spirito creativo non è mai sopito e sempre pronto a mettersi in discussione.

las meninas picasso2

L’ adesione di Picasso al passato dell’opera di Velázquez è del tutto particolare: l’immagine riproposta viene interamente stravolta, trasformata a un punto tale che l’opera originaria diventa quasi irriconoscibile. Tutti i personaggi e gli elementi compositivi vengono traslati, ma nulla viene dimenticato. Lo specchio che ritrae i regnanti diventa un riquadro con due puntini, una piccola tela bianca, una cornice che contiene un triangolo e dei raggi, dipende dalle versioni. Sulle pareti di tela sono appesi i quadri che Velázquez aveva affisso nel suo dipinto, ma il mitologico diventa astratto. Le forme si irrigidiscono, i colori si intensificano, i caratteri somatici si alterano, assumono linee taglienti o si appiattiscono. Gli abiti sembrano piedistalli, risaltano e creano spessore. Particolari poco rilevanti vengono portati all’eccesso.

las meninas picasso

48 tele sono dedicate all’analisi di volti, di figure isolate, di gruppi di personaggi e di differenti versioni d’insieme. 14 sono invece incentrate sull’Infanta Margarita, su Dona Maria Augustina de Sarmiento e Dona Isabel de Velasco, che conclude la serie con un gesto di riverente saluto. Nicolosito Pertustato diventa pretesto per riproduzioni libere. Il cane, invece, assume le sembianze dell’animale appartenuto all’artista. Velázquez si riconosce, a volte, per la grande croce che nell’originale è dipinta in rosso sul petto.

La prevalenza di scala di grigi nella prima versione cubista è dovuta alla consultazione di un ingrandimento fotografico in bianco e nero dell’opera di Velázquez, fonte basilare per la rivisitazione picassiana.

Las Meninas di Picasso costituiscono una parte sostanziale della collezione del Museu Picasso di Barcellona, al numero 15 di Carrer de Montcada. La creazione del museo si deve a Jaume Sabartés, amico fidato e segretario di Picasso, a cui l’artista donò la corposa serie, esposta in tre delle più ariose sale al primo piano.                             Proprio una lettera inviata a Sabartés sette anni prima della realizzazione dei 58 quadri sembra anticiparne la sfida: “Se mi mettessi di buona lena a copiare Las Meninas, a un certo punto arriverei a un’interpretazione personale, dimenticando l’opera di Velázquez. Sicuramente modificherei o cambierei la luce, spostando dei personaggi. Così, poco a poco, le damigelle d’onore apparirebbero deplorevoli a un pittore che copiasse opere antiche in modo tradizionale. Non sarebbero più le figure che aveva visto sulla tela di Velázquez. Sarebbero solo le ‘mie’ Meninas”.

Sara D’Incertopadre & Serena Ficarola

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