Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Una delle opere migliori di Giacomo Balla precedenti l’epoca della sua adesione al Futurismo è Fallimento; di questo soggetto ci rimane solo il bozzetto su cui la critica è concorde nell’affermare che il pittore seppe raggiungere la piena maturità pittorica in quel particolare momento artistico in cui stava già precorrendo alcune ricerche che sarebbero poi state riprese dal movimento futurista cui egli stesso aderì.

Il suo allievo Gino Severini in “La vita di un pittore” così descriveva l’opera: “Fece una volta un quadro intitolato Fallimento, era la parte inferiore della porta di una bottega chiusa per fallimento. Quelle imposte non più aperte, abbandonate, sporche, coperte di pupazzi e di geroglifici fatti col gesso dai ragazzi, suggerivano certo l’abbandono e la tristezza. In un angolo dello scalino di pietra c’era uno sputo magnificamente reso. Indipendentemente dal soggetto e dallo spirito ‘verista’, con cui era espresso, il quadro era una bella e personale pittura”.

Il quadro del 1902 è la più alta prova delle capacità raggiunte a inizio secolo da Balla. Il soggetto è ravvivato da piccoli tocchi di colore che sfuggono alla percezione accentuando quell’effetto prospettico creato dalla linea obliqua che parte dall’angolo in basso a sinistra. Le rapide e violente pennellate di colore sovrapposte si amalgamano in un impasto corposo, alleggerito da note azzurre e rosse, in una sorta di tessitura già divisionista.

Quella malinconica porta di legno, abbandonata, polverosa e scarabocchiata è reale come solo il divisionismo italiano sapeva interpretare. A noi spettatori non ci rimane che guardare questa bottega chiusa, fallita, fra grosse pietre di travertino, dinanzi ad una strada su cui si vedono un pezzo di carta e un cerino. Gli scarabocchi indicano un ulteriore interesse dell’artista per il mondo dell’infanzia, tema che era fortemente sentito da altri artisti a lui contemporanei quali Aleardo Terzi e Duilio Cambellotti.

Balla costruisce con questa pennellata obliqua e punteggiata un movimento interno al dipinto stesso e, attraverso il taglio prospettico accentuato, fortemente fotografico nella resa, sembra creare una continuità con la realtà esterna. In questo modo Balla da un dettaglio riesce a ricostruire il tutto.

Questa, come molte sue altre opere, hanno come tema portante quell’interesse per il sociale, per le classi meno abbienti e per la vita urbana, vista in particolar modo attraverso gli occhi della classe operaia, aspetti sentiti e vissuti nella Torino di fine Ottocento. Balla proveniva proprio da quella Torino, trasferitosi nel 1895 a Roma, dove inizialmente trovò un ambiente alquanto provinciale e poco aperto a nuove esperienze artistiche e dove però arrivò ad un altissimo spessore artistico, diventando anche maestro e mentore degli artisti Umberto Boccioni, Gino Severini e Mario Sironi che anni dopo, come ogni ottimo allievo, si staccarono dall’ideologia del maestro.

Sara D’Incertopadre

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