Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Nel luglio del 1963 Che Guevara si recò per la prima volta in Africa. Andò in Algeria non per un incontro di stato, ma per un viaggio personale: voleva essere presente al primo anniversario dell’indipendenza del popolo algerino che, dopo circa 130 anni, si era liberato dal colonialismo, diventando, insieme all’Egitto, un esempio di libertà per tutti i popoli africani. Guevara interpretò l’importanza di quell’anniversario come modello che poteva spingere i paesi africani a spezzare le catene dello sfruttamento coloniale europeo. Quando alcuni giornalisti gli chiesero perché avesse scelto di visitare proprio l’Algeria, lui rispose senza mezzi termini:

<<Perché Cuba e l’Algeria devono servire d’esempio a tutti i Paesi dell’America e a quelli dell’Africa. Bisogna aprire un fronte rivoluzionario.>>

Proprio in merito alla questione africana, in rappresentanza della delegazione cubana alla diciannovesima assemblea dell’Onu, pronunciò un discorso che scosse l’opinione pubblica mondiale. Ernesto Guevara si scagliò contro gli occidentali e la loro opprimente politica coloniale. Infatti, dopo la morte di Patrice Lumumba, il Congo era ritornato a essere un territorio controllato dagli europei attraverso capi africani. Ernesto a testa alta lesse il suo discorso:

<<[…]. Mi riferisco nella fattispecie al Congo, doloroso e unico esempio nella storia del mondo moderno di come ci si possa fare beffe, con la più assoluta impunità e con il più offensivo cinismo, del diritto dei popoli. Causa diretta di tutto questo sono le ingenti ricchezze del Congo che le nazioni imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio controllo. Come si fa a dimenticare la forma in cui è stata tradita la speranza riposta da Patricio Lumumba nelle Nazioni Unite? Come si possono dimenticare i giochi e le manovre che sono seguiti all’occupazione del Congo da parte delle Nazioni Unite, sotto i cui auspici hanno agito impunemente gli assassini del grande patriota?[…].>>

Da quel momento in poi Guevara cominciò ad avvicinarsi sempre di più al Congo. In questo paese individuò la colonna portante di un processo rivoluzionario che avrebbe dovuto coinvolgere l’intera Africa. Il 19 aprile del ’65, con la falsa identità di Ramòn Benìtez, giunse a Dar es Salam, dove incontrò altri rivoluzionari, anch’essi con false identità, che si erano addestrati a Cuba. Fu probabilmente in quel periodo che il Che inviò una lettera di addio al suo amico Fidel:

<< […]. Altre terre del mondo reclamano il contributo dei mie modesti sforzi. […]; lascio qui gli esseri che amo, e lascio un popolo che mi ha accettato come figlio;[…]; sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l’imperialismo dovunque esso sia; […].>>

Il presidente egiziano Nasser, che conosceva il Che sin dal 1959, cercò di dissuaderlo definendo il progetto imprudente e destinato al fallimento. Nonostante l’avvertimento di Nasser, il 24 aprile un manipolo di guerriglieri raggiunse il territorio libero del Congo, una regione selvaggia sotto il controllo dei ribelli, con pochi villaggi sparsi e qualche guarnigione belga che ancora resisteva. Poco dopo furono raggiunti da un centinaio di guerriglieri afro-cubani. Sulle prime, collaborarono con il leader della guerriglia Kabila, che aveva aiutato i sostenitori del deposto presidente Lumumba. Con Kabila non ebbe mai un buon rapporto, tanto da definirlo: “Un personaggio insignificante. Niente mi fa credere che sia l’uomo adatto al momento.”

Molto presto però il Che avvertì le tensioni fra i vari capi del movimento e la mancanza di disciplina tra i ribelli. Inoltre molti combattenti facevano affidamento sulla stregoneria e su presunti rimedi magici. Accaddero anche episodi di corruzione quando i medicinali arrivati da Cuba furono venduti dai capi dei ribelli. In Africa il Che, non aveva un atteggiamento autorevole, ma si lasciava dare ordine dai capi africani. Questo comportamento era un elemento fondamentale di Guevara, che rispettava le scelte del processo rivoluzionario che si creavano in ogni paese ma che certo non creava la necessaria disciplina tra i combattenti. Per capire la lingua del posto usava un dizionario francese e swahili che portava sempre con sé e c’è da immaginare quanta confusione questo creasse nei rapporti con i ribelli.

La situazione col trascorrere dei mesi peggiorava, anche perché arrivavano mercenari sudafricani e britannici, oltre a esuli cubani, a lavorare con l’esercito congolese per ostacolare i piani di Guevara. Gli europei cercavano di difendere i loro interessi non concedendo a Guevara neanche lo spazio per le comunicazioni via radio. Rimase così isolato da tutto e tutti mentre i suoi uomini cadevano negli scontri i quotidiani.

Rimasto quasi solo, stanco, malato e sofferente per l’asma, dopo sette mesi  la fine di quella sua campagna rivoluzionaria sembrava ormai alle porte. Sei dei suoi uomini più fidati morirono, tanti altri rimasero feriti, ma il Che non demorse. A quel punto il suo piano era di rimandare a Cuba tutti i guerriglieri feriti e rimanere da solo con i suoi uomini a combattere fino alla fine insieme ai ribelli. Da Cuba intanto arrivarono due emissari mandati da Fidel che lo convinsero a ritornare in patria. Guevara decise di lasciare il fronte congolese individuando nell’incompetenza, nel settarismo e nelle lotte intestine delle varie fazioni congolesi le principali ragioni del fallimento della rivolta. Decise di non tornare a Cuba e passò i successivi sei mesi vivendo clandestinamente in Tanzania, a Der es Salam e poi nella Repubblica Democratica Tedesca. In quei sei mesi scrisse le sue memorie sull’esperienza in Congo e sul fallimento della rivoluzione.

Salvo Fumetto

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