Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Mary Shelley nacque nei pressi di Londra nel 1797. Sua madre morì nel darla alla luce e la sua vita fu caratterizzata da una serie di nascite e morti. A diciotto anni restò incinta del poeta romantico inglese Percy B. Shelley, già sposato e in attesa di un figlio dalla moglie. Mary fuggì di casa e partorì una bambina che morì poco dopo. Visse in Svizzera e in Italia dopo aver regolarizzato la sua relazione con Shelley con il matrimonio. Suo maritò annegò dopo una gita in barca all’età di trenta anni, e Mary decise di ritornare in Inghilterra. Qui visse del suo lavoro di scrittrice. Tra le sue opere ricordiamo L’ultimo uomo (1826), ma sicuramente la sua fama è legata al celebre romanzo fantascientifico Frankenstein (1818).

Questo famoso testo di Mary Shelley tratta temi che ancora oggi sono molto attuali: il ruolo della scienza e i limiti morali che essa può imporsi o infrangere, la bontà originaria dell’uomo che viene corrotta dalla società, la paura della diversità e la solitudine del diverso, per non parlare del rapporto metafisico tra il mostro e il suo creatore. Il romanzo narra la storia di un giovane scienziato Victor Frankenstein, che crea un essere mostruoso con parti di vari cadaveri. Riesce ad infondere la vita a questa sua creatura, che nonostante il suo aspetto ripugnante è buono, mite e intelligente. A renderlo un vero mostro in realtà saranno solo gli altri esseri umani che lo guarderanno con orrore e tenderanno ad emarginarlo. Diventato violento e vendicativo, questa creatura finisce per uccidere persone a lui care e anche lo stesso Frankenstein. Il lato buono del mostro e il suo forte senso di solitudine finiscono per creare simpatia e affetto nei confronti di questo personaggio.

Ad un certo punto della storia lui racconta la sua versione dei terribili avvenimenti accaduti prima:

“Era buio quando mi svegliai; avevo anche freddo, e, per istinto, provavo un certo timore a trovarmi così solo. Prima di lasciare la tua casa, a una sensazione di freddo, avevo indossato qualche abito, insufficiente però a ripararmi dalla brina notturna. Ero un povero disgraziato, miserabile e senza speranza; non sapevo nè potevo distinguere alcunchè, ma sentendo il dolore assalirmi, mi misi a sedere e piansi.”

A Mary Shelley, in questo frangente, interessava presentare il mostro alla luce delle teorie rousseauiane e godwiniane, come una tabula rasa, un essere innocente che si formerà la psiche a contatto con le circostanze. Questo lato umano si materializza con la richiesta del mostro al suo creatore di affiancargli una compagna, il cui amore placherebbe il suo istinto di violenza fomentato dal senso di solitudine ed emarginazione, è un aspetto che rivela in pieno il punto di vista femminile che sta dietro l’opera. Nella Shelley, infatti, troviamo una delle più importanti caratteristiche della scrittura femminile: la capacità di comprendere quanto le azioni umane, anche le più tremende, siano mosse da sentimenti più profondi di quelli che emergono in superficie; la protezione e la solidarietà dei più deboli, dei “diversi” di qualsiasi tipo, di coloro che soffrono. Infine, c’è da sottolineare come in questo romanzo venga messo alla berlina il tentativo della scienza di superare qualsiasi limite pur di arrivare a sentirsi pari a Dio. Questo aspetto scaturisce dal fatto che lo scienziato alla fine, più che una creatura perfetta non può che aver creato semplicemente un mostro capace dei delitti più atroci. E’ questa la punizione di un Prometeo moderno, che ha sfidato le leggi divine pur di arrivare a conquistare mete quali l’immortalità, o l’eterna giovinezza. Questi erano temi sicuramente molto cari alla letteratura gotica del Ottocento, ricordiamo anche un’altro emblematico personaggio che incarna questo stereotipo: il dottor Faust, che vende la sua anima al diavolo per conquistare l’immortalità. L’opera di Mary Shelley è diventata un vero e proprio mito letterario, e a ciò ha contribuito senza dubbio il fatto che lo scienziato protagonista non si è avvalso di una scienza alternativa, come l’alchimia per esempio, ma della scienza tradizionale per raggiungere i suoi obbiettivi metafisici di ricerca della verità. Questo aspetto della scienza che vuole superare continuamente i suoi limiti, viene messo in cattiva luce dalla scrittrice: lei infatti racconta di questo scienziato impegnato fino a tarda notte nei suoi esperimenti, che lo vedevano trascorrere molto tempo negli ossari e nei cimiteri alla ricerca di parti di corpi umani, tanto da trascurare vivamente i contatti umani e familiari fino a diventare ossessivamente prigioniero della sua malsana impresa da compiere.

MaryShelley

“Confesso che nè la struttura del linguaggio, nè i codici governativi, nè la politica dei vari stati, avevano per me attrazione. Erano i segreti del cielo e della terra quelli che desideravo apprendere e, sia che a occuparmi fosse la sostanza esterna delle cose o lo spirito interno della natura e l’anima misteriosa dell’uomo, le mie indagini erano sempre rivolte al metafisico o, nel suo senso più elevato, ai segreti fisici del mondo.”

Il racconto di Mary Shelley funziona su più livelli che spesso sembrano non coincidere tra loro. Per prima cosa il testo nasconde una vena ottimistica, perchè sembra presumere che la perfettibilità umana sia raggiungibile se solo le circostanze sono giuste. Poi espone molti dubbi sul progresso scientifico sottolineando in chiave moderna la responsabilità e attenzione delle questioni scientifiche. Se Frankenstein avesse studiato di più psicologia, educazione e politica avrebbe avuto gli strumenti giusti per educare la sua creatura e non si sarebbe fermato semplicemente alla sua creazione.

C’è infine il tema del brutto, del diverso che viene sempre emarginato. Sotto questo aspetto comunque la società tende a colpevolizzare il mostro semplicemente per la sua alterità, mentre lo scienziato pur avendo commesso un crimine nefando resta comunque uno di noi e viene giustificato.

Il tema dell’ingiustizia sociale, o divina come nel caso del Vagabondo (importante figura della letteratura gotica, come il vampiro) punito da Dio per averlo sfidato, è un tema caro alla letteratura ottocentesca, forse perchè rispecchia quella che era l’ingiustizia che stava colpendo la società di quell’epoca sotto vari aspetti: l’ineguaglianza tra i sessi, la presa di coscienza dell’esistenza di un lato oscuro nell’essere umano che non è controllato dalla ragione, la ricaduta delle colpe dei padri sui figli e via dicendo.

Per tutte queste tematiche fortemente attuali e moderne, il romanzo di Mary Shelley resta un testo celebre e sempre molto amato dai lettori di tutto il mondo.

Maura Ricci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...