Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Alla fine del 1959 Fernando Tambroni era ministro del Tesoro e del Bilancio. Avvocato ed esponente, sin da giovanissimo, del Partito Popolare Italiano, a ventiquattro anni fu eletto segretario provinciale di Ancona. Dopo l’instaurazione del regime fascista, nel 1926 subì un fermo di polizia per antifascismo. Dopo quell’episodio chiese e ottenne l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista e allo scoppio della guerra fu arruolato nella Milizia contraerea ad Ancona.

Tra il 1943 e il 1945 s’iscrisse alla Democrazia Cristiana, senza però partecipare in prima persona alla Resistenza partigiana. Dopo la Liberazione fu eletto deputato della DC all’Assemblea Costituente e in seguito rieletto alla Camera alle politiche del 1948, 1953 e 1958.

In occasione del VII Congresso della DC, tenuto a Firenze dal 23 al 28 ottobre 1959, Tambroni si mise in mostra con un discorso di apertura nei confronti del centrosinistra. Alla fine dei lavori rilasciò ai giornalisti la seguente dichiarazione:

“[…] Abbiamo pertanto il dovere e il diritto di un più ampio colloquio con le categorie attive del nostro paese e la possibilità di allargare il respiro e di consolidare la stabilità delle nostre istituzioni. Un colloquio da fare e un consenso da chiedere a più larghe masse operaie che vogliamo, di fatto, inserire nella vita dello Stato. A imprenditori intelligenti e capaci, a uomini dell’università e della tecnica, a studenti, a professionisti, a impiegati, a piccoli e medi imprenditori, a uomini nuovi e a nuove volontà, per chiamare tutti a una più vicina collaborazione con noi, per uno sviluppo più rapido del nostro processo produttivo, per una più rapida costruzione del nostro Stato moderno che deve essere sempre più uno Stato di diritto e di giustizia sociale.”

Il 23 marzo 1960 il presidente del Consiglio Antonio Segni si dimise in seguito alla mancata fiducia dei Liberali, spaventati dalle aperture a sinistra. Il 26 marzo 1960, dopo vari tentativi, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, affidò l’incarico a Fernando Tambroni di formare un nuovo governo. L’obiettivo politico era quello di superare l’emergenza, attraverso un governo provvisorio, in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma e di approvare il bilancio dello Stato entro il 31 ottobre. L’8 aprile, il governo monocolore democristiano, formato da Tambroni, ottenne la fiducia della Camera con una maggioranza di soli tre voti e con il decisivo appoggio dei deputati missini. La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate di tre ministri appartenenti alla sinistra della DC. L’11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il Governo rassegnò le dimissioni e il Presidente della Repubblica assegnò l’incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare, e Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l’appoggio dei missini e con pochi voti di scarto, il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.

Perché Tambroni accettò i voti del MSI? Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene:

“Tambroni vuole arrivare alla trattativa con i socialisti per aprire a sinistra ma ci vuole arrivare in condizioni di forza […], il grosso della DC gli lascia fare questo tentativo perché andando all’incontro con i socialisti, sarà più forte se ha dimostrato di poter governare comunque […].”

E perché il MSI votò la fiducia a Tambroni? Sempre da dichiarazioni di Sabbatucci:

“[…] Michelini (segretario del MSI) stava pensando a una qualche svolta, abbastanza clamorosa, che anticipasse di una ventina d’anni quell’operazione Destra Nazionale di Almirante e, ancora più avanti, quella di Alleanza Nazionale del Congresso di Fiuggi del ‘95 […] volevano entrare nel gioco politico ed erano disposti per questo a fare delle grandi svolte teoriche […].”

L’appoggio del Movimento Sociale al Governo non fu gratuito, il partito di destra convocò per i giorni 2,3 e 4 luglio il suo sesto Congresso a Genova, città decorata con la Medaglia d’oro della Resistenza. Ciò fornì l’occasione ai partiti di sinistra di scendere in piazza al fine di mettere in difficoltà il governo Tambroni. La protesta si fece sentire sempre più forte. Tambroni scelse la linea dura, dando origine ai noti fatti di Genova del 30 giugno 1960.

L'ora su Tambroni e genova

Le reazioni della sinistra genovese furono immediate. Il 15 giugno si svolse una prima manifestazione cui parteciparono più di 20mila persone per protestare contro il Congresso. Il 30 giugno si tenne lo sciopero generale indetto dai partiti e dai sindacati genovesi. Lo scontro con la polizia fu inevitabile. Le camionette e le jeep della celere eseguirono cariche sia nelle piazze, sia nelle vie limitrofe, sia sotto i porticati della parte alta di via XX Settembre. I manifestanti, che continuavano a fluire nella zona, nel frattempo si procurarono attrezzi da lavoro, spranghe di ferro e alcuni pali di legno dai vicini cantieri edili. Le forze dell’ordine iniziarono a impiegare, oltre che i lacrimogeni, anche le armi da fuoco. Alcune camionette della celere furono incendiate. Cinquanta manifestanti furono arrestati.

Il 1° luglio affluirono a Genova 7mila poliziotti e carabinieri, con l’ordine di usare le maniere forti. Tambroni dichiarò che quel Congresso si sarebbe tenuto in ogni caso. Nei giorni successivi la tensione in città era altissima. Si ricostituirono le formazioni di partigiani accorsi nel frattempo da tutta Italia. Il 7 luglio a Reggio Emilia a seguito di una grande e tumultuosa manifestazione, la polizia intervenne duramente e negli scontri cinque manifestanti restarono uccisi. Incidenti avvennero anche a Licata, a Palermo e a Catania, dove rimase ucciso un giovane bracciante. A questo punto il Governo capì di aver perso la partita e revocò l’autorizzazione al MSI di tenere il Congresso a Genova. Genova antifascista aveva vinto.

Il 13 luglio la direzione della DC pubblicò un documento in cui dichiarava esaurito il compito del Governo, dicendosi pronta e favorevole alla creazione di un nuovo esecutivo. Il giorno seguente Tambroni, riferendo alla Camera dei deputati, espose la tesi che le violenze erano state organizzate dal PCI, e il collegamento di queste con il viaggio a Mosca di Togliatti. Durante il Consiglio dei Ministri negò l’ipotesi di dimissioni, evidenziando che queste sarebbero potute sembrare un “cedimento alla piazza“, informando i ministri che gli scontri avevano destato preoccupazioni anche all’estero, compresi gli Stati Uniti.

A seguito delle proteste e dello sfaldarsi della propria maggioranza Tambroni si dimise il 19 luglio. Tambroni, partito con l’idea di favorire un governo di centrosinistra, si ritrovò a gestirne uno che aveva represso con la forza le manifestazioni di piazza, provocando morti e feriti, per appoggiare l’idea del MSI di tenere in ogni modo il Congresso a Genova. Qualcuno nel PCI lo definì un nuovo Bava Beccaris.

Salvo Fumetto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...