Caffè culturale "LetterAr-Thè"

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Nel 1808 Napoleone nominò Gioacchino Murat Re di Napoli, dopo che il trono, strappato ai Borbone, si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a Re di Spagna. A Napoli il nuovo Re fu accolto con entusiasmo dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e i tentativi di porre riparo alla sua miseria. Durante il suo breve regno, Murat fondò il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade  e la Cattedra di agraria nell’università Federico II, ma condannò alla chiusura l’antica Scuola medica salernitana. Inoltre avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli ma anche nel resto del Regno.

Il 1º gennaio 1809, Murat introdusse il Codice Napoleonico, che, tra le varie riforme, legalizzò, per la prima volta nella penisola, il divorzio, il matrimonio civile e l’adozione, cosa che non fu gradita dal clero, che con questi provvedimenti perse la competenza sulle politiche familiari. La nobiltà apprezzò la riorganizzazione dell’esercito sul modello francese; i letterati apprezzarono la riapertura dell’Accademia Pontaniana e l’istituzione della nuova Accademia reale; i tecnici gradirono l’attenzione rivolta agli studi scientifici e industriali. Molto efficace, anche se attuata con metodi crudeli, fu la repressione del brigantaggio, affidata dapprima al generale Andrea Massena e poi al generale Charles Antoine Manhès.

Nel 1810, Murat provò la conquista della Sicilia dove si era rifugiato Ferdinando I, messosi  sotto la protezione degli inglesi. Giunse a Scilla il 3 giugno 1810 e vi restò sino al 5 luglio, quando fu completato il grande accampamento calabrese di Piale. Nel breve periodo di permanenza, Murat fece costruire i tre forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale. Il 26 settembre dello stesso anno, constatando la difficoltà  di conquistare la Sicilia, anche per il mancato sostegno di Napoleone, Murat dismise l’accampamento di Piale e ripartì per la capitale.

Murat partecipò, nella Grande Armée, alla campagna di Russia, al comando della Cavalleria napoleonica e di un contingente di soldati del regno di Napoli. Il 5 dicembre 1812 Napoleone, rientrando a Parigi, gli affidò il comando di ciò che rimaneva della Grande Armée. Tuttavia Murat, giunto a Poznań, lasciò a sua volta il comando dell’armata francese ad Eugenio di Beauharnais  e rientrò in tutta fretta a Napoli. Tornò comunque a fianco di Napoleone in tempo per combattere a Dresda ed a Lipsia, dopo di che lasciò l’armata. Giunto a Milano l’8 novembre, Murat fece sapere all’ambasciatore austriaco di essere disposto a lasciare il campo napoleonico e due mesi dopo fu firmato un trattato di alleanza fra Austria e Regno di Napoli. La notizia giunse a Napoleone mentre era impegnato nella difesa del suolo francese, la sera del 6 febbraio.

Murat, di fronte alla scelta di perdere quel Regno che aveva faticosamente costruito e rimesso in piedi o rimanere fedele a Napoleone, scelse il tradimento. Del resto i suoi rapporti con lo stesso Napoleone si erano ormai, da qualche tempo, deteriorati. Nel trattato l’Austria garantiva a Murat i suoi stati,  ponendo un’ipoteca sulle decisioni del congresso di Vienna, che in un primo tempo non volle privarlo del Regno di Napoli, appoggiata in questo anche dall’Inghilterra che aveva riconosciuto ufficialmente il trattato di gennaio. Il 1º marzo 1815 Napoleone sbarcò vicino a Cannes, dopo essere fuggito dall’isola d’Elba, e il 5 marzo Murat scrisse alle corti di Vienna e di Londra che, qualunque fossero state le sorti di Napoleone dopo il rientro in Francia dall’Elba, egli sarebbe rimasto fedele all’alleanza con i due Stati, così come gli aveva  chiesto lo stesso cognato, perdonandolo della sua condotta dell’anno precedente. Napoleone gli raccomandò soprattutto di mantenersi in accordo con gli austriaci e di limitarsi a contenerli se avessero marciato contro la Francia. Ma già il 19 dello stesso mese, temendo le intenzioni di restaurazione borbonica sui territori del suo regno, egli invase lo Stato Pontificio con un esercito di 35.000 uomini. Murat avanzò verso nord entrando, con il suo esercito, nelle Legazioni presidiate dall’esercito austriaco che, dopo alcuni tentativi di resistenza, si ritirò, lasciando a Murat la città di Bologna, dove entrò il 2 aprile. L’8 aprile fece presentare ai suoi plenipotenziari a Vienna una nota con la quale affermava la sua volontà di rispettare gli accordi del gennaio 1814. La risposta della diplomazia austriaca fu rapida: il 10 dello stesso mese il Ministro austriaco Metternich presentò ai plenipotenziari di Murat la dichiarazione di guerra ed il 28 aprile l’Austria firmò un trattato di alleanza con Ferdinando I delle Due Sicilie restituendogli la sovranità sul Regno di Napoli e di Sicilia. Murat fu sconfitto dagli austriaci, sancendo definitivamente la sua caduta e il ritorno del Borbone sul trono.

Intanto, dopo la disfatta di Tolentino e dopo aver emesso il 12 maggio il famoso proclama che chiamava alla rivolta gli italiani contro i nuovi padroni, presentandosi così come l’alfiere della loro indipendenza, Murat commise il suo ultimo errore. Aveva l’intenzione di portarsi a Gaeta per difendere il suo regno ormai perso, ma i suoi cortigiani gli imposero la partenza per la Francia per andare a combattere con Napoleone. Nella mattinata del 20 maggio s’imbarcò per Ischia e il 25 maggio riuscì a sbarcare a Cannes . Qui errò a lungo per la Provenza, nella speranza che Napoleone, ripreso il potere dopo la fuga dall’isola d’Elba, lo richiamasse nell’armata. Ma il Bonaparte non solo non lo richiamò, ma gli impose, tramite un inviato del ministro degli esteri Caulaincourt, di tenersi lontano da Parigi e di soggiornare tra Grenoble e Sisteron. Venuto a conoscenza della disfatta napoleonica a Waterloo, Murat si rifugiò in Corsica, dove fu presto circondato da centinaia di suoi partigiani. Avendo ricevuto false notizie sul malcontento dei napoletani, organizzò una spedizione per riprendersi il regno di Napoli. La spedizione, messa in piedi frettolosamente e forte di circa 250 uomini, partì da Ajaccio il 28 settembre 1815. Voleva sbarcare nei dintorni di Salerno ma, dirottato da una tempesta in Calabria e tradito dal capo battaglione Courrand, sbarcò l’8 ottobre nel porticciolo di Pizzo. Intercettato dalla Gendarmeria Borbonica al comando del Capitano Trentacapilli, Murat fu arrestato e fatto rinchiudere nelle carceri del locale castello. Informato della cattura dell’ex sovrano, il Generale Vito Nunziante si precipitò incredulo da Monteleone, dove si trovava, a sincerarsi dell’identità del prigioniero.

Ferdinando I, da Napoli, nominò una Commissione Militare competente per giudicare Gioacchino. Nell’ascoltare la condanna capitale Murat non si scompose. Chiese di poter scrivere in francese l’ultima lettera alla moglie e ai figli che consegnò a Nunziante in una busta con dentro alcune ciocche dei suoi capelli. Volle confessarsi e comunicarsi, prima di affrontare il plotone d’esecuzione che lo attendeva. Fu fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815.

Salvo Fumetto

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