Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Le fiabe sono racconti fantastici che tutti noi da subito ricolleghiamo al periodo dell’infanzia, quando genitori e nonni si calavano nelle letture di storie piene di esseri immaginari con poteri straordinari, di luoghi incantati, di oggetti magici capaci di cambiare la realtà delle cose.

Le fiabe dunque sono il primo approccio che si ha con la letteratura da bambini, ed è per questo che vengono catalogate nella sfera della letteratura per l’infanzia.

E’ bene però ricordare che questi racconti appartengono alla tradizione popolare e contadina e alla letteratura orale caratteristica di questo ambiente sociale, un tipo di letteratura caratterizzata da racconti medio-brevi incentrati su avvenimenti e personaggi fantastici (orchi, fate e così via) coinvolti in storie che spesso hanno un intento formativo o di crescita morale. E’ diffusa l’opinione che le fiabe erano intenzionalmente pensate per intrattenere i bambini, ma ciò non è del tutto corretto: esse venivano narrate anche mentre si svolgevano lavori comuni, come la filatura per esempio, che richiedevano gesti sapienti ma anche automatici e che non richiedevano un particolare sforzo mentale. Erano per lo più lavori femminili e per questo le donne erano le narratrici preferenziali di questo genere di storie.

Le fiabe sono state da sempre un interessante aspetto della cultura popolare in grado di accendere la curiosità di numerosi studiosi di tradizioni popolari, di antropologi e psicologi: nei racconti fantastici di culture in tutto il mondo, molto diverse tra loro, infatti, ricorrono temi e motivi che hanno suggerito svariate e suggestive interpretazioni.

grimm

Lo studio dei racconti popolari inizia poco dopo il 1800 e si rivolge quasi esclusivamente alla saga e alla fiaba. I fratelli Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859) Grimm sono da ritenersi i fondatori della ricerca sul racconto popolare. Essi partivano dall’idea, molto diffusa in quell’epoca, che ogni popolo aveva la sua anima che si esprimeva con la massima purezza nella lingua, nella poesia, nelle canzoni e nei racconti. Essi però sostenevano che con il tempo i popoli perdevano parte della propria lingua e della propria poesia, specialmente nei ceti sociali più elevati, che poteva essere ritrovata solamente negli strati sociali inferiori. In questa ottica, le fiabe erano considerate dei resti dell’antica cultura unitaria del popolo e costituivano una fonte molto preziosa per la ricostruzione di quella cultura più antica. Essi pubblicarono nel 1812 e nel 1815 due volumi dei Kinder-und Hausmarchen (letteralmente Fiabe per bambini e famiglie) per un totale di 156 fiabe. In un primo momento essi partirono dall’idea che tutte le fiabe avessero origine tedesca, poi, nel 1819, con la seconda ristampa della loro opera, introdussero il concetto che esisteva un comune passato indoeuropeo in grado di spiegare le affinità dei vari racconti.

Tutti gli studi che si sono occupati delle fiabe e dei racconti popolari partivano dalla teoria che ci dovesse essere una causa comune a tutte le storie capace di spiegare il perché della somiglianza di motivi in storie tanto lontane tra loro sia dal punto di vista geografico che cronologico. Nella seconda metà dell’Ottocento, per merito dell’antropologia, si svilupparono idee sulla cultura umana che influenzarono anche le ricerche sulla fiaba. Nasceva la convinzione che tutti gli uomini, a qualsiasi razza o cultura appartenessero, possedevano la stessa struttura psicologica e se esistevano delle differenze, queste erano da ricondurre alla cultura d’appartenenza. Esistevano infatti personaggi e fatti molto simili tra loro ma con connotazioni diverse in base al popolo di appartenenza.

Anche la psicologia ha interpretato le somiglianze di svariati motivi dei racconti popolari riferendoli alla presenza di archetipi nella mente dell’uomo. A tale proposito ricordiamo la psicologia analitica di Carl Gustav Jung, alla cui base ci sono appunto gli archetipi, cioè strutture innate, come fossero ereditarie, che animano o costituiscono l’inconscio collettivo: i principali motivi mitologici di ogni tempo e di ogni razza sono probabilmente degli archetipi. Gli archetipi fanno parte anche dei sogni e della parte inconscia della mente umana. Queste immagini primordiali si integrano nella coscienza collettiva e vengono rielaborate continuamente dalle società umane rafforzandosi, indebolendosi o addirittura morendo.

Il folklorista russo Vladimir Ja. Propp, studiando le fiabe di magia russe all’inizio del Novecento, ha spiegato il fenomeno dell’analogia tra le fiabe non con la presunta unità della psiche umana propugnata dalla scuola antropologica o con la teoria delle migrazioni ma con una comune origine storica.

Seguendo il metodo rigorosamente scientifico della scuola formalista russa Propp ricava dai racconti di magia russi uno schema fisso basato sulla funzione dei personaggi e categorizza come “attributi dei personaggi” le parti variabili e mutevoli dei racconti di magia. Questo studio è descritto nel suo libro Morfologia della fiaba pubblicato a Leningrado nel 1928. Gli attributi sarebbero tutte le caratteristiche esteriori dei personaggi: età, sesso, condizione, aspetto, i suoi tratti particolar e così via. Sono gli attributi a conferire fascino, vivacità e bellezza alla fiaba e la loro mutevolezza è legata a cause a volte anche piuttosto complesse come influenze della poesia epica dei popoli vicini, la letteratura, la religione, si tratti di quella cristiana o di credenze locali.

cappuccetto-rosso

Per Propp la presunta unità di composizione della fiaba va ricercata nella realtà storica del passato come spiega in Le radici storiche dei racconti di fiabe (1946). I motivi comuni alle fiabe sarebbero residui di usanze, credenze, riti, forme sociali ed economiche arcaiche e la loro variabilità sarebbe frutto di un processo di evoluzione data dai cambiamenti storici sociali ed economici, che sarebbe avanzata nel tempo mediante stratificazione, sostituzione, trasposizioni di senso o mediante neo-formazioni. Tra i motivi che mostrano un legame con particolari istituti sociali antichi individuati dallo studio di Propp, supportato da una ingente ricerca di materiale etnografico, ha notevole rilevanza quello legato al rito di iniziazione molto diffuso tra molteplici gruppi sociali di origine arcaica: nelle fiabe ritorna sempre l’allontanamento del protagonista dalla casa di origine a causa di un qualche evento che ha sconvolto un iniziale equilibrio delle cose, e il suo affrontare una serie di prove per ristabilire quell’orine inizialmente devastato; questo motivo è legato al rito di iniziazione a cui molti giovani dei clan primitivi venivano sottoposti, un rito che prevedeva appunto l’allontanamento del giovane dal gruppo (spesso il luogo dove egli veniva mandato era la foresta dove c’erano apposite costruzioni nelle quali avvenivano le prove e gli addestramenti; la foresta è anche il luogo dove nelle fiabe l’eroe deve affrontare vari pericoli, ed è anche il luogo dove si trova spesso la casa della maga a testimonianza del legame con le primitive capanne che ospitavano i giovani dei clan primitivi), il superamento di numerose prove, e il successivo reintegro nel clan come persona nuova (addirittura spesso gli veniva cambiato il nome), come soggetto non più bambino ma adulto.

Dunque la fiaba un tempo era legata al rito, anzi probabilmente lo accompagnava come racconto rituale, e in seguito al suo distacco dalla sfera religiosa ha avuto inizio la storia del racconto di fate. Questa per Propp è la dimostrazione di un passaggio attraverso le generazioni della letteratura orale, che ne ha favorito l’evoluzione e la multiformità pur con uno schema fisso di base sempre uguale.

“Quel che oggi si racconta, un tempo si faceva, si rappresentava e quello che non si faceva lo si immaginava. Di questi due cicli, il primo (il rito) si estingue prima dell’altro. Il rito non si celebra più, le rappresentazioni della morte seguitano a vivere, si sviluppano, si modificano senza avere più una connessione con il rito stesso.” (Vladimir Ja. Propp, Radici storiche dei racconti di fate)

Tutte le interpretazioni scaturite dallo studio dei racconti popolari contribuiscono ad arricchire questa letteratura di notevole fascino e mistero e a tenere vivo ancora oggi l’interesse per essa.

Maura Ricci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...