Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Il ciclo di affreschi con la Leggenda della Vera Croce, nella chiesa di San Francesco ad Arezzo, è considerato il capolavoro di Piero della Francesca. Patroni della cappella maggiore in san Francesco e committenti della decorazione ad affresco furono i Bacci, una facoltosa famiglia di mercanti aretini; essi si erano impegnati a finanziare l’impresa pittorica, mentre il soggetto era stato concordato con la comunità francescana.

Il soggetto della Leggenda della Vera Croce era popolarissimo nel Quattrocento, specialmente in Toscana, dove era stato illustrato in molte chiese famose da prestigiosi pittori, quali Agnolo Gaddi in Santa Croce a Firenze, Masolino in Sant’Agostino d’Empoli e Parri Spinelli nella Badia di Arezzo.

Nel 1447 fu all’opera nella cappella il pittore Bicci di Lorenzo che nel giro di poco più di un anno dipinse la volta con i quattro Evangelisti e due dottori della chiesa nel sottarco d’ingresso. Bicci morì nel 1452 senza portare a termine l’impresa affidatagli. Entrò quindi sulla scena Piero della Francesca che dipinse il ciclo di affreschi tra il 1452 e il 1466. Questo periodo di quattordici anni è interrotto dal viaggio del pittore a Roma presso la corte pontificia nel 1458-59; sulla base di ciò tre ipotesi sono avanzate sulla realizzazione da parte di Piero: gli affreschi sono stati eseguiti tutti prima del viaggio romano, sono stati eseguiti in parte prima e in parte dopo oppure sono stati eseguiti tutti al ritorno da Roma. L’ultima ipotesi è quella meno probabile, mentre l’ipotesi cronologica che colloca il ciclo fra il 1452 e il 1458 è la più credibile.

Il soggetto scelto è la storia della Vera Croce secondo la versione codificata nel XIII secolo da Jacopo da Varagine nella sua Leggenda Aurea; soggetto assai caro ai francescani e apprezzatissimo dal pubblico di allora perché univa al fascino di remoti tempi e di esotici paesi, una trama avventurosa piena di colpi di scena, non senza la componente miracolistica legata al potere salvifico della croce di Cristo e l’invito implicito alla guerra santa per il trionfo della fede.

In breve la Leggenda della Vera Croce attraversa l’intera storia umana ed inizia con la morte di Abramo, il quale al momento della sepoltura, viene inumato con nella bocca un virgulto dell’albero del Bene e del Male, secondo le istruzioni date al figlio Seth dall’Arcangelo Michele nel giardino dell’Eden. Ecco crescere così dal corpo del primo uomo, il grande albero destinato a diventare un giorno la croce di Cristo. La storia legata a questo albero vedrà alternarsi personaggi celebri quali re Salomone e Costantino e sua madre Elena.

Piero insiste sul significato teologico della presenza della Croce nella storia, strumento di redenzione, segno della divinità che l’uomo è tenuto a scoprire e adorare, motore della Provvidenza.

L’antica leggenda medioevale diventa il pretesto per una riflessione umanistica e cristiana sulla misteriosa presenza di Dio nella storia e sull’intervento della Provvidenza nelle umane vicende.

Esiste un raffinato sistema di corrispondenze che lega fra loro le varie scene della leggenda: sulle due pareti maggiori, ad una battaglia corrisponde una battaglia (Costantino contro Massenzio e Eraclio contro Cosroe), ad una scena cerimoniale-liturgica un’altra di analogo significato (l’Incontro fra la regina di Saba e Salomone e il Rinvenimento del Sacro legno), un episodio all’aperto corrisponde ad un altro con simile ambientazione (la Morte di Adamo e l’Esaltazione della Croce), l’Annunciazione della Vergine fa da pendant a un altro annuncio angelico (il Sogno di Costantino), e per finire due scene di genere (il Trasporto del legno e la Tortura dell’ebreo).

Non vi è dubbio che dietro la complessità degli affreschi aretini avrà giocato un ruolo decisivo la committenza di Giovanni Bacci, umanista e uomo di chiesa.

La battaglia di Costantino contro Massenzio è senza dubbio il capolavoro assoluto dell’intero ciclo aretino dove si attua una perfetta sintesi fra perfezione compositiva e cromia luminosa. Se la si guarda bene la scena somiglia più a una parata che a una vera e propria battaglia. Una parata lussuosa per le armi e i cavalli di gran prestigio; una parata rituale per il gesto dell’imperatore Costantino che incede lentamente sul suo destriero con in testa il “cappelletto bianco appuntato davanti”, stringendo nella mano destra la croce, talismano invincibile. Questo racconta la Leggenda Aurea: Costantino, stretta in pugno la croce, “pregò il Signore perché non permettesse che la sua destra si macchiasse di sangue romano”, così che la vittoria miracolosamente guidata dalla mano di Dio, avvenne in modo incruento, per il fatale concatenarsi di eventi prodigiosi, quali il crollo imprevisto del ponte sul Tevere.

Famosa è anche la scena del Sogno di Costantino dove la luce dell’angelo incendia come un meteorite l’accampamento addormentato, così che le tende coniche sullo sfondo acquistano un’aria minacciosa e i guardiani dell’imperatore appaiono per metà accesi dal subitaneo bagliore, per metà sepolti nell’oscurità, così come la loro coscienza è in bilico fra il sonno e la veglia. L’originalità di Piero in questa scena notturna sta nell’intuizione e nella rappresentazione degli effetti irrealistici che la luce artificiale genera nel buio della notte. La certezza della visione viene alterata e ciò che è lontano può sembrare vicino, mentre ciò che ci è vicino può sparire ed essere inghiottito dal buio. Ricordiamo infine che questa famoso affresco è ancora oggi considerato la prima vera scena di notturno della storia dell’arte.

Sara D’Incertopadre

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