La pandemia di Spagnola

L’influenza spagnola, veicolata da virus del ceppo H1N1, fu così definita perché ne parlarono principalmente i giornali della penisola iberica. L’epidemia si diffuse agli inizi del 1918, in pieno conflitto mondiale, quindi inizialmente non ebbe grande risonanza sulla stampa se non quella spagnola, paese non coinvolto nella guerra. È probabile che il primo focolaio di infezione si fosse sviluppato negli Stati Uniti e che furono proprio i soldati americani a portare il virus in Europa. Inizialmente la patologia che si sviluppò fu scambiata per le più diverse malattie, addirittura tifo, poi qualcuno avanzò l’ipotesi, rivelatasi subito esatta, che si trattasse di influenza. Nell’estate del 1918 l’influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnata da gravissime complicazioni a livello polmonare, responsabili della maggior parte dei decessi. Fu una pandemia insolitamente mortale, che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone a tutte lei latitudine, coinvolgendo persino l’Artico e alcune remote isole del Pacifico. Non è possibile ipotizzare un dato certo di vittime, ma si suppone che su di una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, vi furono tra i 50 e i 100 milioni di decessi.

Pur essendo particolarmente aggressiva, l’influenza non fu la diretta responsabile del tasso di mortalità. I decessi erano spesso provocati dalle infezioni batteriche che aggredivano i pazienti influenzati, quasi sempre in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Basti pensare ai soldati asserragliati da anni nelle trincee, un vero e proprio bacino di virus e batteri che potevano progredire tra cadaveri, carcasse di animali e fogne a cielo aperto. L’Italia fu pesantemente colpita dall’influenza spagnola. Si è potuto stimare che il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di italiani, soprattutto al Sud, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero enorme se si considera che all’epoca l’Italia aveva 36 milioni di abitanti. Verso la fine del 1918 e l’inizio del 1919, il numero di nuovi casi calò bruscamente, insieme al numero dei decessi. Una spiegazione del rapido declino della mortalità della malattia è da ricercare forse nella capacità dei medici di migliorare la prevenzione e la cura della polmonite che si sviluppava dopo che le persone avevano contratto il virus. Un’altra teoria sostiene che il virus mutò alquanto rapidamente in una forma meno letale, evento comune nei virus dell’influenza che tendono a diventare meno letali col passare del tempo.

Salvo Fumetto

La strage di Piazza Fontana

Uno dei più drammatici episodi che cambiò la storia del nostro paese avvenne il 12 dicembre 1969 e segnò l’ingresso dell’Italia in una fase storica che sarebbe durata per più di dieci anni: gli anni di piombo.  A Milano cominciò la saga delle bombe che diede l’avvio al periodo stragista con simili gesti di cieca ferocia. Di molte di queste bombe non si saprà mai la paternità e forse le domande restano ancora senza risposte: furono innescate da gruppi di fanatici neri ancora alla ricerca di una rivalsa al 25 aprile del 1945, dalla sinistra anarchica o dall’estrema sinistra?

Alle 16:37 la prima bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone ottantotto. Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Una terza esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, la prima davanti all’Altare della Patria, la seconda all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento in piazza Venezia, ferendo quattro persone. Si contarono, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici che colpirono contemporaneamente Roma e Milano.

La strage del 12 dicembre 1969 non fu tra le più atroci che insanguinarono il nostro paese, ma fu l’inizio di una escalation terribile di sangue e di indagini grossolane e altalenanti dovute ai depistaggi dei servizi segreti.

Le immagini della devastazione passavano di continuo sugli schermi televisivi, alternate a quelle dei feriti che, subito dopo l’attentato, erano avviati con le ambulanze negli ospedali vicini. Nei giorni successivi lo sdegno pervase tutta Italia. Le organizzazioni sindacali dei bancari, fino a quel momento chiuse su loro stesse, organizzarono uno sciopero generale che portò alla chiusura totale di tutti gli sportelli bancari.

Le indagini vennero subito orientate nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti. Furono fermate per accertamenti ottantaquattro persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma, tra i quali figurava Pietro Valpreda e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, tra i quali figurava Giuseppe Pinelli.

Pinelli era un frenatore delle ferrovie che lavorava nella stazione di Porta Garibaldi: un anarchico convinto. Negli uffici della questura fu lungamente interrogato dal commissario Calabresi. Alle undici di sera si seppe però che Pinelli era morto, caduto accidentalmente dal quarto piano della questura, secondo la ricostruzione degli agenti, buttato dalla finestra, a seguito della ricostruzione di quasi tutti gli ambienti della sinistra.

Dopo le prime indagini rivolte nella direzione degli anarchici di sinistra, gran parte della stampa iniziò a dubitare delle ricostruzioni fatte dalla polizia e cominciò a farsi largo l’idea che gli attentati del 12 dicembre fossero stati opera dell’estremismo di destra, aiutato dai servizi segreti di Stato. L’ipotesi venne suffragata dal coinvolgimento di due padovani, nostalgici del ventennio, Franco Freda e Giovanni Ventura. Il coinvolgimento dei servizi segreti fu avvalorata invece dopo il coinvolgimento di Guido Giannettini, considerato un esperto di problemi militari e uno specialista di tecniche di controguerriglia, che pare fosse pagato dal SID.

Molti processi si sono tenuti per attribuire la responsabilità di quella strage, tutti chiusi con la sentenza della Cassazione del maggio 2005. La Cassazione, assolvendo i tre imputati, affermò che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Salvo Fumetto

Il Cavaliere

Silvio Berlusconi ha costruito le sue fortune sulla concessione dell’uso di frequenze per le trasmissioni televisive ottenuta grazie al governo Craxi. L’incontro tra i due avvenne per intercessione di Silvano Larini, uomo di fiducia di Craxi. Bettino mostrò sempre una rilevante apertura verso le televisioni private, a tal punto da varare nel 1984 ben due decreti a favore delle reti del Cavaliere, oscurate tra il 13 e il 16 ottobre 1984 dai pretori di Torino, Pescara e Roma per violazione della legge che proibiva alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Silvio contraccambiò, promuovendo, sui suoi canali televisivi, molteplici spot elettorali, sia per il Psi sia per Craxi.

Berlusconi difese l’amico Craxi fino alla sua completa débâcle, ritenendolo unico argine all’avanzata dei comunisti in Italia. Nell’inverno del 1993, in seguito al vuoto politico creato dallo scandalo di Tangentopoli, timoroso di una possibile vittoria degli ex comunisti alle elezioni politiche, decise di scendere in prima persona nell’arena politica. Lo fece utilizzando l’associazione Forza Italia! fondata il 29 giugno del 1993 da alcuni professionisti inseriti nelle aziende controllate dalla Fininvest e da alcuni suoi amici, tra questi, Marcello Dell’Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani. Berlusconi per diversi mesi negò di voler fondare un partito, anche se su alcuni quotidiani iniziarono a trapelare molte indiscrezioni. Il 25 novembre 1993 nacque l’associazione nazionale dei club di Forza Italia e il 15 dicembre fu aperta la sede centrale di Forza Italia in via dell’Umiltà a Roma. Il 18 gennaio 1994 Berlusconi creò il Movimento Politico Forza Italia, uno schieramento di centrodestra la cui missione era restituire una rappresentanza agli elettori moderati e contrapporsi ai partiti di centrosinistra.

Sul piano politico Berlusconi si presentò come portatore di una nuova visione. Voleva rappresentare l’Italia moderata e conservatrice chiusa nei valori della società tradizionale, in lotta contro le tendenze laico-democratiche e contro lo spettro comunista. Secondo il Cavaliere il comunismo non era debellato e, dopo aver governato l’Italia dalla liberazione in poi, era pronto per tornare al potere. Il suo partito doveva sostituire il centro moderato e conservatore che era stato rappresentato, fino a quel momento, dalle forze più retrive della Democrazia cristiana. Non poteva però fare appello all’ideologia e alla cultura cattolica che non possedeva, ma che non erano più necessarie, viste le trasformazioni dell’etica e del costume popolare. Alla mancanza di una qualsiasi ideologia, Berlusconi supplì con l’enorme influenza che aveva sulla comunicazione di massa e con un piglio decisionista e modernizzatore, tipico delle tendenze populiste di molti leader politici delle società di massa.

Forza Italia era un partito allo stato gassoso che esisteva solo perché voluto da Berlusconi e da lui sponsorizzato grazie al suo immenso impero economico. Fu costruito sul modello e con il personale delle aziende Mediaset, quindi privo di radici e di autonomia ma con una base associativa costituita da imprenditori e da una borghesia ansiosa di rompere tutte le regole, mossa da un antistatalismo utile ad affermare con forza i propri egoismi. Era la borghesia che vedeva nella vecchia classe politica il partito delle tasse, coloro che li tartassavano per sostenere uno stato sociale inefficiente ed esclusivamente assistenzialista. Al contrario Forza Italia era percepita come il partito anti-tasse attorno a cui si raccolsero tutte le spinte antistataliste e antipolitiche insinuate da tempo nella società italiana.

All’elezione del ’94 la sinistra si presentò col raggruppamento denominato Alleanza dei Progressisti formato da: Alleanza Democratica, Cristiano Sociali, Federazione dei Verdi, La Rete, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico della Sinistra, Partito Socialista Italiano e Rinascita Socialista. La destra dovette caratterizzare le alleanze nelle due principali aree del paese. A Nord si chiamò Polo delle Libertà, formato da Forza Italia, Centro Cristiano Democratico e Lega Nord, a Sud assunse la denominazione di Polo del Buon Governo, formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico, Unione di Centro e Polo Liberal Democratico. Al centro, fra i due schieramenti, nacque il Patto per l’Italia, formato dal Partito Popolare Italiano guidato da Mino Martinazzoli e dal Patto Segni.

Tutti sottovalutarono la novità introdotta nella politica italiana da Berlusconi. Tutti erano convinti che la poderosa macchina da guerra messa in campo da Occhetto avrebbe travolto il Cavaliere, portando la sinistra al governo del paese. Sembrava ormai, dopo la caduta del muro di Berlino, che il ceto medio si fidasse del Pds e dei suoi alleati e che Occhetto avesse portato in salvo sé stesso, il suo apparato e gran parte delle sue truppe.

Il 27 e 28 marzo, sovvertendo le previsioni dei principali quotidiani nazionali, Forza Italia si affermò come primo partito italiano con il 21 per cento dei voti, contro poco più del 20,4 ottenuto dal Pds. Berlusconi non aveva stravinto ma aveva compiuto comunque un miracolo, considerando che un partito appena nato, improvvisato e privo di presenze capillari, aveva sopravanzato il Pds con il suo apparato organizzativo e con le sue profonde radici. Il 10 maggio il Cavaliere giurò nelle mani del Presidente e nominò i suoi ministri tra i quali, per la prima volta nella storia della Repubblica, figuravano esponenti dell’ex Movimento Sociale Italiano.

Salvo Fumetto

L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Venerdì 22 novembre 1963 il telegiornale edizione serale andò in onda alle 08:30 in punto. Lo speaker aveva iniziato a leggere le prime notizie di politica interna quando inaspettatamente annunciò un collegamento straordinario con Dallas, città del Texas negli USA:

   “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando. La salma di John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, assassinato stasera a Dallas nel Texas in età di quarantasei anni, viene trasportata in volo a Washington…”

   Il 22 novembre 1963, Kennedy era in visita nello stato del Texas. Alle 12:30, il corteo presidenziale sfilava per le strade di Dallas quando quattro colpi di fucile lo raggiunsero al torace, alla gola e alla testa. Mezz’ora più tardi Kennedy moriva in ospedale. La figura della first lady, che sullo sfondo della limousine teneva fra le mani la testa del Presidente, rimase impressa nella mente di milioni di persone che avevano visto le immagini dell’attentato in televisione.

Alle 13:50 fu arrestato Lee Harvey Oswald e alle 23:30 fu accusato di aver assassinato il presidente Kennedy, vittima, si disse in un primo momento, di una cospirazione conservatrice. Oswald fu a sua volta ucciso, prima di essere processato, il 24 novembre, all’interno del seminterrato della stazione di polizia di Dallas, da Jack Ruby, noto alle autorità per i suoi legami con la mafia. Ruby fu immediatamente arrestato e giustificò il suo gesto sostenendo di essere un grande patriota e di aver voluto vendicare la morte del presidente Kennedy. Era convinto che per il suo gesto non solo non l’avrebbero condannato ma addirittura elogiato. Il processo però non andò secondo le sue attese. La giuria non credette alla tesi dell’azione spontanea e improvvisa e dall’imputazione per omicidio non premeditato si arrivò alla sentenza di condanna a morte.

La condanna fu poi convertita in ergastolo e Ruby trascorse in carcere i suoi ultimi tre anni di vita. Il 3 gennaio 1967 morì per un’embolia polmonare, dovuta, a detta dei medici, a un tumore ai polmoni.

Molti sostengono che Oswald aveva sostenitori nelle file della destra, o addirittura che era stato il capro espiatorio di un complotto sovversivo che mirava a eliminare il Presidente. Altri hanno ipotizzato che esistevano svariati Oswald, piazzati in punti diversi per lasciare tracce confuse e fuorvianti. Ma i fatti, semplicemente, non hanno fatto emergere nulla di tutto ciò, mentre molti si sono fatti travolgere dall’idea ossessiva di una cospirazione contro Kennedy. Oltre 2000 libri sono stati pubblicati sull’argomento ma un’accurata analisi dei fatti ha confermato che Oswald agì da solo.
Dopo quarantadue anni, c’è ben poco da aggiungere. Di tanto in tanto, salta fuori un nuovo libro che annuncia di aver trovato un nuovo testimone che afferma di essere stato coinvolto nell’assassinio di Kennedy, o di avere conosciuto Oswald, Ruby e altri personaggi della vicenda. Alcuni documenti, resi pubblici di recente, sembrano fare un po’ di luce su alcuni aspetti dell’omicidio ma, in effetti, si limitano solo a chiarire alcune anomalie riscontrate nel caso. Ad esempio, perché si è tanto costruito attorno all’autopsia che fu coperta da un velo di segretezza e intrighi. Viene fuori che la famiglia Kennedy non voleva si venisse a sapere che il Presidente era stato affetto dal morbo di Addison durante il periodo della sua presidenza. Inoltre sono messi in luce i particolari della macabra natura delle fotografie scattate al cadavere, con una spiegazione perfettamente aderente al pensiero dei sostenitori della cospirazione. Questi nuovi documenti comunque non aggiungono nulla che faccia modificare la tesi che Oswald fosse l’unico assassino presente quel giorno nella Dealey Plaza.

Salvo Fumetto

La conquista dello spazio

Dopo il secondo conflitto mondiale, americani e russi combatterono una guerra non guerreggiata. La consapevolezza che un conflitto nucleare avrebbe portato il mondo sull’orlo della catastrofe, contribuì a evitare uno scontro diretto. Le battaglie si combattevano con operazioni di spionaggio e di propaganda. La corsa allo spazio fu il terreno più utilizzato per le scontro fra le due superpotenze che cercarono, per più di un ventennio, di prevalere l’una sull’altra in termini tecnologici. La tecnologia spaziale divenne fondamentale, sia per le possibili applicazioni militari sia per i benefici derivanti dalla propaganda. Un satellite, opportunamente equipaggiato, poteva spiare una nazione nemica mentre i successi spaziali potevano propagandare le capacità scientifiche acquisite e il potenziale militare. Gli stessi missili che erano in grado di inviare un uomo in orbita, potevano anche precipitare un’arma nucleare su una città nemica.

La corsa allo spazio iniziò dopo il lancio del satellite sovietico Sputnik 1, il 4 ottobre 1957. Fu il primo satellite artificiale a essere messo in orbita attorno alla terra. Il lancio dello Sputnik provocò negli Stati Uniti un acceso dibattito politico, costringendo l’amministrazione Eisenhower ad approvare un piano di ricerca spaziale e la costituzione della NASA. L’americano medio aveva sempre immaginato che gli Stati Uniti fossero leader in tutti i campi tecnologici ma il lancio dello Sputnik provocò nella popolazione un forte senso di sconcerto e di paura. Gli Stati Uniti dovettero in brevissimo tempo recuperare il ritardo accumulato rispetto ai sovietici e quattro mesi dopo il lancio dei russi, dalla base di Cape Canaveral, lanciarono il loro primo satellite, l’Explorer I.

Yuri Gagarin
Yuri Gagarin

Per quasi tutti gli anni ’60 la sfida segnò momenti di alterne fortune. I Sovietici riuscirono per primi a inviare un uomo in orbita intorno alla terra. Era il 12 aprile 1961 e Yuri Gagarin, sulla navetta Vostok 1, entrò in orbita terrestre. Il 5 maggio l’americano Alan Shepard entrò nello spazio suborbitale con la missione Freedom. Il 20 febbraio del 1962 John Glenn, con la missione Friendship, eseguì tre orbite complete intorno alla terra. Poi vi furono la prima donna russa nello spazio, Valentina Vladimirovna Tereskova e la prima passeggiata spaziale di un astronauta russo, il comandante Aleksej Archipovic Leonov. Gli americani sembravano sconfitti ma il 25 maggio del 1961 il presidente John Kennedy, in una sessione del Congresso, dichiarò: “Il programma Apollo, deciso dal mio predecessore, ha come obiettivo far atterrare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio”. Esattamente otto anni dopo l’America mantenne la promessa del suo Presidente.

L’Apollo 11 fu lanciato dalla base di Cape Kennedy, il 16 luglio 1969 e tre giorni dopo entrò in orbita lunare. Durante le trenta orbite che eseguì intorno alla Luna, i tre astronauti, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin, ebbero modo di osservare il luogo previsto per l’atterraggio, a sud del Mare della Tranquillità. Il 20 luglio il modulo lunare, chiamato Eagle, fu separato dal modulo di comando, il Columbia. Collins rimase a bordo del Columbia mentre l’Eagle, con Armstrong e Aldrin, si apprestava a scendere sulla superficie lunare. Dopo un attento controllo visivo, Eagle accese il motore e iniziò la discesa sulla Luna. Poche ore dopo Armstrong scese la scaletta del modulo lunare e, appena toccato il suolo lunare, pronunciò la storica frase: “Questo è un piccolo passo per un uomo ma è un grande balzo per l’Umanità.” Erano le 4:56 del 21 luglio 1969.

Salvo Fumetto

L’Italia degli anni ’60: il governo Tambroni

Alla fine del 1959 Fernando Tambroni era ministro del Tesoro e del Bilancio. Avvocato ed esponente, sin da giovanissimo, del Partito Popolare Italiano, a ventiquattro anni fu eletto segretario provinciale di Ancona. Dopo l’instaurazione del regime fascista, nel 1926 subì un fermo di polizia per antifascismo. Dopo quell’episodio chiese e ottenne l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista e allo scoppio della guerra fu arruolato nella Milizia contraerea ad Ancona.

Tra il 1943 e il 1945 s’iscrisse alla Democrazia Cristiana, senza però partecipare in prima persona alla Resistenza partigiana. Dopo la Liberazione fu eletto deputato della DC all’Assemblea Costituente e in seguito rieletto alla Camera alle politiche del 1948, 1953 e 1958.

In occasione del VII Congresso della DC, tenuto a Firenze dal 23 al 28 ottobre 1959, Tambroni si mise in mostra con un discorso di apertura nei confronti del centrosinistra. Alla fine dei lavori rilasciò ai giornalisti la seguente dichiarazione:

“[…] Abbiamo pertanto il dovere e il diritto di un più ampio colloquio con le categorie attive del nostro paese e la possibilità di allargare il respiro e di consolidare la stabilità delle nostre istituzioni. Un colloquio da fare e un consenso da chiedere a più larghe masse operaie che vogliamo, di fatto, inserire nella vita dello Stato. A imprenditori intelligenti e capaci, a uomini dell’università e della tecnica, a studenti, a professionisti, a impiegati, a piccoli e medi imprenditori, a uomini nuovi e a nuove volontà, per chiamare tutti a una più vicina collaborazione con noi, per uno sviluppo più rapido del nostro processo produttivo, per una più rapida costruzione del nostro Stato moderno che deve essere sempre più uno Stato di diritto e di giustizia sociale.”

Il 23 marzo 1960 il presidente del Consiglio Antonio Segni si dimise in seguito alla mancata fiducia dei Liberali, spaventati dalle aperture a sinistra. Il 26 marzo 1960, dopo vari tentativi, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, affidò l’incarico a Fernando Tambroni di formare un nuovo governo. L’obiettivo politico era quello di superare l’emergenza, attraverso un governo provvisorio, in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma e di approvare il bilancio dello Stato entro il 31 ottobre. L’8 aprile, il governo monocolore democristiano, formato da Tambroni, ottenne la fiducia della Camera con una maggioranza di soli tre voti e con il decisivo appoggio dei deputati missini. La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate di tre ministri appartenenti alla sinistra della DC. L’11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il Governo rassegnò le dimissioni e il Presidente della Repubblica assegnò l’incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare, e Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l’appoggio dei missini e con pochi voti di scarto, il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.

Perché Tambroni accettò i voti del MSI? Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene:

“Tambroni vuole arrivare alla trattativa con i socialisti per aprire a sinistra ma ci vuole arrivare in condizioni di forza […], il grosso della DC gli lascia fare questo tentativo perché andando all’incontro con i socialisti, sarà più forte se ha dimostrato di poter governare comunque […].”

E perché il MSI votò la fiducia a Tambroni? Sempre da dichiarazioni di Sabbatucci:

“[…] Michelini (segretario del MSI) stava pensando a una qualche svolta, abbastanza clamorosa, che anticipasse di una ventina d’anni quell’operazione Destra Nazionale di Almirante e, ancora più avanti, quella di Alleanza Nazionale del Congresso di Fiuggi del ‘95 […] volevano entrare nel gioco politico ed erano disposti per questo a fare delle grandi svolte teoriche […].”

L’appoggio del Movimento Sociale al Governo non fu gratuito, il partito di destra convocò per i giorni 2,3 e 4 luglio il suo sesto Congresso a Genova, città decorata con la Medaglia d’oro della Resistenza. Ciò fornì l’occasione ai partiti di sinistra di scendere in piazza al fine di mettere in difficoltà il governo Tambroni. La protesta si fece sentire sempre più forte. Tambroni scelse la linea dura, dando origine ai noti fatti di Genova del 30 giugno 1960.

L'ora su Tambroni e genova

Le reazioni della sinistra genovese furono immediate. Il 15 giugno si svolse una prima manifestazione cui parteciparono più di 20mila persone per protestare contro il Congresso. Il 30 giugno si tenne lo sciopero generale indetto dai partiti e dai sindacati genovesi. Lo scontro con la polizia fu inevitabile. Le camionette e le jeep della celere eseguirono cariche sia nelle piazze, sia nelle vie limitrofe, sia sotto i porticati della parte alta di via XX Settembre. I manifestanti, che continuavano a fluire nella zona, nel frattempo si procurarono attrezzi da lavoro, spranghe di ferro e alcuni pali di legno dai vicini cantieri edili. Le forze dell’ordine iniziarono a impiegare, oltre che i lacrimogeni, anche le armi da fuoco. Alcune camionette della celere furono incendiate. Cinquanta manifestanti furono arrestati.

Il 1° luglio affluirono a Genova 7mila poliziotti e carabinieri, con l’ordine di usare le maniere forti. Tambroni dichiarò che quel Congresso si sarebbe tenuto in ogni caso. Nei giorni successivi la tensione in città era altissima. Si ricostituirono le formazioni di partigiani accorsi nel frattempo da tutta Italia. Il 7 luglio a Reggio Emilia a seguito di una grande e tumultuosa manifestazione, la polizia intervenne duramente e negli scontri cinque manifestanti restarono uccisi. Incidenti avvennero anche a Licata, a Palermo e a Catania, dove rimase ucciso un giovane bracciante. A questo punto il Governo capì di aver perso la partita e revocò l’autorizzazione al MSI di tenere il Congresso a Genova. Genova antifascista aveva vinto.

Il 13 luglio la direzione della DC pubblicò un documento in cui dichiarava esaurito il compito del Governo, dicendosi pronta e favorevole alla creazione di un nuovo esecutivo. Il giorno seguente Tambroni, riferendo alla Camera dei deputati, espose la tesi che le violenze erano state organizzate dal PCI, e il collegamento di queste con il viaggio a Mosca di Togliatti. Durante il Consiglio dei Ministri negò l’ipotesi di dimissioni, evidenziando che queste sarebbero potute sembrare un “cedimento alla piazza“, informando i ministri che gli scontri avevano destato preoccupazioni anche all’estero, compresi gli Stati Uniti.

A seguito delle proteste e dello sfaldarsi della propria maggioranza Tambroni si dimise il 19 luglio. Tambroni, partito con l’idea di favorire un governo di centrosinistra, si ritrovò a gestirne uno che aveva represso con la forza le manifestazioni di piazza, provocando morti e feriti, per appoggiare l’idea del MSI di tenere in ogni modo il Congresso a Genova. Qualcuno nel PCI lo definì un nuovo Bava Beccaris.

Salvo Fumetto

Guevara l’Africano

Nel luglio del 1963 Che Guevara si recò per la prima volta in Africa. Andò in Algeria non per un incontro di stato, ma per un viaggio personale: voleva essere presente al primo anniversario dell’indipendenza del popolo algerino che, dopo circa 130 anni, si era liberato dal colonialismo, diventando, insieme all’Egitto, un esempio di libertà per tutti i popoli africani. Guevara interpretò l’importanza di quell’anniversario come modello che poteva spingere i paesi africani a spezzare le catene dello sfruttamento coloniale europeo. Quando alcuni giornalisti gli chiesero perché avesse scelto di visitare proprio l’Algeria, lui rispose senza mezzi termini:

<<Perché Cuba e l’Algeria devono servire d’esempio a tutti i Paesi dell’America e a quelli dell’Africa. Bisogna aprire un fronte rivoluzionario.>>

Proprio in merito alla questione africana, in rappresentanza della delegazione cubana alla diciannovesima assemblea dell’Onu, pronunciò un discorso che scosse l’opinione pubblica mondiale. Ernesto Guevara si scagliò contro gli occidentali e la loro opprimente politica coloniale. Infatti, dopo la morte di Patrice Lumumba, il Congo era ritornato a essere un territorio controllato dagli europei attraverso capi africani. Ernesto a testa alta lesse il suo discorso:

<<[…]. Mi riferisco nella fattispecie al Congo, doloroso e unico esempio nella storia del mondo moderno di come ci si possa fare beffe, con la più assoluta impunità e con il più offensivo cinismo, del diritto dei popoli. Causa diretta di tutto questo sono le ingenti ricchezze del Congo che le nazioni imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio controllo. Come si fa a dimenticare la forma in cui è stata tradita la speranza riposta da Patricio Lumumba nelle Nazioni Unite? Come si possono dimenticare i giochi e le manovre che sono seguiti all’occupazione del Congo da parte delle Nazioni Unite, sotto i cui auspici hanno agito impunemente gli assassini del grande patriota?[…].>>

Da quel momento in poi Guevara cominciò ad avvicinarsi sempre di più al Congo. In questo paese individuò la colonna portante di un processo rivoluzionario che avrebbe dovuto coinvolgere l’intera Africa. Il 19 aprile del ’65, con la falsa identità di Ramòn Benìtez, giunse a Dar es Salam, dove incontrò altri rivoluzionari, anch’essi con false identità, che si erano addestrati a Cuba. Fu probabilmente in quel periodo che il Che inviò una lettera di addio al suo amico Fidel:

<< […]. Altre terre del mondo reclamano il contributo dei mie modesti sforzi. […]; lascio qui gli esseri che amo, e lascio un popolo che mi ha accettato come figlio;[…]; sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l’imperialismo dovunque esso sia; […].>>

Il presidente egiziano Nasser, che conosceva il Che sin dal 1959, cercò di dissuaderlo definendo il progetto imprudente e destinato al fallimento. Nonostante l’avvertimento di Nasser, il 24 aprile un manipolo di guerriglieri raggiunse il territorio libero del Congo, una regione selvaggia sotto il controllo dei ribelli, con pochi villaggi sparsi e qualche guarnigione belga che ancora resisteva. Poco dopo furono raggiunti da un centinaio di guerriglieri afro-cubani. Sulle prime, collaborarono con il leader della guerriglia Kabila, che aveva aiutato i sostenitori del deposto presidente Lumumba. Con Kabila non ebbe mai un buon rapporto, tanto da definirlo: “Un personaggio insignificante. Niente mi fa credere che sia l’uomo adatto al momento.”

Molto presto però il Che avvertì le tensioni fra i vari capi del movimento e la mancanza di disciplina tra i ribelli. Inoltre molti combattenti facevano affidamento sulla stregoneria e su presunti rimedi magici. Accaddero anche episodi di corruzione quando i medicinali arrivati da Cuba furono venduti dai capi dei ribelli. In Africa il Che, non aveva un atteggiamento autorevole, ma si lasciava dare ordine dai capi africani. Questo comportamento era un elemento fondamentale di Guevara, che rispettava le scelte del processo rivoluzionario che si creavano in ogni paese ma che certo non creava la necessaria disciplina tra i combattenti. Per capire la lingua del posto usava un dizionario francese e swahili che portava sempre con sé e c’è da immaginare quanta confusione questo creasse nei rapporti con i ribelli.

La situazione col trascorrere dei mesi peggiorava, anche perché arrivavano mercenari sudafricani e britannici, oltre a esuli cubani, a lavorare con l’esercito congolese per ostacolare i piani di Guevara. Gli europei cercavano di difendere i loro interessi non concedendo a Guevara neanche lo spazio per le comunicazioni via radio. Rimase così isolato da tutto e tutti mentre i suoi uomini cadevano negli scontri i quotidiani.

Rimasto quasi solo, stanco, malato e sofferente per l’asma, dopo sette mesi  la fine di quella sua campagna rivoluzionaria sembrava ormai alle porte. Sei dei suoi uomini più fidati morirono, tanti altri rimasero feriti, ma il Che non demorse. A quel punto il suo piano era di rimandare a Cuba tutti i guerriglieri feriti e rimanere da solo con i suoi uomini a combattere fino alla fine insieme ai ribelli. Da Cuba intanto arrivarono due emissari mandati da Fidel che lo convinsero a ritornare in patria. Guevara decise di lasciare il fronte congolese individuando nell’incompetenza, nel settarismo e nelle lotte intestine delle varie fazioni congolesi le principali ragioni del fallimento della rivolta. Decise di non tornare a Cuba e passò i successivi sei mesi vivendo clandestinamente in Tanzania, a Der es Salam e poi nella Repubblica Democratica Tedesca. In quei sei mesi scrisse le sue memorie sull’esperienza in Congo e sul fallimento della rivoluzione.

Salvo Fumetto

Albania. La guerra finta

I trattati di pace stipulati dopo la prima guerra mondiale, avevano imposto all’Albania un regime democratico. La presenza di bande armate sullo stile mafioso, rendeva però possibile che un qualunque capo banda di una certa intraprendenza poteva impossessarsi del potere. Un certo Ahmed Zogolli, infatti, nel giro di pochi anni divenne re col nome di Zog. Nato nel 1985, aveva studiato a Costantinopoli e quando l’Albania passò sotto il dominio di Vienna, entrò nell’esercito austriaco e diventò colonello. Congedato alla fine della prima guerra mondiale, rientrò in Albania diventando deputato. La sua astuzia, unita a un notevole coraggio e a mancanza di scrupoli, lo portò a diventare prima ministro degli Interni e, in seguito, primo ministro. Dopo un primo tentativo di instaurare una dittatura, capì che nessuno poteva governare in Albania senza l’appoggio di una potenza straniera. Provò prima con la Jugoslavia, dove era riparato dopo il tentativo di colpo di stato, e poi con l’Italia. Mussolini considerava da sempre l’Albania, un protettorato italiano, rivendicando il monopolio delle attività minerarie, della pesca nell’adriatico e del credito. In effetti, l’Albania, con la sua povertà atavica, (non riusciva a produrre nemmeno i cereali per il fabbisogno interno) costituì per l’Italia solo un gravame, senza quei vantaggi che il fascismo aveva sperato. Foraggiato da Mussolini, Zog fece presto a riconquistare il potere, divenendo in breve tempo presidente della Repubblica e tre anni dopo, in cambio di una dichiarazione di eterna fedeltà all’Italia, il Duce gli consegnò la corona di Re.

Nonostante fosse mantenuto dal denaro italiano, re Zog non sopportava quella dipendenza economica  e incoraggiava altri paesi a fare concorrenza all’Italia. Lo storico Denis Mack Smith sostiene che perfino il Giappone ebbe contatti commerciali con l’Albania. A questo punto il ministro degli Esteri Ciano propose al Duce di annettere l’Albania, provocando dei moti popolari contro re Zog che avrebbero giustificato un’invasione italiana del paese.

In un suo rapporto Ciano scrive: <<Il popolo, le cui condizioni di miserabilità sono tali da richiamare al pensiero quelle dei villaggi cinesi lungo loYang-tsé, male sopporta l’esistenza e lo sviluppo e l’ostentazione di una Corte, che è da operetta per il tipo e le abitudini dei suoi componenti, ma che grava in modo insopportabile sulle finanze pubbliche…>>.

Ciano ebbe dal Duce nel maggio del 1938 un generico assenso a preparare l’azione. Indro Montanelli sostiene, nella sua opera “Storia d’Italia”, che Ciano, nella sua spregiudicatezza, avesse perfino progettato l’assassinio di Zog, commissionandolo al ministro di Stato Koçi, dietro compenso di dieci milioni. Mussolini, anche per i dubbi espressi da Vittorio Emanuele, iniziò ad avere perplessità sulla possibilità di invadere l’Albania per le conseguenze che un tale atto avrebbe avuto a livello internazionale. Perciò propose a Ciano un patto da sottoporre a re Zog che avrebbe salvato le apparenze. Con il trattato sarebbe stato autorizzato lo sbarco di truppe italiane nel paese, non come occupanti ma come alleati “accomunando nello stesso destino i due Stai e i due popoli”, e garantendo l’Albania contro le mire espansionistiche tedesche nei Balcani, dopo l’invasione della Cecoslovacchia.

Ma perché tanto interesse da parte di Ciano per l’Albania? Ciano insisteva per l’invasione quasi come se fosse una guerra personale. Già da qualche tempo trattava l’Albania come una proprietà di famiglia. Ribattezzò una città col nome di sua moglie e s’impossessò di residenze lussuose e riserve di caccia. Aveva consistenti fondi segreti da poter impiegare in vari modi e la polizia scoprì una rete di corruzione che coinvolgeva lui e i suoi amici in Albania. Denis Mack Smith, nel suo libro “Le guerre del Duce”, sostiene che paventava la possibilità che, per acclamazione popolare, potesse diventare lui re d’Albania.

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Quando Ciano sottopose il patto a re Zog, questi commise l’errore di indugiare a lungo, provando a prendere contatto con gli ambasciatori di altri paesi, in particolare l’Inghilterra, in cerca di aiuto. A questo punto il 31 marzo del 1939 fu preparato, a Palazzo Chigi, il piano d’invasione. Il 6 aprile le navi italiane salparono per Durazzo, dove le prime truppe italiane presero terra la mattina del 7 aprile. Se gli albanesi avessero provato a resistere è probabile che le truppe italiane sarebbero state ributtate nell’adriatico, tanta era l’impreparazione e la goffaggine dei soldati italiani. Solo il 29 marzo il capo di stato maggiore fu informato che si doveva invadere l’Albania. L’aviazione ricevette istruzioni soltanto due giorni prima dell’invasione. Ai soldati fu dato preavviso di soli poche ore e armati con armi che molti non avevano mai visto prima. Molti furono inseriti in compagnie di motociclisti senza aver mai guidato una motocicletta. Altri assegnati alle trasmissioni senza conoscere nemmeno l’alfabeto Morse. Tutto fu fatto con troppa fretta e senza nessuna preparazione, in assenza di un qualsiasi coordinamento tra esercito, aviazione e marina. Mussolini era a conoscenza dei così gravi difetti organizzativi e dell’impreparazione del materiale umano a disposizione, tanto da paventare il rischio di un fallimento dell’operazione. Ma l’inconsistenza della resistenza Albanese e la fuga di re Zog, girarono a favore degli italiani quell’invasione. Immediatamente la macchina della propaganda prese il sopravvento sui fatti per mascherare l’accaduto. Sulla stampa i resoconti ufficiali presentarono l’impresa albanese come un classico capolavoro di efficienza, organizzazione, potenza e coraggio italico. Il 16 aprile 1939 a Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, fu consegnata la corona di Re d’Albania. Mussolini dichiarò agli italiani: <<Con l’unione dell’Albania, l’Impero è diventata una potenza formidabile, contro la quale si spunteranno le armi di chiunque volesse attentare alla sua sicurezza e alla sua integrità.>>.

L’Italia non aveva fatto né una grande guerra nè una grande conquista. Nel calcolo economico furono più i soldi spesi che quelli guadagnati, né vi furono i tre milioni d’italiani che Ciano prevedeva o sperava di insediare nelle campagne albanesi. Fu però la dimostrazione dell’impreparazione italiana a una guerra ben più drammatica e lunga che da lì a poco sarebbe iniziata in Europa, con l’invasione della Polonia da parte di Hitler.

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