Prima dei Patti Lateranensi, la Legge delle Guarentigie

La presa di Roma avvenuta il 20 settembre 1870, che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei papi, a molti parve una profanazione. L’Italia cattolica era delusa ma il potere politico era preoccupato e spaventato dal fatto che, sebbene l’Europa fosse a soqquadro in seguito alla guerra franco-prussiana, il pericolo di un intervento straniero a favore del Papa non si poteva escludere. Di fatto nessun governo europeo riconobbe all’Italia l’annessione dello Stato Pontificio, nonostante il ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta, rassicurasse le delegazioni dei governi stranieri che la libertà del Papa non sarebbe stata mai condizionata. D’altra parte Pio IX non perdeva occasione per denunciare al mondo la sua condizione di prigioniero, proclamando la sua intenzione, se liberato, di spostare la Santa Sede altrove. Roma non lo meritava, tanto meno l’Italia che si era resa rea di un’occupazione “ingiusta, nulla e invalida”.  Per questo motivo scomunicò tutti i responsabili di quell’atto sacrilego “di qualsivoglia dignità insigniti, anche degna di specialissima menzione”.

In queste condizioni un accordo non era possibile e di conseguenza il Governo italiano procedette autonomamente. Il ministro di Grazia, Giustizia e Culti del governo Lanza, Matteo Reali, fu incaricato di redigere una legge che disciplinasse i rapporti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, che prese il nome di Legge delle Guarentigie, licenziata dal Parlamento il 13 maggio 1871.

La legge contava venti articoli ed era divisa in due parti. La prima riguardava le prerogative del Pontefice cui erano garantite l’inviolabilità della persona, gli oneri sovrani, il diritto ad avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi del Vaticano, Laterano, Cancelleria e villa di Castel Gandolfo. Tali palazzi erano sottoposti al regime di extraterritorialità che li esentava dalle leggi italiane, assicurando libertà di comunicazioni postali e telegrafiche e il diritto di rappresentanza diplomatica. Infine si garantiva un appannaggio di 3.250.000 lire per il mantenimento del Pontefice, del Sacro Collegio e dei palazzi apostolici.

La seconda parte della Legge regolava i rapporti fra Stato e Chiesa Cattolica, garantendo a entrambi la massima pacifica indipendenza. Inoltre al clero era riconosciuta illimitata libertà di riunione e i vescovi erano esentati dal giuramento al Re.

Il dibattito in Parlamento fu lungo ed estenuante. Contro la legge si scagliarono i depositari del liberalismo ortodosso che esigevano una netta separazione fra i poteri dello Stato e quelli della Chiesa. La sinistra considerava invece quella legge una sottomissione alla Chiesa. Paradossalmente l’attacco più feroce venne dal Papa che apostrofò la legge “mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria”. Per tutta risposta il Parlamento, su richiesta della sinistra più anticlericale, soppresse tutte le facoltà di teologia dalle università italiane imponendo che tutti i seminari fossero sottoposti a controllo statale. I rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano andarono peggiorando quando, nel 1874, la Curia romana giunse a vietare esplicitamente ai cattolici, con la formula del “non expedit” (“non conviene“), la partecipazione alla vita politica. Soltanto nell’età giolittiana tale divieto fu eliminato progressivamente, fino al completo rientro dei cattolici “come elettori e come eletti” nella vita politica italiana, con il Patto Gentiloni del 1913.

La Legge delle Guarentigie fu abrogata quando Pio XI normalizzò i rapporti con lo Stato italiano grazie ai Patti Lateranensi, stipulati l’11 febbraio 1929 e ponendo fine alla cosiddetta “Questione Romana”.

Salvo Fumetto

Gioacchino Murat Re di Napoli

Nel 1808 Napoleone nominò Gioacchino Murat Re di Napoli, dopo che il trono, strappato ai Borbone, si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a Re di Spagna. A Napoli il nuovo Re fu accolto con entusiasmo dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e i tentativi di porre riparo alla sua miseria. Durante il suo breve regno, Murat fondò il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade  e la Cattedra di agraria nell’università Federico II, ma condannò alla chiusura l’antica Scuola medica salernitana. Inoltre avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli ma anche nel resto del Regno.

Il 1º gennaio 1809, Murat introdusse il Codice Napoleonico, che, tra le varie riforme, legalizzò, per la prima volta nella penisola, il divorzio, il matrimonio civile e l’adozione, cosa che non fu gradita dal clero, che con questi provvedimenti perse la competenza sulle politiche familiari. La nobiltà apprezzò la riorganizzazione dell’esercito sul modello francese; i letterati apprezzarono la riapertura dell’Accademia Pontaniana e l’istituzione della nuova Accademia reale; i tecnici gradirono l’attenzione rivolta agli studi scientifici e industriali. Molto efficace, anche se attuata con metodi crudeli, fu la repressione del brigantaggio, affidata dapprima al generale Andrea Massena e poi al generale Charles Antoine Manhès.

Nel 1810, Murat provò la conquista della Sicilia dove si era rifugiato Ferdinando I, messosi  sotto la protezione degli inglesi. Giunse a Scilla il 3 giugno 1810 e vi restò sino al 5 luglio, quando fu completato il grande accampamento calabrese di Piale. Nel breve periodo di permanenza, Murat fece costruire i tre forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale. Il 26 settembre dello stesso anno, constatando la difficoltà  di conquistare la Sicilia, anche per il mancato sostegno di Napoleone, Murat dismise l’accampamento di Piale e ripartì per la capitale.

Murat partecipò, nella Grande Armée, alla campagna di Russia, al comando della Cavalleria napoleonica e di un contingente di soldati del regno di Napoli. Il 5 dicembre 1812 Napoleone, rientrando a Parigi, gli affidò il comando di ciò che rimaneva della Grande Armée. Tuttavia Murat, giunto a Poznań, lasciò a sua volta il comando dell’armata francese ad Eugenio di Beauharnais  e rientrò in tutta fretta a Napoli. Tornò comunque a fianco di Napoleone in tempo per combattere a Dresda ed a Lipsia, dopo di che lasciò l’armata. Giunto a Milano l’8 novembre, Murat fece sapere all’ambasciatore austriaco di essere disposto a lasciare il campo napoleonico e due mesi dopo fu firmato un trattato di alleanza fra Austria e Regno di Napoli. La notizia giunse a Napoleone mentre era impegnato nella difesa del suolo francese, la sera del 6 febbraio.

Murat, di fronte alla scelta di perdere quel Regno che aveva faticosamente costruito e rimesso in piedi o rimanere fedele a Napoleone, scelse il tradimento. Del resto i suoi rapporti con lo stesso Napoleone si erano ormai, da qualche tempo, deteriorati. Nel trattato l’Austria garantiva a Murat i suoi stati,  ponendo un’ipoteca sulle decisioni del congresso di Vienna, che in un primo tempo non volle privarlo del Regno di Napoli, appoggiata in questo anche dall’Inghilterra che aveva riconosciuto ufficialmente il trattato di gennaio. Il 1º marzo 1815 Napoleone sbarcò vicino a Cannes, dopo essere fuggito dall’isola d’Elba, e il 5 marzo Murat scrisse alle corti di Vienna e di Londra che, qualunque fossero state le sorti di Napoleone dopo il rientro in Francia dall’Elba, egli sarebbe rimasto fedele all’alleanza con i due Stati, così come gli aveva  chiesto lo stesso cognato, perdonandolo della sua condotta dell’anno precedente. Napoleone gli raccomandò soprattutto di mantenersi in accordo con gli austriaci e di limitarsi a contenerli se avessero marciato contro la Francia. Ma già il 19 dello stesso mese, temendo le intenzioni di restaurazione borbonica sui territori del suo regno, egli invase lo Stato Pontificio con un esercito di 35.000 uomini. Murat avanzò verso nord entrando, con il suo esercito, nelle Legazioni presidiate dall’esercito austriaco che, dopo alcuni tentativi di resistenza, si ritirò, lasciando a Murat la città di Bologna, dove entrò il 2 aprile. L’8 aprile fece presentare ai suoi plenipotenziari a Vienna una nota con la quale affermava la sua volontà di rispettare gli accordi del gennaio 1814. La risposta della diplomazia austriaca fu rapida: il 10 dello stesso mese il Ministro austriaco Metternich presentò ai plenipotenziari di Murat la dichiarazione di guerra ed il 28 aprile l’Austria firmò un trattato di alleanza con Ferdinando I delle Due Sicilie restituendogli la sovranità sul Regno di Napoli e di Sicilia. Murat fu sconfitto dagli austriaci, sancendo definitivamente la sua caduta e il ritorno del Borbone sul trono.

Intanto, dopo la disfatta di Tolentino e dopo aver emesso il 12 maggio il famoso proclama che chiamava alla rivolta gli italiani contro i nuovi padroni, presentandosi così come l’alfiere della loro indipendenza, Murat commise il suo ultimo errore. Aveva l’intenzione di portarsi a Gaeta per difendere il suo regno ormai perso, ma i suoi cortigiani gli imposero la partenza per la Francia per andare a combattere con Napoleone. Nella mattinata del 20 maggio s’imbarcò per Ischia e il 25 maggio riuscì a sbarcare a Cannes . Qui errò a lungo per la Provenza, nella speranza che Napoleone, ripreso il potere dopo la fuga dall’isola d’Elba, lo richiamasse nell’armata. Ma il Bonaparte non solo non lo richiamò, ma gli impose, tramite un inviato del ministro degli esteri Caulaincourt, di tenersi lontano da Parigi e di soggiornare tra Grenoble e Sisteron. Venuto a conoscenza della disfatta napoleonica a Waterloo, Murat si rifugiò in Corsica, dove fu presto circondato da centinaia di suoi partigiani. Avendo ricevuto false notizie sul malcontento dei napoletani, organizzò una spedizione per riprendersi il regno di Napoli. La spedizione, messa in piedi frettolosamente e forte di circa 250 uomini, partì da Ajaccio il 28 settembre 1815. Voleva sbarcare nei dintorni di Salerno ma, dirottato da una tempesta in Calabria e tradito dal capo battaglione Courrand, sbarcò l’8 ottobre nel porticciolo di Pizzo. Intercettato dalla Gendarmeria Borbonica al comando del Capitano Trentacapilli, Murat fu arrestato e fatto rinchiudere nelle carceri del locale castello. Informato della cattura dell’ex sovrano, il Generale Vito Nunziante si precipitò incredulo da Monteleone, dove si trovava, a sincerarsi dell’identità del prigioniero.

Ferdinando I, da Napoli, nominò una Commissione Militare competente per giudicare Gioacchino. Nell’ascoltare la condanna capitale Murat non si scompose. Chiese di poter scrivere in francese l’ultima lettera alla moglie e ai figli che consegnò a Nunziante in una busta con dentro alcune ciocche dei suoi capelli. Volle confessarsi e comunicarsi, prima di affrontare il plotone d’esecuzione che lo attendeva. Fu fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815.

Salvo Fumetto

La prima rivoluzione industriale. La macchina a vapore

Le macchine hanno avuto sempre un forte impatto sulla società. Esse rappresentano la materializzazione di un investimento e quindi lo spirito stesso del capitalismo. Ma dove arriva una macchina essa sostituisce spesso decine, se non centinaia di lavoratori. Nell’arco di duecento anni con l’introduzione delle macchine si è verificata una migrazione di lavoratori, costretti a cambiare lavoro dall’arrivo della tecnologia, per occuparne altri che la tecnologia stessa aveva creato. E’ ipotizzabile che entro il XXI secolo, il lavoro umano sarà eliminato in quasi tutte le nazioni industrializzate del mondo: raffinati e velocissimi computer insieme con avanzatissime tecnologie informatiche saranno introdotti in un’ampia gamma di attività lavorative sostituendo gli esseri umani in infinite mansioni. Ma agli inizi del XVIII secolo l’uomo faceva ancora affidamento sulla forza delle braccia. Poi arrivò la macchina a vapore a rivoluzionare il corso della storia.

Macchina a vapore di Newcomen
Macchina a vapore di Newcomen

La macchina a vapore è generalmente considerata l’invenzione tecnologica che maggiormente ha contribuito al progresso dell’uomo, influenzando ogni aspetto della sua vita. Essa fu usata per la prima volta nelle miniere di carbone per pompare l’acqua. Prima del 1712, infatti, era spesso impossibile raccogliere il carbone che si trovava in profondità a causa dell’acqua che riempiva i tunnel delle miniere. Thomas Newcomen inventò una macchina a vapore che poteva essere usata proprio come pompa. Questa macchina era semplice ma consumava molto combustibile. Fu James Watt a inventare nel 1769 una macchina a vapore più economica nei consumi.

Un altro importante impiego della macchina a vapore riguardò i trasporti. La locomotiva a vapore fu ideata da Richard Trevithick. Ben presto il treno a vapore si diffuse in tutta Europa offrendo un trasporto delle merci più economico e sicuro. Le navi a vapore poi ridussero di molto la durata dei viaggi transoceanici. La macchina a vapore fu utilizzata in agricoltura per i lavori nei campi. Se prima i contadini usavano solo animali o attrezzi di ferro e di legno per lavorare la terra, con l’invenzione della macchina  a vapore si diffusero anche nuove macchine come le seminatrici, le trebbiatrici e le mietitrici.

Locomotiva a vapore di Trevithick
Locomotiva a vapore di Trevithick

Nel 1740 iniziarono i primi esperimenti di macchina per filare, nel 1825 il filatoio meccanico cominciò a essere usato nelle fabbriche. Il telaio meccanico fu inventato poco tempo dopo. Entrambe queste invenzioni furono utilizzate per la prima volta in Inghilterra.

La macchina a vapore cambiò il modo di lavorare e i rapporti sociali. Chi possedeva le macchine deteneva un immenso potere, paragonabile a quello dei latifondisti. Per farle funzionare non era necessario studiare, bastavano poche ore per impararne il meccanismo e un paio di persone erano sufficienti a farle andare, sostituendo il lavoro di più di cento tessitori. La macchina lavorava più in fretta, meglio e soprattutto a un costo più basso, non aveva bisogno né di mangiare né di riposarsi. Inoltre per costruire una macchina era necessario il ferro e per farla funzionare il carbone. Con l’invenzione della macchina a vapore i paesi che possedevano ferro e carbone furono sicuramente favoriti rispetto agli altri.

Tra il 1788 e il 1802, un inglese sperimentò le prime navi a vapore, nel 1803 l’americano Fulton costruì il primo battello a ruote. Nel 1807 la prima nave a vapore partì da New York.

Nel 1800 in Inghilterra si sperimentò l’uso della macchina a vapore per le carrozze. Nel 1802 si inventarono i binari e nel 1814 l’inglese Stephenson costruì la prima vera locomotiva. Nel 1821 aprì la prima linea ferroviaria, dieci anni più tardi vi furono ferrovie anche in Francia, Germania, Austria e Russia. Nel 1840 in Europa non vi erano ormai più paesi senza ferrovie. I treni erano mezzi veloci, sicuri ed economici. Potevano passare sulle montagne, nei tunnel e sopra i fiumi ed erano dieci volte più veloci delle diligenze. Si compì la prima rivoluzione industriale della storia.

Salvo Fumetto

Firenze Capitale. 1865 – 2015

Il 15 settembre 1864 il Regno d’Italia e la Francia stipularono una convenzione in base alla quale il primo rinunciava ad annettersi lo Stato della Chiesa e trasferiva la capitale a Firenze in segno dell’abbandono delle aspirazioni su Roma, la seconda s’impegnava a ritirare le truppe da Roma.

In parlamento, superata l’opposizione del Re, fu approvata la legge che consentiva di spostare la capitale da Torino a Firenze. I torinesi non apprezzano la decisione e una serie di tumulti provocarono cinquantadue morti. Qualche mese dopo furono addirittura assalite le carrozze che si recavano al ballo di corte. Anche il consiglio comunale approvò la decisione del Parlamento e alla fine il Re fu costretto a trasferirsi a Firenze il 3 febbraio 1865. I fiorentini erano perplessi e si chiedevano cosa comportava per la città quella decisione di portarci la capitale di un Regno. Ma soprattutto si chiedevano quanto sarebbe costato. Dopo qualche giorno il giornale la Nazione, pubblicò un articolo che illustrava il nuovo piano regolatore destinato ad adeguare Firenze al nuovo ruolo istituzionale. Estensore del piano l’architetto Giuseppe Poggi.

Nel 1865 Firenze era ancora la città del granducato, racchiusa nell’ultima cerchia di mura medioevali che erano rimaste le stesse dal 1333. A futura memoria un pittore vedutista, Fabio Borbottoni, decise di riprodurre scorci della città che in seguito al nuovo piano regolatore sarebbero spariti per sempre.

Il Poggi ricevette l’incarico di studiare il nuovo assetto urbanistico di Firenze, iniziando il cosiddetto Risamento: abbattute le mura della parte nord, realizzò i Viali di Circonvallazione, con alcune piazze scenografiche (Piazza Beccaria, Piazza della Libertà) dagli edifici raccordati stilisticamente sui lati, mentre al centro restavano le antiche porte trecentesche. Nel Piazzale Donatello isolò il cimitero degli inglesi, circondato da cipressi in un insieme suggestivo che emozionò scrittori e pittori del Romanticismo. In seguito creò sulla sponda sinistra dell’Arno il viale dei Colli, ariosa passeggiata panoramica coronata dal Piazzale Michelangelo, forse il suo capolavoro. Dal grande terrazzo panoramico di Piazzale Michelangelo è possibile osservare Firenze al livello dei monumenti il che rende straordinario lo scenario. Altro intervento eccezionale del Poggi fu la sistemazione esterna della basilica di San Miniato, gioiello romanico risalente all’XI secolo.

Al seguito del Re giunsero a Firenze centinaia di politici e migliaia di funzionari e questo creò il problema di dove sistemare il governo e i ministeri e dove alloggiare tutta quella pletora di burocrati. La Camera dei Deputati fu sistemata nell’enorme Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Il Senato poco lontano, nel teatrino mediceo degli Uffizi. Il ministero degli Interni a Palazzo Medici Riccardi. Tutti gli altri ministeri furono ammassati nei vari piani di Palazzo Vecchio. Per tutti i funzionari furono costruiti nuovi quartieri che appresentarono una manna per gli impresari edili e una maledizione per gli inquilini che videro andare gli affitti alle stelle con un conseguente aumento del costo della vita.

Firenze però fu solo un transito verso Roma: tutti sapevano che il governo aspettava il momento propizio per entrare a Roma e questo arrivò con lo scoppio della guerra tra Prussia e Francia. Quando i prussiani sconfissero Napoleone e a Parigi fu proclamata la repubblica, i Bersaglieri italiani entrarono a Roma aprendosi la strada nella breccia aperta a Porta Pia. Nel 1871 Roma divenne capitale del Regno d’Italia, lasciando la città di Firenze senza alcuna nostalgia, molti cantieri aperti e soprattutto una voragine nel bilancio comunale.

Salvo Fumetto

Il 1° Maggio: la festa dei lavoratori

La festa del 1° maggio ricorda le battaglie operaie volte alla conquista del diritto all’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore. Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge approvata nel 1867 nell’Illinois. La Prima Internazionale, conosciuta anche come Associazione internazionale degli operai, chiese poi che una legge simile fosse introdotta anche in Europa. L’origine della festa risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knightsof Labor, un’associazione di lavoratori fondata nel 1869, due anni dopo fu approvata una risoluzione che prevedeva quell’evento con cadenza annuale.

A far cadere la scelta sul 1° maggio furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero a Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nella piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime.

Adolph von Mendel, La fonderia
Adolph von Mendel, La fonderia

L’11 novembre del 1887 a Chicago, quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1° maggio dell’anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

In ricordo di quei tragici fatti, il 20 luglio 1889 a Parigi, il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese, fissò definitivamente la festa dei lavoratori nella data del 1° maggio.

Nella seconda meta dell’Ottocento le teorie socialiste stavano permeando il mondo del lavoro e anche gli intellettuali ne restarono affascinati. È il caso della corrente artistica e letteraria del Realismo, sviluppatasi in Francia con Gustave Courbet, suo principale esponente.

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Gustave Courbet, Gli spaccapietre

Il Realismo tentava di cogliere la realtà sociale: si voleva rappresentare una realtà nuda e cruda con meno allegorie e più attenzione verso i dati di fatto. Esso si fece più acceso negli anni successivi alla rivoluzione del 1848, che aveva risvegliato aspirazioni democratiche in tutta Europa.

La parola “Realismo” generalmente indica la traduzione fedele delle qualità del mondo reale nella rappresentazione artistica. Il Realismo, inteso come tendenza programmatica, trova la sua esplicita affermazione nel 1855, anno in cui il pittore Courbet definisce i suoi ideali artistici in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi: “Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere, fare dell’arte viva, questo è il mio scopo.”. Courbet resterà per sempre il più grande pittore realista.

La poetica realista traduceva in pittura il dilatarsi dell’interesse degli storici verso i problemi della società moderna. Infatti, lo storico e filosofo Hippolyte Taine invitava a “[…]vedere gli uomini nelle loro officine, negli uffici, nei campi, con il loro cielo, la loro terra, le case, gli abiti, le culture, i cibi […]”, mentre lo scrittore Sainte Beuve affermava: “La triade bello, vero e buono è certo un bel motto, ma inganna, se dovessi scegliermi un motto, sceglierei il vero”.

Gustave Caillebotte, I piallatori di parquet
Gustave Caillebotte, I piallatori di parquet

Nel Novecento l’ideale inventato da Courbet fu poi ripreso da altre correnti come il muralismo messicano, il neorealismo italiano e il realismo socialista, sviluppatosi dagli anni trenta in Unione Sovietica, con l’ascesa al potere di Stalin.

Nel dopoguerra a Milano un gruppo di giovani pittori creò il realismo esistenziale che riprese i temi del realismo rompendone gli schemi ideologici.

Salvo Fumetto

Sara D’Incertopadre

La breccia di Porta Pia

Dopo la sconfitta di Garibaldi il 3 novembre 1867 a Mentana i tentativi di annettere Roma alla causa italiana, sembravano ormai del tutto esauriti. Le ragioni vanno ricercate nella situazione politica europea che contrapponeva la Prussia di Bismarck alla Francia di Napoleone III e nella sudditanza che Vittorio Emanuele II aveva nei confronti dell’imperatore francese. I primi dieci anni del Regno d’Italia furono caratterizzati da una stretta alleanza con la Francia di Napoleone III che aveva consentito durante le guerre d’indipendenza la sconfitta del potente impero asburgico. Col tempo l’alleanza si tramutò in vera e propria subordinazione alla volontà dell’imperatore, contrario all’annessione di Roma. Nel 1864, infatti, la Francia impose all’Italia una convenzione che prevedeva lo spostamento della capitale del regno a Firenze, in segno di rinuncia a qualunque pretesa su Roma. Vittorio Emanuele II era quindi contro ogni passo verso la conquista di Roma e nel 1869 provò a negoziare con la Francia un’alleanza più stretta che escludeva espressamente l’occupazione di Roma da parte italiana. Ma il governo fu di parere contrario: la Destra, pur filo-francese, temeva le complicazioni diplomatiche con la Prussia, la Sinistra si augurava la disfatta di Napoleone III, quale condizione per risolvere la questione romana.

Il 14 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia ma fra il 1° e il due settembre, dopo poco più di un mese dall’inizio delle ostilità, la Prussia costrinse i francesi alla resa nei pressi di Sedan. Nel frattempo ad agosto le truppe francesi, inviate nel ’67 a difesa del Papa contro il tentativo di Garibaldi di prendere Roma, avevano lasciato la città per rafforzare il fronte del Reno. La sconfitta di Napoleone III alimentò i fautori di una presa della città eterna. Quintino Sella minacciò di dimettersi se non si fosse approfittato di quell’occasione per sfidare la Francia e occupare Roma; la Sinistra minacciò addirittura di abbandonare il parlamento; dai prefetti giungevano notizie di tafferugli nelle piazze dei territori pontifici. Quando il 5 settembre si seppe che a Parigi era stata proclamata la Repubblica, il governo italiano ruppe ogni indugio pronunciandosi per l’annessione dello Stato pontificio, previo un tentativo di accordo col Papa. Vittorio Emanuele II dovette accettare, suo malgrado, la decisione del governo.

napoleone e vittorio emenuele

Pio IX, aveva convocato, già nel 1863, il Concilio ecumenico vaticano I, col proposito di riconoscere come dogma il potere temporale del Papa, in modo che chiunque l’avesse violato sarebbe caduto in eresia. Quando iniziarono i lavori l’8 dicembre del 1869, sulla questione posta da Pio IX del riconoscimento del suo potere temporale, mancò l’unanimità su cui contava, costringendolo, il 18 luglio alla conclusione dei lavori, a proclamare con la bolla Pastor aeternus l’infallibilità del Papa. Pio IX si convinse che quel Concilio aveva risolto tutte le difficoltà e rimosso i pericoli che insidiavano la Chiesa. Ma la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia pose i governi cattolici europei, preoccupati dalle ripercussioni politiche, in contrasto nei confronti della Santa Sede, aprendo così la strada della conquista di Roma da parte italiana. Il governo, presieduto da Giovanni Lanza, decise l’intervento armato contro lo Stato pontificio, previo un tentativo diplomatico di convincere il Papa ad accettare l’annessione al Regno d’Italia. Quando la missione diplomatica, affidata a Gustavo Ponza, consegnò la lettera del Re a Pio IX, la sua risposta fu: <<Non sono un profeta, né figlio di profeta, ma vi assicuro che in Roma non entrerete>>.

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Il corpo di spedizione italiano attraversò il confine lo stesso giorno in cui Ponza consegnò la lettera del Re in Vaticano. Lo comandava il generale Raffaele Cadorna che all’alba del 20 settembre 1870 con un cannoneggiamento dell’artiglieria, aprì un varco di circa trenta metri nelle mura di Roma all’altezza di Porta Pia da cui i bersaglieri entrarono nella città sacra. Nel frattempo il comandante delle truppe papaline, generale Hermann  Kanzler, si apprestava a firmare la resa nel quartier generale di Cadorna.

La retorica risorgimentale attribuisce alla presa di Roma un’enfasi da impresa epica. Senza sminuire la grandezza del suo significato politico, l’impresa militare fu molto modesta e a testimoniarlo sono i 19 morti e i 49 feriti di parte papalina e i 49 morti e i 141 feriti di parte italiana.

Denis Mack Smith nella sua opera Storia d’Italia dice: << La distruzione del potere temporale dei papi fu il punto culminante del Risorgimento e forse la sua più importante realizzazione. Fin dall’epoca di Petrarca, gli italiani avevano guardato a Roma non solo come al centro del mondo e della vera religione, ma come al cuore d’Italia. Machiavelli aveva accusato il potere temporale della Chiesa di essere il maggiore ostacolo all’unità nazionale. Ma quando il potere temporale cadde finalmente nel 1870, patrioti come Jacini e Capponi poterono considerare con ostilità il tono tracotante che il bombardamento di Porta Pia aveva dato al trionfo nazionale.>>

Il 2 ottobre 1870 un plebiscito sull’annessione di Roma all’Italia si chiuse con quarantamila e, solo, quarantasei no.

Salvo Fumetto

1849 La Repubblica Romana

Dopo aver inviato a sostegno del Piemonte un esercito pontificio, Pio IX si convinse che la guerra contro l’Austria, dichiarata da Carlo Alberto, fosse vantaggiosa solo per i Savoia. Per questo motivo emanò l’Allocuzione del 29 aprile 1848 con la quale condannava la guerra all’Austria: <<… ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d’Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci… ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli.>>. Pio IX cominciò a sconfessare gli entusiasmi patriottici che aveva suscitato nei mesi precedenti. Il generale Giovanni Durando, a capo dell’esercito pontificio, saputo dell’Allocuzione del Papa, decise di non ubbidire e rimase a sostenere la rivolta di Venezia governata da Daniele Manin. Quando le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci, grazie all’intervento del maresciallo Radetzky che costrinse Carlo Alberto a ripiegare su Milano, il generale Welden, per ordine del maresciallo austriaco, attraversò il Po arrivando a Ferrara e Bologna, insediando le legazioni del Papa. Ma la popolazione di Bologna insorse, costringendo Welden a ripiegare sul Po. La reazione dei bolognesi non fu un atto di fedeltà al Papa ma una ribellione alla tracotanza degli austriaci. Infatti, a Roma, e in tutto lo stato della Chiesa, Pio IX cominciò a risentire di una forte opposizione politica per il distacco del Papato dalla causa dell’unità nazionale.

Dopo una serie di crisi di governo, il 15 novembre Pellegrino Rossi, ultimo primo ministro, fu assassinato da un gruppo di popolani di cui faceva parte il figlio di Ciceruacchio che inscenò sotto il Quirinale, una manifestazione per chiedere “…un ministero democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La sera del 24 novembre Pio IX fuggì da Roma, vestito da semplice sacerdote. La sera del 25 era già nella fortezza di Gaeta sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni che votarono un’assemblea costituente la cui prima riunione si tenne il 5 febbraio. Lo stesso giorno la nuova assemblea proclamò la repubblica e il 9 febbraio, con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti, votò la Costituzione della Repubblica Romana. Il 5 marzo arrivò a Roma Mazzini eletto deputato in un’elezione suppletiva. In quel momento il potere era nelle mani di un triumvirato Mazzurelli-Armellini-Saffi. Il primo, sconfortato dalla sconfitta di Carlo Albero a Novara, cedette il posto a Mazzini.

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Mazzini era dell’idea che servisse un potere provvisorio e dittatoriale, che rendesse la rivoluzione romana, l’emblema e la guida della rivoluzione italiana. Se Carlo Alberto avesse ripreso l’iniziativa contro gli austriaci per unificare l’Italia, bisognava secondarlo, contrapponendo però a quella monarchia una soluzione democratica e repubblicana del problema nazionale. Era il repubblicano Mazzini di sempre, che divenne in quel momento il vero e unico dittatore di Roma. Dovette affrontare però enormi difficoltà. Prima fra tutte l’impossibilità di costituire un esercito repubblicano vista la riluttanza della popolazione alla leva. Inoltre le casse dello Stato erano vuote quindi armare i diecimila soldati che riuscì a mettere insieme, impresa impossibile. Inoltre non esistevano fabbriche che producessero armi all’interno dello Stato pontificio e acquistarle fuori davvero impossibile, circondato com’era dai nemici della Repubblica. Il Papa aveva lanciato un appello a tutte le potenze cattoliche affinché lo restaurassero sul trono e l’appello non fu inascoltato. Dal sud era in marcia un esercito borbonico. La Spagna stava armando una spedizione navale. Radetzky non aspettava altro che scagliare le sue truppe su Roma. L’unica speranza era la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte. Quest’ultimo, che si apprestava a diventare imperatore e non voleva inimicarsi le grandi potenze, attuò un doppio gioco. Fece credere ai romani di intervenire per cercare una mediazione tra il Papa e il governo rivoluzionario, e agli austriaci di occupare Roma per restaurarvi il Papa. Quando i francesi sbarcarono a Civitavecchia, mandarono il colonello Le Blanc a colloquio con Mazzini con il messaggio che i francesi intendevano impiantarsi a Roma per favorire un accordo del governo con Pio IX e prevenire una spedizione punitiva austro-borbonica. Mazzini convocò l’assemblea e pose il dilemma: accettare che i francesi entrassero in città credendo nel loro intento di mediazione o opporgli resistenza rifiutando il loro intervento.

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L’assemblea si pronunciò per la resistenza e diede pieni poteri a Mazzini. I francesi attaccarono il 30 aprile ma Garibaldi, che era corso a Roma per combattere al servizio della Repubblica, li sgominò e prese a inseguirli, fermato solo dall’ordine di Mazzini, preoccupato della presenza dell’esercito borbonico a Palestrina. Nonostante fosse ferito, Garibaldi mise in fuga anche i borbonici e mentre entrava in territorio napoletano, venne di nuovo fermato dal generale Rosselli cui il governo aveva affidato il comando supremo. Ormai il destino della Repubblica Romana era segnato. Una spedizione spagnola sbarcata a Gaeta, puntava su Terracina. Gli austriaci erano in marcia su Ancona. L’esercito francese, comandato dal generale Oudinot, ricevuti rinforzi, si preparava alla rivincita. I francesi, che in un primo momento avevano concordato con Mazzini un ingresso pacifico a Roma, la notte tra il 2 e 3 giugno 1849 si schierarono tra il Gianicolo, villa Pamphilii e villa Corsini, assediando Roma e sottoponendola a un violento bombardamento.

Fu Garibaldi a opporre un’estrema resistenza, assalendo più volte villa Corsini dove perì il meglio dei suoi uomini. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno Oudinot sferrò l’attacco decisivo che costò ai romani una carneficina. Mazzini riunì l’assemblea per decidere il da farsi: capitolazione, resistenza fino alla morte, evacuazione dell’esercito per continuare la lotta. Mazzini e Garibaldi erano per l’evacuazione ma l’assemblea decise la capitolazione. Il 3 luglio i francesi entrarono a Roma ponendo fine alla Repubblica Romana.

Salvo Fumetto

E’ successo un quarantotto!

Nel 1848 le popolazioni italiane erano insoddisfatte delle amministrazioni che le governavano. La crisi economica del biennio precedente accrebbe le inquietudini nei confronti dei sovrani dei vari Stati in cui si divideva allora l’Italia. Sempre più forte si levava la voce dei liberali nella richiesta di riforme. La parola “costituzione” echeggiava nelle piazze di tutte le principali città della penisola. A guidare il pensiero dell’epoca furono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio che pur prospettando modi diversi per unificare l’Italia, inculcarono negli italiani le prime idee di Nazione e di Patria, fomentando in tal modo un effetto rivoluzionario che attraversò tutta la penisola.

Descriviamo in ordine cronologico i principali avvenimenti di quell’anno.

Il 12 gennaio divampa l’insurrezione a Palermo, capeggiata dal mazziniano Rosolino Pilo che costituisce un governo provvisorio. L’11 febbraio il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, concede la Costituzione e, sei giorni dopo, il Granduca di Toscana, Leopoldo II, promulga a sua volta lo Statuto. Tra il 4 e il 5 marzo Carlo Alberto di Savoia promulga lo Statuto albertino. I princìpi su cui si basa sono la monarchia e il sistema bicamerale, con un Senato i cui membri sono nominati dal Re e una Camera dei deputati eletti in base al censo.

Il 17 marzo la notizia della rivoluzione a Vienna giunge a Venezia. La popolazione libera il patriota Daniele Manin e Niccolò Tommaseo e il 22 marzo è proclamata la Repubblica di San Marco.

Tra il 18 e il 23 marzo insorge Milano. Gli austriaci sono cacciati dalla città e si costituisce un governo provvisorio (le cinque giornate di Milano). Il 23 marzo il Piemonte dichiara guerra all’Austria, dando inizio alla prima guerra d’indipendenza. Nel mese di aprile i piemontesi ottengono le prime vittorie a Goito, a Monzambano, a Valeggio e a Pastrengo ma Pio IX, alla fine del mese, ritira le sue truppe schierate a fianco dei piemontesi, dando una prima delusione ai liberali che credevano in una federazione di Stati guidati dal Papa (Gioberti).

A maggio si allarga l’adesione al Piemonte. A Parma e Piacenza, un plebiscito sancisce l’annessione del Ducato al Piemonte. Fanno seguito altri plebisciti a Modena, Reggio, Padova, Rovigo, Vicenza, Treviso e nell’intera Lombardia che stabiliscono la loro volontà di unione al Regno Sardo. Nel frattempo, il 4 maggio, un corpo di spedizione borbonico, condotto dal generale Guglielmo Pepe, parte alla volta dell’Italia settentrionale per sostenere l’azione piemontese.

Il 14 maggio a Napoli, alla vigilia dell’apertura dei lavori del parlamento partenopeo, si diffonde la voce dell’imminente arresto dei deputati: scoppia un’insurrezione e barricate sono innalzate ovunque nei quartieri di Napoli. Il giorno successivo l’esercito borbonico riprende il controllo e Ferdinando II chiude il parlamento.

Il 30 maggio Carlo Alberto entra a Peschiera aprendosi un varco nell’inespugnabile fortezza austriaca detta del Quadrilatero, costringendo gli asburgici alla fuga. Ma i piemontesi non incalzano gli austriaci in fuga, dando loro il tempo di riorganizzarsi e lanciare la controffensiva. Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e costretto con il suo esercito a ripiegare su Milano, che ben presto abbandonano davanti all’avanzata austriaca.

Intanto in Sicilia il 10 luglio è ratificata la costituzione elaborata dal parlamento palermitano. La corona di Sicilia è offerta al secondogenito di Carlo Alberto che rifiuta per non indispettire Ferdinando II. Questi però il 25 luglio decide di richiamare il corpo di spedizione inviato in Pianura Padana, preoccupato dell’egemonia esercitata dai piemontesi nell’Italia settentrionale e lo fa mentre si riunisce il primo ministero italiano. Il 9 agosto Carlo Alberto firma l’Armistizio di Salasco, in base al quale gli Austriaci tornano in Lombardia mentre i Piemontesi si ritirano dietro il Ticino.

A Roma intanto il 16 settembre Pio IX nomina capo del governo il giurista Pellegrino Rossi, sostenitore del sistema costituzionale. Tra il 15 e il 16 novembre Rossi è ucciso e il Papa, che non vuole concedere un governo democratico, subisce l’assedio del Quirinale da parte del popolo romano, ormai determinato a proclamare la Repubblica. Il 25 novembre Pio IX fugge a Gaeta.

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Questo episodio chiude il tormentato 1948 ma le insurrezioni non hanno coinvolto solo l’Italia. Quell’anno a Parigi divampa la rivoluzione di febbraio, a seguito della quale Luigi Filippo abdica ed è proclamata la Seconda Repubblica. Luigi Napoleone alla fine dell’anno è eletto presidente. In Ungheria a marzo, i liberali guidati da Kossuth reclamano l’indipendenza dall’Austria. A Vienna il 13 marzo scoppia un’insurrezione che obbliga il cancelliere Metternich a fuggire. L’Imperatore Ferdinando I concede a quel punto una costituzione liberale ma è costretto ad abdicare e al suo posto subentra il giovane Francesco Giuseppe. In Prussia in seguito alla rivoluzione berlinese, Federico Guglielmo IV concede una costituzione liberale. In Svizzera è approvata la nuova costituzione federale.

Mai l’Europa era stata attraversata da un vento rivoluzionario così intenso e mai tanti popoli avevano partecipato alla conquista della libertà. Si andavano formando le coscienze degli uomini e delle donne che finalmente diventavano cittadini e cittadine e iniziavano a nutrirsi di certe idee socialiste. In Italia le masse popolari che avevano partecipato alle rivoluzioni del ’48 erano insorte non solo contro gli Austriaci ma anche contro i signori, sommando una richiesta giustizialista a quella patriottica. Proprio in quell’anno il 21 febbraio è pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, che segnerà per circa centocinquant’anni il destino di molti popoli nel mondo.

Salvo Fumetto