La pandemia di Spagnola

L’influenza spagnola, veicolata da virus del ceppo H1N1, fu così definita perché ne parlarono principalmente i giornali della penisola iberica. L’epidemia si diffuse agli inizi del 1918, in pieno conflitto mondiale, quindi inizialmente non ebbe grande risonanza sulla stampa se non quella spagnola, paese non coinvolto nella guerra. È probabile che il primo focolaio di infezione si fosse sviluppato negli Stati Uniti e che furono proprio i soldati americani a portare il virus in Europa. Inizialmente la patologia che si sviluppò fu scambiata per le più diverse malattie, addirittura tifo, poi qualcuno avanzò l’ipotesi, rivelatasi subito esatta, che si trattasse di influenza. Nell’estate del 1918 l’influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnata da gravissime complicazioni a livello polmonare, responsabili della maggior parte dei decessi. Fu una pandemia insolitamente mortale, che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone a tutte lei latitudine, coinvolgendo persino l’Artico e alcune remote isole del Pacifico. Non è possibile ipotizzare un dato certo di vittime, ma si suppone che su di una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, vi furono tra i 50 e i 100 milioni di decessi.

Pur essendo particolarmente aggressiva, l’influenza non fu la diretta responsabile del tasso di mortalità. I decessi erano spesso provocati dalle infezioni batteriche che aggredivano i pazienti influenzati, quasi sempre in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Basti pensare ai soldati asserragliati da anni nelle trincee, un vero e proprio bacino di virus e batteri che potevano progredire tra cadaveri, carcasse di animali e fogne a cielo aperto. L’Italia fu pesantemente colpita dall’influenza spagnola. Si è potuto stimare che il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di italiani, soprattutto al Sud, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero enorme se si considera che all’epoca l’Italia aveva 36 milioni di abitanti. Verso la fine del 1918 e l’inizio del 1919, il numero di nuovi casi calò bruscamente, insieme al numero dei decessi. Una spiegazione del rapido declino della mortalità della malattia è da ricercare forse nella capacità dei medici di migliorare la prevenzione e la cura della polmonite che si sviluppava dopo che le persone avevano contratto il virus. Un’altra teoria sostiene che il virus mutò alquanto rapidamente in una forma meno letale, evento comune nei virus dell’influenza che tendono a diventare meno letali col passare del tempo.

Salvo Fumetto

L’Imperatore Giustiniano

A cavallo tra il V e il VI secolo Costantinopoli sembrava in grado di condurre una politica atta alla riconquista dei territori occidentali perduti. Era una sacra missione quella di liberare il territorio romano dal giogo dei barbari stranieri e degli eretici ariani, per riportare ai suoi antichi confini l’unico impero romano e cristiano ortodosso. Giustiniano I pose la sua politica al servizio di questa missione. Il nuovo imperatore era figlio di un contadino proveniente da una provincia dei balcani e divenne lo spirito più raffinato e colto del secolo, egli fu l’ispiratore di tutte le grandi imprese della sua grande epoca.

In quel periodo ai tanti pericoli esterni si aggiunsero gravi disordini interni. Nacque un’aspra lotta tra il potere autocratico centrale e le organizzazioni politiche del popolo e nel gennaio 532 d.C. scoppiò a Costantinopoli la rivolta di Nika.

Sotto il regno di Giustino I, Giustiniano aveva favorito gli azzurri, che appoggiavano la sua politica ecclesiastica e la sua concezione dello Stato, contro i verdi appoggiati da Anastasio. Appena giunto al potere cercò di liberarsi del tutto dall’influenza dei demi e mise in atto duri provvedimenti contro l’irrequietezza dei partiti popolari. Le misure repressive, che colpirono ambedue i partiti, fecero sì che l’Imperatore si inimicò sia gli azzurri che i verdi, e questa ostilità aumento a causa degli oneri imposti al popolo per finanziare le grandi imprese che prevedeva la sua politica. Ambedue i demi si unirono quindi in una lotta comune contro il governo di Giustiniano.

La rivolta assunse proporzioni enormi, la capitale era in fiamme e Giustiniano già considerava persa la partita e voleva tentare la fuga. A trattenerlo ci pensò la coraggiosa imperatrice Teodora, ma a salvargli il trono furono i generali Belisario e Narsete. Quest’ultimo riuscì a rompere l’unità degli insorti per mezzo di negoziati con gli azzurri; Belisario irruppe nell’ippodromo con le truppe fedeli all’Imperatore e fece massacrare gli insorti. Si pose fine così all’insurrezione. L’autocrazia aveva avuto la meglio sulle aspirazioni all’autonomia della città.

Santa Sofia risorse con nuovo splendore: al posto dell’antico santuario che era stato bruciato, Giustiniano fece costruire uno splendido edificio a cupola, un’opera che rappresenta ancora oggi una pietra miliare nello sviluppo dell’architettura cristiana.

Il prezzo delle conquiste giustinianee fu il completo esaurimento finanziario del paese e il governo di Giustiniano si mise all’opera per sviluppare l’attività nel campo della politica economica e diede notevole impulso alle attività commerciali e industriali. Il commercio mediterraneo era nelle mani dei mercanti greci e siriani, il principale campo d’attività dell’Impero bizantino era quindi il commercio con l’Oriente, con l’India e la Cina. Per arrivare a commerciare con questi paesi vi era però un ostacolo, il passaggio attraverso la mediazione persiana. Il governo di Giustiniano cercò allora di aprirsi un passaggio per la Cina aggirando l’ostacolo passando per il Bosforo e per il Caucaso. Inoltre Giustiniano cercò di assicurarsi il passaggio per mare verso l’Oceano Indiano attraverso il mar Rosso e per far ciò arrivò a stringere rapporti con il regno etiopico di Aksum.

L’opera più grande e duratura dell’epoca di Giustiniano fu la codificazione del diritto romano avvenuta sotto la direzione di Triboniano. Prima venne fatta una raccolta di tutti gli editti imperiali in vigore a partire dai tempi di Adriano che venne pubblicata nel 529 d.C. col titolo di Codex Justinianus. Nel 533 d.C. venne pubblicato il Digesto, una raccolta degli scritti dei giuristi classici romani che, acanto agli editti imperiali, rappresentano il secondo gruppo delle leggi vigenti. Il Digesto fu il primo tentativo di porre ordine e raccogliere sistematicamente le innumerevoli e spesso contradditorie sentenze dei giuristi romani. Furono compilate le Institutiones, concepite come un manuale per lo studio del diritto, che contengono estratti delle due opere principali, il Codex e il Digesto. Infine furono completate le Novellae, cioè delle leggi promulgate dopo la pubblicazione del Codex. Tutti questi codici andarono a formare il Corpus iuris civilis.

Giustiniano fu l’ultimo imperatore romano sul trono bizantino, ma allo stesso tempo egli fu un sovrano cristiano, consapevole dell’origine divina della sua autorità imperiale. Dopo di lui a governare sul trono di Costantinopoli fu il nipote Giustino II, il primo imperatore nato proprio nella capitale bizantina.

Sara D’Incertopadre

La strage di Piazza Fontana

Uno dei più drammatici episodi che cambiò la storia del nostro paese avvenne il 12 dicembre 1969 e segnò l’ingresso dell’Italia in una fase storica che sarebbe durata per più di dieci anni: gli anni di piombo.  A Milano cominciò la saga delle bombe che diede l’avvio al periodo stragista con simili gesti di cieca ferocia. Di molte di queste bombe non si saprà mai la paternità e forse le domande restano ancora senza risposte: furono innescate da gruppi di fanatici neri ancora alla ricerca di una rivalsa al 25 aprile del 1945, dalla sinistra anarchica o dall’estrema sinistra?

Alle 16:37 la prima bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone ottantotto. Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Una terza esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, la prima davanti all’Altare della Patria, la seconda all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento in piazza Venezia, ferendo quattro persone. Si contarono, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici che colpirono contemporaneamente Roma e Milano.

La strage del 12 dicembre 1969 non fu tra le più atroci che insanguinarono il nostro paese, ma fu l’inizio di una escalation terribile di sangue e di indagini grossolane e altalenanti dovute ai depistaggi dei servizi segreti.

Le immagini della devastazione passavano di continuo sugli schermi televisivi, alternate a quelle dei feriti che, subito dopo l’attentato, erano avviati con le ambulanze negli ospedali vicini. Nei giorni successivi lo sdegno pervase tutta Italia. Le organizzazioni sindacali dei bancari, fino a quel momento chiuse su loro stesse, organizzarono uno sciopero generale che portò alla chiusura totale di tutti gli sportelli bancari.

Le indagini vennero subito orientate nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti. Furono fermate per accertamenti ottantaquattro persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma, tra i quali figurava Pietro Valpreda e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, tra i quali figurava Giuseppe Pinelli.

Pinelli era un frenatore delle ferrovie che lavorava nella stazione di Porta Garibaldi: un anarchico convinto. Negli uffici della questura fu lungamente interrogato dal commissario Calabresi. Alle undici di sera si seppe però che Pinelli era morto, caduto accidentalmente dal quarto piano della questura, secondo la ricostruzione degli agenti, buttato dalla finestra, a seguito della ricostruzione di quasi tutti gli ambienti della sinistra.

Dopo le prime indagini rivolte nella direzione degli anarchici di sinistra, gran parte della stampa iniziò a dubitare delle ricostruzioni fatte dalla polizia e cominciò a farsi largo l’idea che gli attentati del 12 dicembre fossero stati opera dell’estremismo di destra, aiutato dai servizi segreti di Stato. L’ipotesi venne suffragata dal coinvolgimento di due padovani, nostalgici del ventennio, Franco Freda e Giovanni Ventura. Il coinvolgimento dei servizi segreti fu avvalorata invece dopo il coinvolgimento di Guido Giannettini, considerato un esperto di problemi militari e uno specialista di tecniche di controguerriglia, che pare fosse pagato dal SID.

Molti processi si sono tenuti per attribuire la responsabilità di quella strage, tutti chiusi con la sentenza della Cassazione del maggio 2005. La Cassazione, assolvendo i tre imputati, affermò che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Salvo Fumetto

Il Cavaliere

Silvio Berlusconi ha costruito le sue fortune sulla concessione dell’uso di frequenze per le trasmissioni televisive ottenuta grazie al governo Craxi. L’incontro tra i due avvenne per intercessione di Silvano Larini, uomo di fiducia di Craxi. Bettino mostrò sempre una rilevante apertura verso le televisioni private, a tal punto da varare nel 1984 ben due decreti a favore delle reti del Cavaliere, oscurate tra il 13 e il 16 ottobre 1984 dai pretori di Torino, Pescara e Roma per violazione della legge che proibiva alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Silvio contraccambiò, promuovendo, sui suoi canali televisivi, molteplici spot elettorali, sia per il Psi sia per Craxi.

Berlusconi difese l’amico Craxi fino alla sua completa débâcle, ritenendolo unico argine all’avanzata dei comunisti in Italia. Nell’inverno del 1993, in seguito al vuoto politico creato dallo scandalo di Tangentopoli, timoroso di una possibile vittoria degli ex comunisti alle elezioni politiche, decise di scendere in prima persona nell’arena politica. Lo fece utilizzando l’associazione Forza Italia! fondata il 29 giugno del 1993 da alcuni professionisti inseriti nelle aziende controllate dalla Fininvest e da alcuni suoi amici, tra questi, Marcello Dell’Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani. Berlusconi per diversi mesi negò di voler fondare un partito, anche se su alcuni quotidiani iniziarono a trapelare molte indiscrezioni. Il 25 novembre 1993 nacque l’associazione nazionale dei club di Forza Italia e il 15 dicembre fu aperta la sede centrale di Forza Italia in via dell’Umiltà a Roma. Il 18 gennaio 1994 Berlusconi creò il Movimento Politico Forza Italia, uno schieramento di centrodestra la cui missione era restituire una rappresentanza agli elettori moderati e contrapporsi ai partiti di centrosinistra.

Sul piano politico Berlusconi si presentò come portatore di una nuova visione. Voleva rappresentare l’Italia moderata e conservatrice chiusa nei valori della società tradizionale, in lotta contro le tendenze laico-democratiche e contro lo spettro comunista. Secondo il Cavaliere il comunismo non era debellato e, dopo aver governato l’Italia dalla liberazione in poi, era pronto per tornare al potere. Il suo partito doveva sostituire il centro moderato e conservatore che era stato rappresentato, fino a quel momento, dalle forze più retrive della Democrazia cristiana. Non poteva però fare appello all’ideologia e alla cultura cattolica che non possedeva, ma che non erano più necessarie, viste le trasformazioni dell’etica e del costume popolare. Alla mancanza di una qualsiasi ideologia, Berlusconi supplì con l’enorme influenza che aveva sulla comunicazione di massa e con un piglio decisionista e modernizzatore, tipico delle tendenze populiste di molti leader politici delle società di massa.

Forza Italia era un partito allo stato gassoso che esisteva solo perché voluto da Berlusconi e da lui sponsorizzato grazie al suo immenso impero economico. Fu costruito sul modello e con il personale delle aziende Mediaset, quindi privo di radici e di autonomia ma con una base associativa costituita da imprenditori e da una borghesia ansiosa di rompere tutte le regole, mossa da un antistatalismo utile ad affermare con forza i propri egoismi. Era la borghesia che vedeva nella vecchia classe politica il partito delle tasse, coloro che li tartassavano per sostenere uno stato sociale inefficiente ed esclusivamente assistenzialista. Al contrario Forza Italia era percepita come il partito anti-tasse attorno a cui si raccolsero tutte le spinte antistataliste e antipolitiche insinuate da tempo nella società italiana.

All’elezione del ’94 la sinistra si presentò col raggruppamento denominato Alleanza dei Progressisti formato da: Alleanza Democratica, Cristiano Sociali, Federazione dei Verdi, La Rete, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico della Sinistra, Partito Socialista Italiano e Rinascita Socialista. La destra dovette caratterizzare le alleanze nelle due principali aree del paese. A Nord si chiamò Polo delle Libertà, formato da Forza Italia, Centro Cristiano Democratico e Lega Nord, a Sud assunse la denominazione di Polo del Buon Governo, formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico, Unione di Centro e Polo Liberal Democratico. Al centro, fra i due schieramenti, nacque il Patto per l’Italia, formato dal Partito Popolare Italiano guidato da Mino Martinazzoli e dal Patto Segni.

Tutti sottovalutarono la novità introdotta nella politica italiana da Berlusconi. Tutti erano convinti che la poderosa macchina da guerra messa in campo da Occhetto avrebbe travolto il Cavaliere, portando la sinistra al governo del paese. Sembrava ormai, dopo la caduta del muro di Berlino, che il ceto medio si fidasse del Pds e dei suoi alleati e che Occhetto avesse portato in salvo sé stesso, il suo apparato e gran parte delle sue truppe.

Il 27 e 28 marzo, sovvertendo le previsioni dei principali quotidiani nazionali, Forza Italia si affermò come primo partito italiano con il 21 per cento dei voti, contro poco più del 20,4 ottenuto dal Pds. Berlusconi non aveva stravinto ma aveva compiuto comunque un miracolo, considerando che un partito appena nato, improvvisato e privo di presenze capillari, aveva sopravanzato il Pds con il suo apparato organizzativo e con le sue profonde radici. Il 10 maggio il Cavaliere giurò nelle mani del Presidente e nominò i suoi ministri tra i quali, per la prima volta nella storia della Repubblica, figuravano esponenti dell’ex Movimento Sociale Italiano.

Salvo Fumetto

L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy

Venerdì 22 novembre 1963 il telegiornale edizione serale andò in onda alle 08:30 in punto. Lo speaker aveva iniziato a leggere le prime notizie di politica interna quando inaspettatamente annunciò un collegamento straordinario con Dallas, città del Texas negli USA:

   “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando. La salma di John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, assassinato stasera a Dallas nel Texas in età di quarantasei anni, viene trasportata in volo a Washington…”

   Il 22 novembre 1963, Kennedy era in visita nello stato del Texas. Alle 12:30, il corteo presidenziale sfilava per le strade di Dallas quando quattro colpi di fucile lo raggiunsero al torace, alla gola e alla testa. Mezz’ora più tardi Kennedy moriva in ospedale. La figura della first lady, che sullo sfondo della limousine teneva fra le mani la testa del Presidente, rimase impressa nella mente di milioni di persone che avevano visto le immagini dell’attentato in televisione.

Alle 13:50 fu arrestato Lee Harvey Oswald e alle 23:30 fu accusato di aver assassinato il presidente Kennedy, vittima, si disse in un primo momento, di una cospirazione conservatrice. Oswald fu a sua volta ucciso, prima di essere processato, il 24 novembre, all’interno del seminterrato della stazione di polizia di Dallas, da Jack Ruby, noto alle autorità per i suoi legami con la mafia. Ruby fu immediatamente arrestato e giustificò il suo gesto sostenendo di essere un grande patriota e di aver voluto vendicare la morte del presidente Kennedy. Era convinto che per il suo gesto non solo non l’avrebbero condannato ma addirittura elogiato. Il processo però non andò secondo le sue attese. La giuria non credette alla tesi dell’azione spontanea e improvvisa e dall’imputazione per omicidio non premeditato si arrivò alla sentenza di condanna a morte.

La condanna fu poi convertita in ergastolo e Ruby trascorse in carcere i suoi ultimi tre anni di vita. Il 3 gennaio 1967 morì per un’embolia polmonare, dovuta, a detta dei medici, a un tumore ai polmoni.

Molti sostengono che Oswald aveva sostenitori nelle file della destra, o addirittura che era stato il capro espiatorio di un complotto sovversivo che mirava a eliminare il Presidente. Altri hanno ipotizzato che esistevano svariati Oswald, piazzati in punti diversi per lasciare tracce confuse e fuorvianti. Ma i fatti, semplicemente, non hanno fatto emergere nulla di tutto ciò, mentre molti si sono fatti travolgere dall’idea ossessiva di una cospirazione contro Kennedy. Oltre 2000 libri sono stati pubblicati sull’argomento ma un’accurata analisi dei fatti ha confermato che Oswald agì da solo.
Dopo quarantadue anni, c’è ben poco da aggiungere. Di tanto in tanto, salta fuori un nuovo libro che annuncia di aver trovato un nuovo testimone che afferma di essere stato coinvolto nell’assassinio di Kennedy, o di avere conosciuto Oswald, Ruby e altri personaggi della vicenda. Alcuni documenti, resi pubblici di recente, sembrano fare un po’ di luce su alcuni aspetti dell’omicidio ma, in effetti, si limitano solo a chiarire alcune anomalie riscontrate nel caso. Ad esempio, perché si è tanto costruito attorno all’autopsia che fu coperta da un velo di segretezza e intrighi. Viene fuori che la famiglia Kennedy non voleva si venisse a sapere che il Presidente era stato affetto dal morbo di Addison durante il periodo della sua presidenza. Inoltre sono messi in luce i particolari della macabra natura delle fotografie scattate al cadavere, con una spiegazione perfettamente aderente al pensiero dei sostenitori della cospirazione. Questi nuovi documenti comunque non aggiungono nulla che faccia modificare la tesi che Oswald fosse l’unico assassino presente quel giorno nella Dealey Plaza.

Salvo Fumetto

Prima dei Patti Lateranensi, la Legge delle Guarentigie

La presa di Roma avvenuta il 20 settembre 1870, che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei papi, a molti parve una profanazione. L’Italia cattolica era delusa ma il potere politico era preoccupato e spaventato dal fatto che, sebbene l’Europa fosse a soqquadro in seguito alla guerra franco-prussiana, il pericolo di un intervento straniero a favore del Papa non si poteva escludere. Di fatto nessun governo europeo riconobbe all’Italia l’annessione dello Stato Pontificio, nonostante il ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta, rassicurasse le delegazioni dei governi stranieri che la libertà del Papa non sarebbe stata mai condizionata. D’altra parte Pio IX non perdeva occasione per denunciare al mondo la sua condizione di prigioniero, proclamando la sua intenzione, se liberato, di spostare la Santa Sede altrove. Roma non lo meritava, tanto meno l’Italia che si era resa rea di un’occupazione “ingiusta, nulla e invalida”.  Per questo motivo scomunicò tutti i responsabili di quell’atto sacrilego “di qualsivoglia dignità insigniti, anche degna di specialissima menzione”.

In queste condizioni un accordo non era possibile e di conseguenza il Governo italiano procedette autonomamente. Il ministro di Grazia, Giustizia e Culti del governo Lanza, Matteo Reali, fu incaricato di redigere una legge che disciplinasse i rapporti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, che prese il nome di Legge delle Guarentigie, licenziata dal Parlamento il 13 maggio 1871.

La legge contava venti articoli ed era divisa in due parti. La prima riguardava le prerogative del Pontefice cui erano garantite l’inviolabilità della persona, gli oneri sovrani, il diritto ad avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi del Vaticano, Laterano, Cancelleria e villa di Castel Gandolfo. Tali palazzi erano sottoposti al regime di extraterritorialità che li esentava dalle leggi italiane, assicurando libertà di comunicazioni postali e telegrafiche e il diritto di rappresentanza diplomatica. Infine si garantiva un appannaggio di 3.250.000 lire per il mantenimento del Pontefice, del Sacro Collegio e dei palazzi apostolici.

La seconda parte della Legge regolava i rapporti fra Stato e Chiesa Cattolica, garantendo a entrambi la massima pacifica indipendenza. Inoltre al clero era riconosciuta illimitata libertà di riunione e i vescovi erano esentati dal giuramento al Re.

Il dibattito in Parlamento fu lungo ed estenuante. Contro la legge si scagliarono i depositari del liberalismo ortodosso che esigevano una netta separazione fra i poteri dello Stato e quelli della Chiesa. La sinistra considerava invece quella legge una sottomissione alla Chiesa. Paradossalmente l’attacco più feroce venne dal Papa che apostrofò la legge “mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria”. Per tutta risposta il Parlamento, su richiesta della sinistra più anticlericale, soppresse tutte le facoltà di teologia dalle università italiane imponendo che tutti i seminari fossero sottoposti a controllo statale. I rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano andarono peggiorando quando, nel 1874, la Curia romana giunse a vietare esplicitamente ai cattolici, con la formula del “non expedit” (“non conviene“), la partecipazione alla vita politica. Soltanto nell’età giolittiana tale divieto fu eliminato progressivamente, fino al completo rientro dei cattolici “come elettori e come eletti” nella vita politica italiana, con il Patto Gentiloni del 1913.

La Legge delle Guarentigie fu abrogata quando Pio XI normalizzò i rapporti con lo Stato italiano grazie ai Patti Lateranensi, stipulati l’11 febbraio 1929 e ponendo fine alla cosiddetta “Questione Romana”.

Salvo Fumetto

Campioni del mondo!

Il campionato mondiale di calcio 1982 fu la dodicesima edizione organizzata dalla FIFA. Quell’anno il paese ospitante era la Spagna e la competizione, iniziata il 13 giugno, sarebbe terminata l’11 luglio. Fu il primo campionato mondiale in cui le squadre partecipanti furono portate da 16 a 24. La prima fase prevedeva sei gironi all’italiana di quattro squadre ciascuno. L’Italia era nel gruppo 1 e si trovò come avversarie Polonia, Camerun e Perù. Gli azzurri, guidati da Bearzot, giunsero in Spagna fra mille polemiche, non ultima la vicenda di Paolo Rossi, reduce dalla squalifica di due anni per lo scandalo del calcio scommesse. Bearzot era inoltre contestato dalla stampa romana che premeva per un maggiore utilizzo dei giocatori della Roma rispetto al blocco juventino, già ben sperimentato in passato.

Il 14 giugno alle 17:00 la nazionale italiana esordiva contro la Polonia, l’avversario più qualificato del girone tra le cui fila primeggiava lo juventino Boniek. La partita si tenne nello stadio Balaidos di Vigo, nell’estremo nord-ovest della Spagna. Il fischio d’inizio era fissato per le 17:15, l’arbitraggio affidato al francese Vautrot e la telecronaca a Nando Martellini.

Dopo un primo tempo favorevole all’Italia, nella ripresa i polacchi iniziarono ad aggredire l’avversario ma la partita si chiuse sullo 0 a 0. Alla fine dell’incontro Martellini commentò laconico: “…bellissimo primo tempo, squallida ripresa.” A illuminare la squadra italiana, solo la sfortunata traversa di Tardelli.

L’incontro con i peruviani andò meglio: primo tempo a favore dell’Italia che si portò in vantaggio con Bruno Conti. Nel secondo tempo, come era già accaduto con la Polonia, gli azzurri calarono di tono e il Perù ebbe il sopravvento. Il pareggio arrivò nel finale, all’83’, su tiro di Diaz con una decisiva deviazione di Collovati.

Il 23 giugno l’Italia incontrava il Camerun e serviva una vittoria per assicurarsi la qualificazione. Arbitro fu designato il Bulgaro Dotchev, ai microfoni della RAI ancora l’esperto Martellini. Bearzot aveva schierato la stessa formazione messa in campo contro la Polonia, sostituendo solo Marini con Oriali.

Anche questa partita sembrava ricalcare la falsariga delle precedenti, con grande sorpresa e delusione dei tifosi italiani. Solo al 16’ del secondo tempo l’incontro sembrò prendere una svolta favorevole grazie a un goal fortunoso di Ciccio Graziani: cross di Paolo Rossi, colpo di testa in controtempo di Graziani e scivolata del portiere camerunense N’Kono. La gioia fu incontenibile, con quel goal l’Italia si sarebbe sicuramente qualificata alla fase successiva. Nemmeno il tempo di rivedere l’azione al replay che un minuto dopo Gregoire M’Bida riportò il risultato in parità. Alla fine Italia e Camerun chiusero alla pari il gruppo 1, tre punti ciascuna e stessa differenza reti. Martellini era imbarazzato, non riusciva a comprendere se l’Italia si fosse qualificata. Il paese rimase per qualche minuto con il fiato sospeso. Poi, grazie al maggior numero di gol segnati rispetto al Camerun, Martellini annunciò la qualificazione della squadra azzurra alla fase successiva. L’Italia fu la prima compagine a superare il primo turno di un mondiale senza vincere una partita.

Gli italiani, che avevano sperato in un’Italia brillante, ritrovarono solo un’Italia fortunata. Le polemiche, come accade spesso nel nostro paese, sollevarono un polverone enorme, al punto da costringere la squadra al silenzio stampa. Tutti erano pessimisti perché le prossime avversarie dell’Italia erano Argentina e Brasile, una missione ritenuta da tutti impossibile.

Il 29 giugno la squadra, raggiunta Barcellona, si accingeva a incontrare l’Argentina ma nessuno avrebbe scommesso sull’Italia. Quando Tardelli, dopo un primo tempo sofferto, infilò al 55’ la rete Argentina, in Italia si levò un grido liberatorio. La certezza della vittoria arrivò solo al 67’, quando Cabrini fissò definitivamente il risultato sul 2 a 0.

mondiali-pablito-rossi

Ora però c’era il Brasile, la squadra data favorita per la vittoria finale della coppa. Il 5 luglio, alle 17:15 nello Stadio de Sarriá, l’arbitro israeliano Klein diede inizio alla partita. Quella fu la partita di Paolo Rossi che infilò ai Brasiliani ben tre goal, portando la squadra in semifinale. Battere il Brasile fu come aver già vinto il mondiale e quella sera, mezzo paese scese in strada per festeggiare la vittoria.

In semifinale l’Italia incontrò di nuovo la Polonia e questa volta la partita fu una passeggiata. Con due goal di Rossi, ormai eroe nazionale, gli azzurri sancirono il loro ingresso in finale. L’entusiasmo salì alle stelle. Come nel 1970 in Messico, l’Italia era in finale e questa volta tutti speravano che a vincere la Coppa del Mondo fosse il Bel Paese.

mondiali-pertini

Domenica 11 luglio, alle otto di sera, le strade erano deserte. Milioni d’italiani, davanti ai televisori, erano in attesa di assistere alla finale tra Italia e Germania. Lo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid era colmo in ogni ordine di posti: 90mila spettatori avrebbero assistito all’incontro, tra questi in tribuna d’onore, insieme ai reali di Spagna, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dopo pochi minuti dal fischio d’inizio dell’arbitro brasiliano Coelho, fu assegnato all’Italia un calcio di rigore. Sul dischetto Antonio Cabrini mandò la palla fuori dallo specchio della porta alla sinistra del portiere tedesco Schumacher. Quel goal mancato mandò il paese sull’orlo della disperazione, finché al 56’ Rossi non infilò la porta tedesca con il suo sesto goal che lo incoronò capocannoniere del torneo. Poi al 68’ arrivò il goal di Tardelli e all’81’ quello del pontino Altobelli. Sul 3 a 0 Pertini mise da parte il protocollo, si alzò in piedi e, agitando l’indice della mano destra, gridò: “Non ci prendono più”. Quando Coelho sollevò in alto il pallone per decretare la fine dell’incontro, l’Italia aveva battuto la Germania 3 a 1 ed era campione del mondo.

Salvo Fumetto

La conquista dello spazio

Dopo il secondo conflitto mondiale, americani e russi combatterono una guerra non guerreggiata. La consapevolezza che un conflitto nucleare avrebbe portato il mondo sull’orlo della catastrofe, contribuì a evitare uno scontro diretto. Le battaglie si combattevano con operazioni di spionaggio e di propaganda. La corsa allo spazio fu il terreno più utilizzato per le scontro fra le due superpotenze che cercarono, per più di un ventennio, di prevalere l’una sull’altra in termini tecnologici. La tecnologia spaziale divenne fondamentale, sia per le possibili applicazioni militari sia per i benefici derivanti dalla propaganda. Un satellite, opportunamente equipaggiato, poteva spiare una nazione nemica mentre i successi spaziali potevano propagandare le capacità scientifiche acquisite e il potenziale militare. Gli stessi missili che erano in grado di inviare un uomo in orbita, potevano anche precipitare un’arma nucleare su una città nemica.

La corsa allo spazio iniziò dopo il lancio del satellite sovietico Sputnik 1, il 4 ottobre 1957. Fu il primo satellite artificiale a essere messo in orbita attorno alla terra. Il lancio dello Sputnik provocò negli Stati Uniti un acceso dibattito politico, costringendo l’amministrazione Eisenhower ad approvare un piano di ricerca spaziale e la costituzione della NASA. L’americano medio aveva sempre immaginato che gli Stati Uniti fossero leader in tutti i campi tecnologici ma il lancio dello Sputnik provocò nella popolazione un forte senso di sconcerto e di paura. Gli Stati Uniti dovettero in brevissimo tempo recuperare il ritardo accumulato rispetto ai sovietici e quattro mesi dopo il lancio dei russi, dalla base di Cape Canaveral, lanciarono il loro primo satellite, l’Explorer I.

Yuri Gagarin
Yuri Gagarin

Per quasi tutti gli anni ’60 la sfida segnò momenti di alterne fortune. I Sovietici riuscirono per primi a inviare un uomo in orbita intorno alla terra. Era il 12 aprile 1961 e Yuri Gagarin, sulla navetta Vostok 1, entrò in orbita terrestre. Il 5 maggio l’americano Alan Shepard entrò nello spazio suborbitale con la missione Freedom. Il 20 febbraio del 1962 John Glenn, con la missione Friendship, eseguì tre orbite complete intorno alla terra. Poi vi furono la prima donna russa nello spazio, Valentina Vladimirovna Tereskova e la prima passeggiata spaziale di un astronauta russo, il comandante Aleksej Archipovic Leonov. Gli americani sembravano sconfitti ma il 25 maggio del 1961 il presidente John Kennedy, in una sessione del Congresso, dichiarò: “Il programma Apollo, deciso dal mio predecessore, ha come obiettivo far atterrare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio”. Esattamente otto anni dopo l’America mantenne la promessa del suo Presidente.

L’Apollo 11 fu lanciato dalla base di Cape Kennedy, il 16 luglio 1969 e tre giorni dopo entrò in orbita lunare. Durante le trenta orbite che eseguì intorno alla Luna, i tre astronauti, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin, ebbero modo di osservare il luogo previsto per l’atterraggio, a sud del Mare della Tranquillità. Il 20 luglio il modulo lunare, chiamato Eagle, fu separato dal modulo di comando, il Columbia. Collins rimase a bordo del Columbia mentre l’Eagle, con Armstrong e Aldrin, si apprestava a scendere sulla superficie lunare. Dopo un attento controllo visivo, Eagle accese il motore e iniziò la discesa sulla Luna. Poche ore dopo Armstrong scese la scaletta del modulo lunare e, appena toccato il suolo lunare, pronunciò la storica frase: “Questo è un piccolo passo per un uomo ma è un grande balzo per l’Umanità.” Erano le 4:56 del 21 luglio 1969.

Salvo Fumetto