Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

A cavallo tra il V e il VI secolo Costantinopoli sembrava in grado di condurre una politica atta alla riconquista dei territori occidentali perduti. Era una sacra missione quella di liberare il territorio romano dal giogo dei barbari stranieri e degli eretici ariani, per riportare ai suoi antichi confini l’unico impero romano e cristiano ortodosso. Giustiniano I pose la sua politica al servizio di questa missione. Il nuovo imperatore era figlio di un contadino proveniente da una provincia dei balcani e divenne lo spirito più raffinato e colto del secolo, egli fu l’ispiratore di tutte le grandi imprese della sua grande epoca.

In quel periodo ai tanti pericoli esterni si aggiunsero gravi disordini interni. Nacque un’aspra lotta tra il potere autocratico centrale e le organizzazioni politiche del popolo e nel gennaio 532 d.C. scoppiò a Costantinopoli la rivolta di Nika.

Sotto il regno di Giustino I, Giustiniano aveva favorito gli azzurri, che appoggiavano la sua politica ecclesiastica e la sua concezione dello Stato, contro i verdi appoggiati da Anastasio. Appena giunto al potere cercò di liberarsi del tutto dall’influenza dei demi e mise in atto duri provvedimenti contro l’irrequietezza dei partiti popolari. Le misure repressive, che colpirono ambedue i partiti, fecero sì che l’Imperatore si inimicò sia gli azzurri che i verdi, e questa ostilità aumento a causa degli oneri imposti al popolo per finanziare le grandi imprese che prevedeva la sua politica. Ambedue i demi si unirono quindi in una lotta comune contro il governo di Giustiniano.

La rivolta assunse proporzioni enormi, la capitale era in fiamme e Giustiniano già considerava persa la partita e voleva tentare la fuga. A trattenerlo ci pensò la coraggiosa imperatrice Teodora, ma a salvargli il trono furono i generali Belisario e Narsete. Quest’ultimo riuscì a rompere l’unità degli insorti per mezzo di negoziati con gli azzurri; Belisario irruppe nell’ippodromo con le truppe fedeli all’Imperatore e fece massacrare gli insorti. Si pose fine così all’insurrezione. L’autocrazia aveva avuto la meglio sulle aspirazioni all’autonomia della città.

Santa Sofia risorse con nuovo splendore: al posto dell’antico santuario che era stato bruciato, Giustiniano fece costruire uno splendido edificio a cupola, un’opera che rappresenta ancora oggi una pietra miliare nello sviluppo dell’architettura cristiana.

Il prezzo delle conquiste giustinianee fu il completo esaurimento finanziario del paese e il governo di Giustiniano si mise all’opera per sviluppare l’attività nel campo della politica economica e diede notevole impulso alle attività commerciali e industriali. Il commercio mediterraneo era nelle mani dei mercanti greci e siriani, il principale campo d’attività dell’Impero bizantino era quindi il commercio con l’Oriente, con l’India e la Cina. Per arrivare a commerciare con questi paesi vi era però un ostacolo, il passaggio attraverso la mediazione persiana. Il governo di Giustiniano cercò allora di aprirsi un passaggio per la Cina aggirando l’ostacolo passando per il Bosforo e per il Caucaso. Inoltre Giustiniano cercò di assicurarsi il passaggio per mare verso l’Oceano Indiano attraverso il mar Rosso e per far ciò arrivò a stringere rapporti con il regno etiopico di Aksum.

L’opera più grande e duratura dell’epoca di Giustiniano fu la codificazione del diritto romano avvenuta sotto la direzione di Triboniano. Prima venne fatta una raccolta di tutti gli editti imperiali in vigore a partire dai tempi di Adriano che venne pubblicata nel 529 d.C. col titolo di Codex Justinianus. Nel 533 d.C. venne pubblicato il Digesto, una raccolta degli scritti dei giuristi classici romani che, acanto agli editti imperiali, rappresentano il secondo gruppo delle leggi vigenti. Il Digesto fu il primo tentativo di porre ordine e raccogliere sistematicamente le innumerevoli e spesso contradditorie sentenze dei giuristi romani. Furono compilate le Institutiones, concepite come un manuale per lo studio del diritto, che contengono estratti delle due opere principali, il Codex e il Digesto. Infine furono completate le Novellae, cioè delle leggi promulgate dopo la pubblicazione del Codex. Tutti questi codici andarono a formare il Corpus iuris civilis.

Giustiniano fu l’ultimo imperatore romano sul trono bizantino, ma allo stesso tempo egli fu un sovrano cristiano, consapevole dell’origine divina della sua autorità imperiale. Dopo di lui a governare sul trono di Costantinopoli fu il nipote Giustino II, il primo imperatore nato proprio nella capitale bizantina.

Sara D’Incertopadre

E dopo una lunga pausa siamo tornati con nuovi articoli e col nuovo Rompicapo…Dove ci troviamo?? Avete riconosciuto questa famosa facciata??

Soluzione Rompicapo del 23/05/2019

Si tratta del famoso Cristo Morto, uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, conservato della Pinacoteca di Brera a Milano e l’opera è datata al 1475-1478,. La particolarità che rende questo quadro uno dei più famosi al mondo è il vertiginoso scorcio prospettico della figura del Cristo disteso, che ha la particolarità di “seguire” lo spettatore che ne fissa i piedi scorrendo davanti al quadro stesso. E’ come se il Cristo stesse fuori dal dipinto ed è come se fosse reale. Questa tecnica ha reso tutta l’opera  celeberrima. . Nel dipinto ritroviamo le figure di Maria e Giovanni ritratte nel pieno del dolore dovuto alla morte di Cristo sulla sinistra del dipinto. Dietro Maria s’intravede una figura che si pensa sia Maddalena, anch’essa rappresentata colma di disperazione. La grandiosità dell’opera è che il punto di vista della scena rende tutto realistico e veritiero: lo scorcio della visione rende le figure e i  volumi molto particolari: la testa e il torace ad esempio risultano essere troppo grandi rispetto alle gambe e non seguono quindi una costruzione prospettica tuttavia attraverso Mantegna ha realizzato l’espressione e la mimica facciale che rende grandiosa e unica l’opera.

Pare che il dipinto sia stato destinato in un primo momento ad un privato ma dopo la morte dell’artista il dipinto finì nelle mani del cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. La tela subì vari passaggi, come regalo per la sposa di Federico II Gonzaga, all’acquisto da parte di Carlo I d’Inghilterra, assieme ai pezzi più prestigiosi della quadreria Gonzaga. Dalla collezione sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazarino, dispersa la quale sparì per circa un secolo. Agli inizi del XIX secolo risalgono i primi indizi sicuri. Quindi l’opera passò per le mani di vari proprietari e fu protagonista di varie vicissitudini fino all’arrivo definitivo alla Pinacoteca di Brera.

Munari

Il compito dell’artista è quello di comunicare agli altri uomini un messaggio poetico, espresso con forme, con colori, a due o a più dimensioni, con movimento; senza preoccuparsi a priori se quello che verrà fuori sarà pittura o scultura o un’altra cosa ancora (come le macchine inutili o le proiezioni) purché contenga questo messaggio e purché questo messaggio parli, si faccia capire anche da un minimp di persone.

Da Tristan Sauvage, Pittura italiana del dopoguerra (1945-1957), Schwarz Editore, Milano, 1957, p. 333.

L’opera, di grandi dimensioni e realizzata a olio su tela, fu dipinta da Caravaggio a Roma nel 1606 per la cappella dell’avvocato Cherubini, nella chiesa di Santa Maria della Scala in Trastevere. L’opera rappresenta la morte della Vergine, il cui corpo senza vita è posto tra Maria Maddalena e gli apostoli.

L’opera fu rifiutata dal committente e rimossa dall’ubicazione prescelta perché nessuno potesse vedere un’immagine della Vergine considerata tanto irriverente dai padri di Santa Maria della Scala. L’opera fu successivamente acquistata dal duca di Mantova per la sua galleria su suggerimento del pittore fiammingo Rubens, che ne rimase talmente colpito da organizzare una mostra pubblica a Roma prima di spedire il dipinto al duca Gonzaga.

La scena è inserita in un ambiente povero di cui si intravedono solamente la parete dietro i personaggi, parte del soffitto in legno e il pavimento; la stanza è spoglia, fatta eccezione per qualche mobile e per il drappo rosso che divide l’ambiente in due in maniera molto scenografica.

Il vuoto che viene a crearsi in primo piano evidenzia il corpo senza vita della Madonna, che non è disposto parallelamente al piano del dipinto ma leggermente in scorcio, accentuando il senso di profondità del dipinto accennato già nelle travi del soffitto. La luce che, provenendo dall’alto, fende diagonalmente la scena è utilizzata dal pittore per evidenziare il nucleo drammatico della scena: Caravaggio ha così evidenziato il corpo della Vergine, i gesti e i volti degli altri personaggi, celando nell’ombra tutto ciò che ha ritenuto superfluo e irrilevante. La luce diventa allo stesso tempo strumento narrativo e simbolo della presenza divina.

Anche la gamma cromatica diventa in un certo senso protagonista in quanto la presenza incontrastata di rossi accesi e di bruni vanno a scontrarsi con le convenzioni iconografiche del tempo che vedevano rappresentare la Vergine con un mantello di colore blu e una presenza più accentuata di tonalità fredde.

Gli apostoli sono rappresentati come popolani a piedi nudi con abiti poveri e volti segnati dalle rughe, caratteristica questa che si riscontra in altre opere del Caravaggio come la Madonna dei Pellegrini dove il pittore inserì proprio in primo piano i piedi sporchi dei personaggi inginocchiati ai piedi della Madonna. Lo stesso corpo della Vergine è tutt’altro che idealizzato, è un corpo gonfio e sgraziato. Si narra che Caravaggio abbia preso a modello una cortigiana morta annegata, forse suicida e incinta, e dunque gonfia e colpevole davanti alla Chiesa, due volte.

A causa del dissesto finanziario dei Gonzaga, il dipinto, al pari di gran parte della collezione ducale, fu alienato al re d’Inghilterra Carlo I. Alla morte di quest’ultimo ampia parte della sua raccolta fu venduta, compresa la Morte della Vergine del Merisi, che fu acquistata dal banchiere parigino Everhard Jabach e da questi ceduta al re di Francia Luigi XIV. Infine, il quadro venne collocato nel museo del Louvre, sua sede attuale.

Sara D’Incertopadre

Uno dei più drammatici episodi che cambiò la storia del nostro paese avvenne il 12 dicembre 1969 e segnò l’ingresso dell’Italia in una fase storica che sarebbe durata per più di dieci anni: gli anni di piombo.  A Milano cominciò la saga delle bombe che diede l’avvio al periodo stragista con simili gesti di cieca ferocia. Di molte di queste bombe non si saprà mai la paternità e forse le domande restano ancora senza risposte: furono innescate da gruppi di fanatici neri ancora alla ricerca di una rivalsa al 25 aprile del 1945, dalla sinistra anarchica o dall’estrema sinistra?

Alle 16:37 la prima bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone ottantotto. Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Una terza esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, la prima davanti all’Altare della Patria, la seconda all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento in piazza Venezia, ferendo quattro persone. Si contarono, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici che colpirono contemporaneamente Roma e Milano.

La strage del 12 dicembre 1969 non fu tra le più atroci che insanguinarono il nostro paese, ma fu l’inizio di una escalation terribile di sangue e di indagini grossolane e altalenanti dovute ai depistaggi dei servizi segreti.

Le immagini della devastazione passavano di continuo sugli schermi televisivi, alternate a quelle dei feriti che, subito dopo l’attentato, erano avviati con le ambulanze negli ospedali vicini. Nei giorni successivi lo sdegno pervase tutta Italia. Le organizzazioni sindacali dei bancari, fino a quel momento chiuse su loro stesse, organizzarono uno sciopero generale che portò alla chiusura totale di tutti gli sportelli bancari.

Le indagini vennero subito orientate nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti. Furono fermate per accertamenti ottantaquattro persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma, tra i quali figurava Pietro Valpreda e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, tra i quali figurava Giuseppe Pinelli.

Pinelli era un frenatore delle ferrovie che lavorava nella stazione di Porta Garibaldi: un anarchico convinto. Negli uffici della questura fu lungamente interrogato dal commissario Calabresi. Alle undici di sera si seppe però che Pinelli era morto, caduto accidentalmente dal quarto piano della questura, secondo la ricostruzione degli agenti, buttato dalla finestra, a seguito della ricostruzione di quasi tutti gli ambienti della sinistra.

Dopo le prime indagini rivolte nella direzione degli anarchici di sinistra, gran parte della stampa iniziò a dubitare delle ricostruzioni fatte dalla polizia e cominciò a farsi largo l’idea che gli attentati del 12 dicembre fossero stati opera dell’estremismo di destra, aiutato dai servizi segreti di Stato. L’ipotesi venne suffragata dal coinvolgimento di due padovani, nostalgici del ventennio, Franco Freda e Giovanni Ventura. Il coinvolgimento dei servizi segreti fu avvalorata invece dopo il coinvolgimento di Guido Giannettini, considerato un esperto di problemi militari e uno specialista di tecniche di controguerriglia, che pare fosse pagato dal SID.

Molti processi si sono tenuti per attribuire la responsabilità di quella strage, tutti chiusi con la sentenza della Cassazione del maggio 2005. La Cassazione, assolvendo i tre imputati, affermò che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Salvo Fumetto

La mia pittura non nasce sul cavalletto. Quasi mai, prima di cominciare a dipingere, mi accade di stendere la tela sul telaio. Preferisco appenderla al muro o posarla sul pavimento, perché ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio, più vicino, più parte del quadro; posso camminarci intorno, lavorarci da quattro lati diversi, essere letteralmente dentro al quadro. E’ un po’ come il metodo usato da certi indiani del West che dipingono con la sabbia.

Quando ci son dentro, nel mio quadro, non mi rendo conto di quel che sto facendo. E’ soltanto dopo un certo periodo impiegato a, come dire, “far conoscenza”, che riesco a vedere che direzione ho preso. E non ho paura di far cambiamenti, e neanche di distruggere l’immagine, perché so che il quadro ha una vita sua e io non cerco che di farla venir fuori. E’ soltanto quando perdo contatto con la tela che il risultato è un disastro. Altrimenti si stabilisce uno stato di pura armonia, di spontanea reciprocità, e l’opera riesce bene.

Da The New American Painting, cit., pp. 66-67, 1947.

Il dipinto qui riportato è intitolato Lavender Mist Number 1 ed è stato realizzato da Pollock nel 1950. È conservato nel National Gallery di Washington. Inizialmente si chiamava Number 1, successivamente Clement Greenberg suggerì di intitolarlo Lavender Mist per la prevalenza delle sfumature lavanda. Il dipinto è inoltre famoso perché ingloba l’impronta della mano di Pollock.

Eccoci tornati, dopo una lunga pausa, con un nuovo Rompicapo…pittorico! Chi è il pittore che ha dipinto questo sublime Cristo morto?

Soluzione Rompicapo del 15/11/2017

Si tratta della facciata del duomo di Siena; tutta in marmo bianco con qualche decorazione in rosso di Siena e serpentino di Prato, è divisibile in due metà, inferiore e superiore, riferibili a due distinte fasi costruttive. La ricchezza della decorazione, prevalentemente scultorea, nasconde irregolarità e asimmetrie derivate dalla lunga fase costruttiva a cui misero mano molteplici progettisti. La facciata inferiore fu realizzata da Giovanni Pisano ed è riferibile a uno stile romanico-gotico di transizione. Questi vi lavorò tra il 1284 e il 1297, prima di allontanarsi improvvisamente da Siena, probabilmente per le critiche mossegli dal comune per gli sprechi e la disorganizzazione. A questa fase risalgono i tre portali  e i due torrioni laterali. Giovanni Pisano curò anche la decorazione scultorea, e corredò la facciata di un sorprendente ciclo di statue gotiche.

La parte superiore della facciata è opera di Camaino di Crescentino (padre del più famoso Tino di Camaino), che vi lavorò tra il 1299 circa e il 1317.Camaino di Crescentino dette alla facciata l’odierno aspetto tricuspidale. Un bellissimo oculo si apre al centro, incorniciato da nicchie gotiche contenenti i busti di Apostoli e Profeti che rendono omaggio alla Madonna col Bambino, identificabile nella nicchia centrale superiore. Ai lati due pilastri incorniciano questa struttura e terminano in pinnacoli e quindi in sottilissime guglie, accentuando lo slancio verso l’alto dell’edificio. Lateralmente sono presenti due ordini di loggette, mentre il tutto è sormontato da tre cuspidi dorate. I tre mosaici dorati, che raffigurano da sinistra a destra la Presentazione di Maria al Tempio, l’Incoronazione della Vergine e La Natività di Gesù, furono eseguiti a Venezia nel 1878, su disegno di Alessandro Franchi L’oculo reca invece una vetrata di Pastorino dei Pastorini  della metà del XVI secolo, raffigurante l’Ultima Cena e visibile dall’interno.

Silvio Berlusconi ha costruito le sue fortune sulla concessione dell’uso di frequenze per le trasmissioni televisive ottenuta grazie al governo Craxi. L’incontro tra i due avvenne per intercessione di Silvano Larini, uomo di fiducia di Craxi. Bettino mostrò sempre una rilevante apertura verso le televisioni private, a tal punto da varare nel 1984 ben due decreti a favore delle reti del Cavaliere, oscurate tra il 13 e il 16 ottobre 1984 dai pretori di Torino, Pescara e Roma per violazione della legge che proibiva alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Silvio contraccambiò, promuovendo, sui suoi canali televisivi, molteplici spot elettorali, sia per il Psi sia per Craxi.

Berlusconi difese l’amico Craxi fino alla sua completa débâcle, ritenendolo unico argine all’avanzata dei comunisti in Italia. Nell’inverno del 1993, in seguito al vuoto politico creato dallo scandalo di Tangentopoli, timoroso di una possibile vittoria degli ex comunisti alle elezioni politiche, decise di scendere in prima persona nell’arena politica. Lo fece utilizzando l’associazione Forza Italia! fondata il 29 giugno del 1993 da alcuni professionisti inseriti nelle aziende controllate dalla Fininvest e da alcuni suoi amici, tra questi, Marcello Dell’Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani. Berlusconi per diversi mesi negò di voler fondare un partito, anche se su alcuni quotidiani iniziarono a trapelare molte indiscrezioni. Il 25 novembre 1993 nacque l’associazione nazionale dei club di Forza Italia e il 15 dicembre fu aperta la sede centrale di Forza Italia in via dell’Umiltà a Roma. Il 18 gennaio 1994 Berlusconi creò il Movimento Politico Forza Italia, uno schieramento di centrodestra la cui missione era restituire una rappresentanza agli elettori moderati e contrapporsi ai partiti di centrosinistra.

Sul piano politico Berlusconi si presentò come portatore di una nuova visione. Voleva rappresentare l’Italia moderata e conservatrice chiusa nei valori della società tradizionale, in lotta contro le tendenze laico-democratiche e contro lo spettro comunista. Secondo il Cavaliere il comunismo non era debellato e, dopo aver governato l’Italia dalla liberazione in poi, era pronto per tornare al potere. Il suo partito doveva sostituire il centro moderato e conservatore che era stato rappresentato, fino a quel momento, dalle forze più retrive della Democrazia cristiana. Non poteva però fare appello all’ideologia e alla cultura cattolica che non possedeva, ma che non erano più necessarie, viste le trasformazioni dell’etica e del costume popolare. Alla mancanza di una qualsiasi ideologia, Berlusconi supplì con l’enorme influenza che aveva sulla comunicazione di massa e con un piglio decisionista e modernizzatore, tipico delle tendenze populiste di molti leader politici delle società di massa.

Forza Italia era un partito allo stato gassoso che esisteva solo perché voluto da Berlusconi e da lui sponsorizzato grazie al suo immenso impero economico. Fu costruito sul modello e con il personale delle aziende Mediaset, quindi privo di radici e di autonomia ma con una base associativa costituita da imprenditori e da una borghesia ansiosa di rompere tutte le regole, mossa da un antistatalismo utile ad affermare con forza i propri egoismi. Era la borghesia che vedeva nella vecchia classe politica il partito delle tasse, coloro che li tartassavano per sostenere uno stato sociale inefficiente ed esclusivamente assistenzialista. Al contrario Forza Italia era percepita come il partito anti-tasse attorno a cui si raccolsero tutte le spinte antistataliste e antipolitiche insinuate da tempo nella società italiana.

All’elezione del ’94 la sinistra si presentò col raggruppamento denominato Alleanza dei Progressisti formato da: Alleanza Democratica, Cristiano Sociali, Federazione dei Verdi, La Rete, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico della Sinistra, Partito Socialista Italiano e Rinascita Socialista. La destra dovette caratterizzare le alleanze nelle due principali aree del paese. A Nord si chiamò Polo delle Libertà, formato da Forza Italia, Centro Cristiano Democratico e Lega Nord, a Sud assunse la denominazione di Polo del Buon Governo, formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico, Unione di Centro e Polo Liberal Democratico. Al centro, fra i due schieramenti, nacque il Patto per l’Italia, formato dal Partito Popolare Italiano guidato da Mino Martinazzoli e dal Patto Segni.

Tutti sottovalutarono la novità introdotta nella politica italiana da Berlusconi. Tutti erano convinti che la poderosa macchina da guerra messa in campo da Occhetto avrebbe travolto il Cavaliere, portando la sinistra al governo del paese. Sembrava ormai, dopo la caduta del muro di Berlino, che il ceto medio si fidasse del Pds e dei suoi alleati e che Occhetto avesse portato in salvo sé stesso, il suo apparato e gran parte delle sue truppe.

Il 27 e 28 marzo, sovvertendo le previsioni dei principali quotidiani nazionali, Forza Italia si affermò come primo partito italiano con il 21 per cento dei voti, contro poco più del 20,4 ottenuto dal Pds. Berlusconi non aveva stravinto ma aveva compiuto comunque un miracolo, considerando che un partito appena nato, improvvisato e privo di presenze capillari, aveva sopravanzato il Pds con il suo apparato organizzativo e con le sue profonde radici. Il 10 maggio il Cavaliere giurò nelle mani del Presidente e nominò i suoi ministri tra i quali, per la prima volta nella storia della Repubblica, figuravano esponenti dell’ex Movimento Sociale Italiano.

Salvo Fumetto

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