Caffè culturale "LetterAr-Thè"

Il Blog di Storia dell'arte, Letteratura&Libri, Storia, Cinema, Fotografia e Arte culinaria. Uno spazio di condivisione aperto a tutti che ha lo scopo di far conoscere in modo semplice il mondo culturale.

Uno dei più drammatici episodi che cambiò la storia del nostro paese avvenne il 12 dicembre 1969 e segnò l’ingresso dell’Italia in una fase storica che sarebbe durata per più di dieci anni: gli anni di piombo.  A Milano cominciò la saga delle bombe che diede l’avvio al periodo stragista con simili gesti di cieca ferocia. Di molte di queste bombe non si saprà mai la paternità e forse le domande restano ancora senza risposte: furono innescate da gruppi di fanatici neri ancora alla ricerca di una rivalsa al 25 aprile del 1945, dalla sinistra anarchica o dall’estrema sinistra?

Alle 16:37 la prima bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, uccidendo diciassette persone e ferendone ottantotto. Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Una terza esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio, ferendo tredici persone. Altre due bombe esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, la prima davanti all’Altare della Patria, la seconda all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento in piazza Venezia, ferendo quattro persone. Si contarono, in quel tragico 12 dicembre, cinque attentati terroristici che colpirono contemporaneamente Roma e Milano.

La strage del 12 dicembre 1969 non fu tra le più atroci che insanguinarono il nostro paese, ma fu l’inizio di una escalation terribile di sangue e di indagini grossolane e altalenanti dovute ai depistaggi dei servizi segreti.

Le immagini della devastazione passavano di continuo sugli schermi televisivi, alternate a quelle dei feriti che, subito dopo l’attentato, erano avviati con le ambulanze negli ospedali vicini. Nei giorni successivi lo sdegno pervase tutta Italia. Le organizzazioni sindacali dei bancari, fino a quel momento chiuse su loro stesse, organizzarono uno sciopero generale che portò alla chiusura totale di tutti gli sportelli bancari.

Le indagini vennero subito orientate nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti. Furono fermate per accertamenti ottantaquattro persone, in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 marzo di Roma, tra i quali figurava Pietro Valpreda e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano, tra i quali figurava Giuseppe Pinelli.

Pinelli era un frenatore delle ferrovie che lavorava nella stazione di Porta Garibaldi: un anarchico convinto. Negli uffici della questura fu lungamente interrogato dal commissario Calabresi. Alle undici di sera si seppe però che Pinelli era morto, caduto accidentalmente dal quarto piano della questura, secondo la ricostruzione degli agenti, buttato dalla finestra, a seguito della ricostruzione di quasi tutti gli ambienti della sinistra.

Dopo le prime indagini rivolte nella direzione degli anarchici di sinistra, gran parte della stampa iniziò a dubitare delle ricostruzioni fatte dalla polizia e cominciò a farsi largo l’idea che gli attentati del 12 dicembre fossero stati opera dell’estremismo di destra, aiutato dai servizi segreti di Stato. L’ipotesi venne suffragata dal coinvolgimento di due padovani, nostalgici del ventennio, Franco Freda e Giovanni Ventura. Il coinvolgimento dei servizi segreti fu avvalorata invece dopo il coinvolgimento di Guido Giannettini, considerato un esperto di problemi militari e uno specialista di tecniche di controguerriglia, che pare fosse pagato dal SID.

Molti processi si sono tenuti per attribuire la responsabilità di quella strage, tutti chiusi con la sentenza della Cassazione del maggio 2005. La Cassazione, assolvendo i tre imputati, affermò che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Salvo Fumetto

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La mia pittura non nasce sul cavalletto. Quasi mai, prima di cominciare a dipingere, mi accade di stendere la tela sul telaio. Preferisco appenderla al muro o posarla sul pavimento, perché ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio, più vicino, più parte del quadro; posso camminarci intorno, lavorarci da quattro lati diversi, essere letteralmente dentro al quadro. E’ un po’ come il metodo usato da certi indiani del West che dipingono con la sabbia.

Quando ci son dentro, nel mio quadro, non mi rendo conto di quel che sto facendo. E’ soltanto dopo un certo periodo impiegato a, come dire, “far conoscenza”, che riesco a vedere che direzione ho preso. E non ho paura di far cambiamenti, e neanche di distruggere l’immagine, perché so che il quadro ha una vita sua e io non cerco che di farla venir fuori. E’ soltanto quando perdo contatto con la tela che il risultato è un disastro. Altrimenti si stabilisce uno stato di pura armonia, di spontanea reciprocità, e l’opera riesce bene.

Da The New American Painting, cit., pp. 66-67, 1947.

Il dipinto qui riportato è intitolato Lavender Mist Number 1 ed è stato realizzato da Pollock nel 1950. È conservato nel National Gallery di Washington. Inizialmente si chiamava Number 1, successivamente Clement Greenberg suggerì di intitolarlo Lavender Mist per la prevalenza delle sfumature lavanda. Il dipinto è inoltre famoso perché ingloba l’impronta della mano di Pollock.

Eccoci tornati, dopo una lunga pausa, con un nuovo Rompicapo…pittorico! Chi è il pittore che ha dipinto questo sublime Cristo morto?

Soluzione Rompicapo del 15/11/2017

Si tratta della facciata del duomo di Siena; tutta in marmo bianco con qualche decorazione in rosso di Siena e serpentino di Prato, è divisibile in due metà, inferiore e superiore, riferibili a due distinte fasi costruttive. La ricchezza della decorazione, prevalentemente scultorea, nasconde irregolarità e asimmetrie derivate dalla lunga fase costruttiva a cui misero mano molteplici progettisti. La facciata inferiore fu realizzata da Giovanni Pisano ed è riferibile a uno stile romanico-gotico di transizione. Questi vi lavorò tra il 1284 e il 1297, prima di allontanarsi improvvisamente da Siena, probabilmente per le critiche mossegli dal comune per gli sprechi e la disorganizzazione. A questa fase risalgono i tre portali  e i due torrioni laterali. Giovanni Pisano curò anche la decorazione scultorea, e corredò la facciata di un sorprendente ciclo di statue gotiche.

La parte superiore della facciata è opera di Camaino di Crescentino (padre del più famoso Tino di Camaino), che vi lavorò tra il 1299 circa e il 1317.Camaino di Crescentino dette alla facciata l’odierno aspetto tricuspidale. Un bellissimo oculo si apre al centro, incorniciato da nicchie gotiche contenenti i busti di Apostoli e Profeti che rendono omaggio alla Madonna col Bambino, identificabile nella nicchia centrale superiore. Ai lati due pilastri incorniciano questa struttura e terminano in pinnacoli e quindi in sottilissime guglie, accentuando lo slancio verso l’alto dell’edificio. Lateralmente sono presenti due ordini di loggette, mentre il tutto è sormontato da tre cuspidi dorate. I tre mosaici dorati, che raffigurano da sinistra a destra la Presentazione di Maria al Tempio, l’Incoronazione della Vergine e La Natività di Gesù, furono eseguiti a Venezia nel 1878, su disegno di Alessandro Franchi L’oculo reca invece una vetrata di Pastorino dei Pastorini  della metà del XVI secolo, raffigurante l’Ultima Cena e visibile dall’interno.

Silvio Berlusconi ha costruito le sue fortune sulla concessione dell’uso di frequenze per le trasmissioni televisive ottenuta grazie al governo Craxi. L’incontro tra i due avvenne per intercessione di Silvano Larini, uomo di fiducia di Craxi. Bettino mostrò sempre una rilevante apertura verso le televisioni private, a tal punto da varare nel 1984 ben due decreti a favore delle reti del Cavaliere, oscurate tra il 13 e il 16 ottobre 1984 dai pretori di Torino, Pescara e Roma per violazione della legge che proibiva alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Silvio contraccambiò, promuovendo, sui suoi canali televisivi, molteplici spot elettorali, sia per il Psi sia per Craxi.

Berlusconi difese l’amico Craxi fino alla sua completa débâcle, ritenendolo unico argine all’avanzata dei comunisti in Italia. Nell’inverno del 1993, in seguito al vuoto politico creato dallo scandalo di Tangentopoli, timoroso di una possibile vittoria degli ex comunisti alle elezioni politiche, decise di scendere in prima persona nell’arena politica. Lo fece utilizzando l’associazione Forza Italia! fondata il 29 giugno del 1993 da alcuni professionisti inseriti nelle aziende controllate dalla Fininvest e da alcuni suoi amici, tra questi, Marcello Dell’Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani. Berlusconi per diversi mesi negò di voler fondare un partito, anche se su alcuni quotidiani iniziarono a trapelare molte indiscrezioni. Il 25 novembre 1993 nacque l’associazione nazionale dei club di Forza Italia e il 15 dicembre fu aperta la sede centrale di Forza Italia in via dell’Umiltà a Roma. Il 18 gennaio 1994 Berlusconi creò il Movimento Politico Forza Italia, uno schieramento di centrodestra la cui missione era restituire una rappresentanza agli elettori moderati e contrapporsi ai partiti di centrosinistra.

Sul piano politico Berlusconi si presentò come portatore di una nuova visione. Voleva rappresentare l’Italia moderata e conservatrice chiusa nei valori della società tradizionale, in lotta contro le tendenze laico-democratiche e contro lo spettro comunista. Secondo il Cavaliere il comunismo non era debellato e, dopo aver governato l’Italia dalla liberazione in poi, era pronto per tornare al potere. Il suo partito doveva sostituire il centro moderato e conservatore che era stato rappresentato, fino a quel momento, dalle forze più retrive della Democrazia cristiana. Non poteva però fare appello all’ideologia e alla cultura cattolica che non possedeva, ma che non erano più necessarie, viste le trasformazioni dell’etica e del costume popolare. Alla mancanza di una qualsiasi ideologia, Berlusconi supplì con l’enorme influenza che aveva sulla comunicazione di massa e con un piglio decisionista e modernizzatore, tipico delle tendenze populiste di molti leader politici delle società di massa.

Forza Italia era un partito allo stato gassoso che esisteva solo perché voluto da Berlusconi e da lui sponsorizzato grazie al suo immenso impero economico. Fu costruito sul modello e con il personale delle aziende Mediaset, quindi privo di radici e di autonomia ma con una base associativa costituita da imprenditori e da una borghesia ansiosa di rompere tutte le regole, mossa da un antistatalismo utile ad affermare con forza i propri egoismi. Era la borghesia che vedeva nella vecchia classe politica il partito delle tasse, coloro che li tartassavano per sostenere uno stato sociale inefficiente ed esclusivamente assistenzialista. Al contrario Forza Italia era percepita come il partito anti-tasse attorno a cui si raccolsero tutte le spinte antistataliste e antipolitiche insinuate da tempo nella società italiana.

All’elezione del ’94 la sinistra si presentò col raggruppamento denominato Alleanza dei Progressisti formato da: Alleanza Democratica, Cristiano Sociali, Federazione dei Verdi, La Rete, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico della Sinistra, Partito Socialista Italiano e Rinascita Socialista. La destra dovette caratterizzare le alleanze nelle due principali aree del paese. A Nord si chiamò Polo delle Libertà, formato da Forza Italia, Centro Cristiano Democratico e Lega Nord, a Sud assunse la denominazione di Polo del Buon Governo, formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico, Unione di Centro e Polo Liberal Democratico. Al centro, fra i due schieramenti, nacque il Patto per l’Italia, formato dal Partito Popolare Italiano guidato da Mino Martinazzoli e dal Patto Segni.

Tutti sottovalutarono la novità introdotta nella politica italiana da Berlusconi. Tutti erano convinti che la poderosa macchina da guerra messa in campo da Occhetto avrebbe travolto il Cavaliere, portando la sinistra al governo del paese. Sembrava ormai, dopo la caduta del muro di Berlino, che il ceto medio si fidasse del Pds e dei suoi alleati e che Occhetto avesse portato in salvo sé stesso, il suo apparato e gran parte delle sue truppe.

Il 27 e 28 marzo, sovvertendo le previsioni dei principali quotidiani nazionali, Forza Italia si affermò come primo partito italiano con il 21 per cento dei voti, contro poco più del 20,4 ottenuto dal Pds. Berlusconi non aveva stravinto ma aveva compiuto comunque un miracolo, considerando che un partito appena nato, improvvisato e privo di presenze capillari, aveva sopravanzato il Pds con il suo apparato organizzativo e con le sue profonde radici. Il 10 maggio il Cavaliere giurò nelle mani del Presidente e nominò i suoi ministri tra i quali, per la prima volta nella storia della Repubblica, figuravano esponenti dell’ex Movimento Sociale Italiano.

Salvo Fumetto

L’ungherese Endre Ernő Friedmann studia scienze politiche dal 1931 al 1933 all’Università di Berlino ma la sua passione è la fotografia e da autodidatta, nel 1931, lavora come assistente per Ullstein e dal 1932 al 1933 per il Deutscher Photodienst, il servizio tedesco per la fotografia.

Ne 1933 si trasferisce a Parigi dove assume il nome di Robert Capa e inizia la sua attività da freelance. I suoi reportage restituiscono le testimonianze di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra cino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954), e per tutta la vita rimane legato al mestiere di inviato di guerra fino a diventare il più famoso reporter di guerra del ventesimo secolo.

Fin da subito le sue fotografie della guerra civile spagnola attirano l’attenzione dei giornali e dell’opinione pubblica. La prima serie contiene infatti Morte di un repubblicano spagnolo, una delle sue opere più famose e discusse. La foto, scattata nel 1936 a Cordova, ritrae un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, ripreso nell’attimo in cui appare colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Quest’immagine è tra le più famose fotografie di guerra mai scattate. Fu pubblicata per la prima volta sulla rivista francese Vu, “Visto” in italiano, il 23 settembre 1936, poi su Regards il mese successivo. Ma solo quando apparve sulla rivista americana Life il 12 luglio 1937, l’immagine si diffuse in tutto il mondo.

Nel luglio del 1943 raggiunge la Sicilia. Il grande reportage di Capa sullo sbarco Anglo-Americano in Sicilia inizia con un volo in paracadute, in perfetto stile bellico. Oltre alle immagini, Robert Capa ci ha lasciato le sue memorie in un diario pubblicato nel 1947 con il titolo Slightly out of focus, tradotto ed edito in Italia da Contrasto nel 2002 con il titolo Leggermente fuori fuoco. Nel suo diario, Capa, fotoreporter al seguito dell’esercito americano, riporta gli avvenimenti cruenti a cui assiste, racconta le fatiche dell’avventurosa impresa e descrive la sensazione di vuoto e di angoscia che lo colgono assistendo ai combattimenti. Il suo racconto, molto avvincente, rievoca gli avvenimenti della sua vita dall’estate del 1942 alla primavera del 1945.

Lo scrittore Andrea Camilleri racconta il suo incontro durante la Seconda Guerra Mondiale con il fotografo, nella Valle dei Templi di Agrigento. Capa era appena sbarcato in Sicilia e trovandosi nei pressi del Tempio della Concordia, decise di fissare il suo cavalletto e di fare una serie di fotografie al celebre monumento. Durante questo momento incontrò il giovane Camilleri e, come racconta lo stesso scrittore, i due incominciarono a parlare in spagnolo, più comprensibile rispetto all’inglese e simile al dialetto siciliano, si scambiarono su un taccuino i propri nomi e assistettero insieme a una battaglia nei cieli tra un aereo tedesco e uno americano, dove Capa si mise subito a scattare numerose fotografie, per fissare il momento. Solo più tardi, con il finire della guerra, Camilleri scoprì che quel giovane fotografo era il famosissimo reporter di guerra Robert Capa.

Nel 1947 a New York fonda, assieme a Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert, l’agenzia cooperativa Magnum, diventata in seguito una delle più prestigiose agenzie fotografiche del mondo.

Nel 1948 è a Tel Aviv per documentare la nascita dello Stato d’Israele: il 14 maggio fotografa la cerimonia di dichiarazione dello Stato, riprende il discorso del primo ministro, la prima sessione di gabinetto d’Israele e la folla lungo le strade. È testimone anche dell’inizio della guerra arabo-israeliana del 1948. Ritorna più volte in Israele fino al 1950. Dal suo lavoro ricava il libro Cronaca su Israele, scritto a quattro mani con lo scrittore Irwin Shaw.

La sua morte, avvenuta il 25 maggio 1954 a Thai-Binh in Vietnam, è la tragica conseguenza del suo pensiero fotografico: “Se le tue fotografie non sono abbastanza belle, non sei abbastanza vicino”. La sua capacità di cogliere con una sola immagine il dolore e i sentimenti di un popolo dilaniato dalla guerra è ciò che lo ha reso e lo rende ancora così unico e ammirato. Tutte le sue opere testimoniano il perenne essere biblico dell’animo umano tra la volontà di vivere e la propensione all’autodistruzione.

Sara D’Incertopadre

La Basilica di Santa Sofia, Hagia Sophia in greco, era dedicata alla Sophia, cioè la Sapienza di Dio. Dal 537 al 1453 l’edificio fu cattedrale ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261, quando fu convertito dai crociati a cattedrale cattolica di rito romano sotto l’Impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1934. Fu poi sconsacrata e il 1° febbraio 1935 divenne un museo.

La prima Santa Sofia, nota semplicemente come la Chiesa Grande, fu iniziata da Costantino, proseguita da Costanzo II e dedicata nel 360 d.C. Si trattava di una chiesa a copertura lignea che nel 404 fu distrutta da un incendio. Anche la seconda chiesa, che nacque sulle rovine della prima, fu distrutta dal fuoco durante la famosa rivolta di Nika nel gennaio del 532. Non appena furono rimosse le rovine, il 23 febbraio 532 Giustiniano ordinò la costruzione della terza Santa Sofia; cinque anni più tardi, il 27 dicembre 537, la chiesa fu dedicata solennemente. Gli architetti scelti per questa grande impresa erano, il famoso ed eccentrico matematico, Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto.

Gli architetti bizantini avevano una lunga esperienza come costruttori di cupole, ma una cupola di 31 metri che non poggiava sui muri pieni ma “sospesa nell’aria” era un’impresa mai provata prima d’allora. Tutti i maggiori elementi portanti, cioè i piloni, furono costruiti in pietra locale; l’involucro esterno, la cui funzione strutturale era secondaria, fu realizzata con blocchi di pietra di circa 7 metri.

Mentre si procedeva alla costruzione, l’arco principale orientale e gli archi a nord e a sud cominciarono ad esercitare una tale pressione sulle pareti sottostanti che le colonne cominciarono a sfaldarsi. L’edificio cominciò così a deformarsi mentre era in costruzione e quando si giunse alla base della cupola, lo spazio da coprire era cresciuto rispetto al progetto iniziale. Ciò nonostante, la cupola fu portata a termine ma durò solo vent’anni: una serie di terremoti, che colpirono Costantinopoli fra il 553 e il 557, la incrinarono, e nel 558 finì per crollare rovinosamente. Immediatamente fu costruita una nuova cupola più alta e con base rettangolare che è essenzialmente la cupola che possiamo ammirare ancora oggi.

Il vasto interno presenta una struttura assai complessa: la navata centrale è sormontata da una cupola centrale alta 56 metri, traforata da 40 finestre ad arco, in seguito parzialmente murate per aumentare la stabilità dell’edificio, che inondano di luce l’interno a qualsiasi ora. La cupola è sostenuta da quattro pennacchi triangolari concavi che servono per la transizione della struttura circolare della cornice a quella rettangolare della navata.

Il peso della cupola si scarica, attraverso i pennacchi, su quattro massicci pilastri posti agli angoli. Questi sono stati rinforzati con contrafforti, edificati parte durante il periodo bizantino e parte durante quello ottomano, sotto la guida del famoso architetto Sinan; sono costruiti con pietre lavorate, legate tra di loro tramite colate di piombo, mentre le volte, gli archi e le pareti sono in laterizio. Nelle zone verso l’abside e verso l’ingresso due semi-cupole degradano da quella principale e poggiano su esedre a colonne. Le varie riparazioni effettuate nel corso del tempo hanno reso la cupola leggermente ellittica, con un diametro che varia tra i 31,24 metri e i 30,86 metri.

La basilica ha una pianta che fonde armoniosamente il rettangolo entro il quadrato (69,7×74,6 m), con tre navate, arcate divisorie in doppio ordine, e un’unica abside opposta all’ingresso che all’esterno si presenta poligonale. La pianta ha verosimilmente ricalcato quella della basilica costantiniana. L’ingresso è preceduto da un doppio nartece. Gli interni sono arricchiti con mosaici a fondo d’oro, di grande valore artistico, marmi pregiati e stucchi. Colonne in porfido o marmo verde della Tessaglia sono impreziosite da capitelli finemente scolpiti. Sulle navate laterali corrono i matronei. L’abside è rinforzata all’esterno con alcuni contrafforti. Uno di questi contiene una cappella con mosaici frammentari realizzati col sistema della doppia linea.

Originariamente, sotto il regno di Giustiniano, le decorazioni interne consistevano in disegni astratti su lastre di marmo poste sulle pareti e sulle volte. Vi erano anche un paio di decorazioni figurative, come ci è stato riportato dall’elogio di Paolo Silenziario. I pennacchi della galleria sono realizzati con la tecnica dell’Opus sectile e mostrano schemi, immagini di fiori e uccelli. In fasi successive sono stati aggiunti dei mosaici figurativi, che vennero però distrutti durante la controversia iconoclasta tra il 726 e l’843 d.C. I mosaici tuttora presenti appartengono al periodo post-iconoclasta.

Oltre ai mosaici, un gran numero di decorazioni figurative vennero aggiunte nel corso della seconda metà del IX secolo: un’immagine di Cristo nella cupola centrale, alcuni santi orientali, profeti e padri della Chiesa. Vi sono anche raffigurazioni di personaggi storici connessi con la basilica, come il patriarca Ignazio I e alcune scene tratte dal Vangelo. Basilio II fece rappresentare in mosaico su ciascuno dei quattro pennacchi un Hexapterygon, un angelo con sei ali. Due di essi scomparvero e vennero riprodotti in affresco durante il restauro di Gaspare Fossati, che fece ricoprire il loro viso con un alone d’oro. Nel 2009 uno di loro è stato riportato allo stato originale.

I quattro enormi medaglioni che pendono dall’alto ci ricordano che per quasi 500 anni la chiesa fu trasformata in moschea, dal 1453, anno della caduta di Costantinopoli, al 1934, anno in cui il presidente Ataturk la trasformò in un museo. I medaglioni sono opere calligrafiche realizzate nel XIX secolo che spezzano un po’ l’armonia dell’enorme ambiente nel riportare i nomi di Allah, Maometto, e i due califfi Abu e Ali Bakr. Anche i grandi lampadari che pendono dal soffitto sono del periodo ottomano. L’architettura bizantina e gli innumerevoli inserti ottomani convivono in questa grande opera del passato che oggi è, come già detto, un museo.

Sara D’Incertopadre

Eccoci tornati con il nuovo Rompicapo…autunnale!! Riconoscete questa famosa facciata??

Soluzione Rompicapo del 21/06/2017

Si tratta della Minestra in scatola di Andy Warhol.  Cosa può mai significare l’immagine di una scatoletta di minestra al pomodoro? Dal momento che l’immagine non ha un valore estetico, si è ricercata in essa un valore etico: la scatoletta, rappresentando l’omogeneizzazione della società moderna che propone alimenti preconfezionati uguali per tutti, può divenire implicitamente una critica a tale società. Ma ciò non sembra nelle intenzioni dell’artista che anzi, nella società americana, vede un valore positivo proprio per il suo grande livellamento. Il bello degli americani, come lo stesso Warhol ha espresso, è che mangiano tutti le stesse cose, dal presidente degli Stati Uniti al senzatetto che è seduto ad un angolo della strada. In ciò è molto evidente quella mitica “american way of life” in cui la uguaglianza è realizzata in una società che consente uguali possibilità per tutti.

Appare evidente che l’arte di Andy Warhol, troppo americana anche nei suoi più piccoli risvolti, sembra che abbia un solo intento reale: demolire il mito dell’arte europea come espressione di una cultura “alta”. Alle scatolette Campbell Warhol ha dedicato una quantità considerevole di quadri. L’ha rappresentata a volte chiusa, come in questo caso, altre aperta. Non che la cosa faccia cambiare significato all’immagine, ma la grande ripetizione del medesimo tema sembra sfruttare i meccanismi della pubblicità: il bombardamento costante delle stesse immagini, colpendo in maniera subliminale, provocano quel meccanismo del «riconoscere», che è una delle molle, a livello inconscio con cui le masse manifestano le proprie scelte e preferenze.

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