Santa Sofia a Istanbul

La Basilica di Santa Sofia, Hagia Sophia in greco, era dedicata alla Sophia, cioè la Sapienza di Dio. Dal 537 al 1453 l’edificio fu cattedrale ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261, quando fu convertito dai crociati a cattedrale cattolica di rito romano sotto l’Impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1934. Fu poi sconsacrata e il 1° febbraio 1935 divenne un museo.

La prima Santa Sofia, nota semplicemente come la Chiesa Grande, fu iniziata da Costantino, proseguita da Costanzo II e dedicata nel 360 d.C. Si trattava di una chiesa a copertura lignea che nel 404 fu distrutta da un incendio. Anche la seconda chiesa, che nacque sulle rovine della prima, fu distrutta dal fuoco durante la famosa rivolta di Nika nel gennaio del 532. Non appena furono rimosse le rovine, il 23 febbraio 532 Giustiniano ordinò la costruzione della terza Santa Sofia; cinque anni più tardi, il 27 dicembre 537, la chiesa fu dedicata solennemente. Gli architetti scelti per questa grande impresa erano, il famoso ed eccentrico matematico, Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto.

Gli architetti bizantini avevano una lunga esperienza come costruttori di cupole, ma una cupola di 31 metri che non poggiava sui muri pieni ma “sospesa nell’aria” era un’impresa mai provata prima d’allora. Tutti i maggiori elementi portanti, cioè i piloni, furono costruiti in pietra locale; l’involucro esterno, la cui funzione strutturale era secondaria, fu realizzata con blocchi di pietra di circa 7 metri.

Mentre si procedeva alla costruzione, l’arco principale orientale e gli archi a nord e a sud cominciarono ad esercitare una tale pressione sulle pareti sottostanti che le colonne cominciarono a sfaldarsi. L’edificio cominciò così a deformarsi mentre era in costruzione e quando si giunse alla base della cupola, lo spazio da coprire era cresciuto rispetto al progetto iniziale. Ciò nonostante, la cupola fu portata a termine ma durò solo vent’anni: una serie di terremoti, che colpirono Costantinopoli fra il 553 e il 557, la incrinarono, e nel 558 finì per crollare rovinosamente. Immediatamente fu costruita una nuova cupola più alta e con base rettangolare che è essenzialmente la cupola che possiamo ammirare ancora oggi.

Il vasto interno presenta una struttura assai complessa: la navata centrale è sormontata da una cupola centrale alta 56 metri, traforata da 40 finestre ad arco, in seguito parzialmente murate per aumentare la stabilità dell’edificio, che inondano di luce l’interno a qualsiasi ora. La cupola è sostenuta da quattro pennacchi triangolari concavi che servono per la transizione della struttura circolare della cornice a quella rettangolare della navata.

Il peso della cupola si scarica, attraverso i pennacchi, su quattro massicci pilastri posti agli angoli. Questi sono stati rinforzati con contrafforti, edificati parte durante il periodo bizantino e parte durante quello ottomano, sotto la guida del famoso architetto Sinan; sono costruiti con pietre lavorate, legate tra di loro tramite colate di piombo, mentre le volte, gli archi e le pareti sono in laterizio. Nelle zone verso l’abside e verso l’ingresso due semi-cupole degradano da quella principale e poggiano su esedre a colonne. Le varie riparazioni effettuate nel corso del tempo hanno reso la cupola leggermente ellittica, con un diametro che varia tra i 31,24 metri e i 30,86 metri.

La basilica ha una pianta che fonde armoniosamente il rettangolo entro il quadrato (69,7×74,6 m), con tre navate, arcate divisorie in doppio ordine, e un’unica abside opposta all’ingresso che all’esterno si presenta poligonale. La pianta ha verosimilmente ricalcato quella della basilica costantiniana. L’ingresso è preceduto da un doppio nartece. Gli interni sono arricchiti con mosaici a fondo d’oro, di grande valore artistico, marmi pregiati e stucchi. Colonne in porfido o marmo verde della Tessaglia sono impreziosite da capitelli finemente scolpiti. Sulle navate laterali corrono i matronei. L’abside è rinforzata all’esterno con alcuni contrafforti. Uno di questi contiene una cappella con mosaici frammentari realizzati col sistema della doppia linea.

Originariamente, sotto il regno di Giustiniano, le decorazioni interne consistevano in disegni astratti su lastre di marmo poste sulle pareti e sulle volte. Vi erano anche un paio di decorazioni figurative, come ci è stato riportato dall’elogio di Paolo Silenziario. I pennacchi della galleria sono realizzati con la tecnica dell’Opus sectile e mostrano schemi, immagini di fiori e uccelli. In fasi successive sono stati aggiunti dei mosaici figurativi, che vennero però distrutti durante la controversia iconoclasta tra il 726 e l’843 d.C. I mosaici tuttora presenti appartengono al periodo post-iconoclasta.

Oltre ai mosaici, un gran numero di decorazioni figurative vennero aggiunte nel corso della seconda metà del IX secolo: un’immagine di Cristo nella cupola centrale, alcuni santi orientali, profeti e padri della Chiesa. Vi sono anche raffigurazioni di personaggi storici connessi con la basilica, come il patriarca Ignazio I e alcune scene tratte dal Vangelo. Basilio II fece rappresentare in mosaico su ciascuno dei quattro pennacchi un Hexapterygon, un angelo con sei ali. Due di essi scomparvero e vennero riprodotti in affresco durante il restauro di Gaspare Fossati, che fece ricoprire il loro viso con un alone d’oro. Nel 2009 uno di loro è stato riportato allo stato originale.

I quattro enormi medaglioni che pendono dall’alto ci ricordano che per quasi 500 anni la chiesa fu trasformata in moschea, dal 1453, anno della caduta di Costantinopoli, al 1934, anno in cui il presidente Ataturk la trasformò in un museo. I medaglioni sono opere calligrafiche realizzate nel XIX secolo che spezzano un po’ l’armonia dell’enorme ambiente nel riportare i nomi di Allah, Maometto, e i due califfi Abu e Ali Bakr. Anche i grandi lampadari che pendono dal soffitto sono del periodo ottomano. L’architettura bizantina e gli innumerevoli inserti ottomani convivono in questa grande opera del passato che oggi è, come già detto, un museo.

Sara D’Incertopadre

Breve storia sulla costruzione della Cupola di Santa Maria del Fiore

Nel 1418 si bandì il concorso per la realizzazione della cupola del duomo di Firenze, che era rimasta incompiuta dall’inizio del Trecento quando i lavori si fermarono al tamburo. Al concorso parteciparono Lorenzo Ghiberti, che aveva già vinto il concorso del 1401 per la seconda porta bronzea del battistero, e Filippo Brunelleschi, che questa volta si aggiudicò la vittoria. La chiesa era stata iniziata nell’ultimo decennio del Duecento da Arnolfo di Cambio e ampliata e costruita fino al tamburo nel corso del Trecento.

Al principio del Quattrocento la città di Firenze non aveva ancora la sua cattedrale: si doveva decidere se completare l’opera seguendo il progetto di Arnolfo oppure abbandonare l’antico progetto e realizzare qualcosa di totalmente nuovo e moderno. Il Brunelleschi optò per una soluzione storica: non seguì il progetto antico, ma costruì un’architettura dal significato moderno partendo dalle fondamenta storiche della costruzione arnolfiana.

Ma il Brunelleschi si trovò subito alle prese con un problema tecnico: una cupola in costruzione doveva essere sorretta fino alla chiusura del sistema delle forze nella chiave di volta da grandi cèntine lignee, e al quel tempo non era possibile realizzare cèntine così grandi; non vi erano maestranze sufficientemente preparate a un compito costruttivo così impegnativo.

Inoltre il tamburo di forma ottagonale su cui avrebbe dovuto poggiare la cupola misurava circa 43 metri di ampiezza e si trovava a 54 metri di altezza, queste dimensioni erano notevolmente maggiori di quelle previste all’inizio del progetto. Le ragioni di questo aumento, che portava le dimensioni dell’edificio a superare quelle della cupola del Pantheon, vanno ricercate non tanto nella volontà di primato, quanto nella necessità di rinforzare al massimo il tamburo della cupola.

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Il Brunelleschi inventò una nuova tecnica, studiata e dedotta dalla tecnica di murare degli antichi romani, per permettere alla cupola di autosostenersi nel corso della costruzione. La mirabile innovazione del Brunelleschi fu quella di costruire la cupola senza l’utilizzo di armature lignee, grazie all’uso di una doppia volta con intercapedine, di cui l’interna, spessa oltre due metri, realizzata con conci a spina di pesce, aveva una funzione strutturale essendo autoportante e quella esterna solo di copertura.

A partire dal tamburo ottagonale la cupola, infatti, si innalza su otto spicchi, chiamate vele, progettati su due distinte calotte separate da uno spazio vuoto, scelta senz’altro da attribuire a un alleggerimento della struttura che altrimenti sarebbe stata troppo pesante per essere sostenuta dai quattro pilastri sottostanti.

Terminata la costruzione della cupola nel 1436 venne indetto il concorso pubblico per la lanterna, la sommità in marmo della cupola, vinto sempre da Brunelleschi. I lavori iniziarono però solo nel 1446, pochi mesi prima della morte dell’architetto; essi proseguirono sotto la direzione dell’amico e seguace Michelozzo di Bartolomeo, per essere terminati da Antonio Manetti il 23 aprile 1461.

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Nel 1468 fu commissionata ad Andrea del Verrocchio la palla della lanterna per la sommità estrema della cupola; la commissione era passata al Verrocchio dopo il fallimento del progetto da parte di Giovanni di Bartolomeo e Bartolomeo di Fruosino, di realizzarla in un solo blocco.  La palla fu prodotta dal Verrocchio utilizzando fogli di rame saldati, messi in forma e quindi dorati. Il 27 maggio 1471, giorno del posizionamento sulla lanterna, la palla faceva bella mostra di sé svettando per chilometri.

Ma la palla bronzea che svettava sulla cupola del duomo fiorentino non rimase a lungo in sede poiché il 22 dicembre del 1542 fu colpita da un fulmine che la fece precipitare a terra danneggiando molti marmi della cattedrale. Un secondo incidente, provocato sempre da un fulmine, ci fu il 5 aprile del 1492 quando insieme alla palla cadde parte della lanterna e sfondò la volta della chiesa in cinque punti diversi. Il 27 gennaio del 1601 ci fu l’incidente più grave: il fulmine questa volta colpì la lanterna che fece cadere la palla del Verrocchio, ricostruita e ricollocata il 21 dicembre 1602, dove la vediamo ancora oggi. Sul lato est della Piazza del Duomo, proprio dietro l’abside della Cattedrale, una lastra circolare di marmo bianco ricorda il punto esatto in cui cadde la palla.

Sara D’Incertopadre