Albania. La guerra finta

I trattati di pace stipulati dopo la prima guerra mondiale, avevano imposto all’Albania un regime democratico. La presenza di bande armate sullo stile mafioso, rendeva però possibile che un qualunque capo banda di una certa intraprendenza poteva impossessarsi del potere. Un certo Ahmed Zogolli, infatti, nel giro di pochi anni divenne re col nome di Zog. Nato nel 1985, aveva studiato a Costantinopoli e quando l’Albania passò sotto il dominio di Vienna, entrò nell’esercito austriaco e diventò colonello. Congedato alla fine della prima guerra mondiale, rientrò in Albania diventando deputato. La sua astuzia, unita a un notevole coraggio e a mancanza di scrupoli, lo portò a diventare prima ministro degli Interni e, in seguito, primo ministro. Dopo un primo tentativo di instaurare una dittatura, capì che nessuno poteva governare in Albania senza l’appoggio di una potenza straniera. Provò prima con la Jugoslavia, dove era riparato dopo il tentativo di colpo di stato, e poi con l’Italia. Mussolini considerava da sempre l’Albania, un protettorato italiano, rivendicando il monopolio delle attività minerarie, della pesca nell’adriatico e del credito. In effetti, l’Albania, con la sua povertà atavica, (non riusciva a produrre nemmeno i cereali per il fabbisogno interno) costituì per l’Italia solo un gravame, senza quei vantaggi che il fascismo aveva sperato. Foraggiato da Mussolini, Zog fece presto a riconquistare il potere, divenendo in breve tempo presidente della Repubblica e tre anni dopo, in cambio di una dichiarazione di eterna fedeltà all’Italia, il Duce gli consegnò la corona di Re.

Nonostante fosse mantenuto dal denaro italiano, re Zog non sopportava quella dipendenza economica  e incoraggiava altri paesi a fare concorrenza all’Italia. Lo storico Denis Mack Smith sostiene che perfino il Giappone ebbe contatti commerciali con l’Albania. A questo punto il ministro degli Esteri Ciano propose al Duce di annettere l’Albania, provocando dei moti popolari contro re Zog che avrebbero giustificato un’invasione italiana del paese.

In un suo rapporto Ciano scrive: <<Il popolo, le cui condizioni di miserabilità sono tali da richiamare al pensiero quelle dei villaggi cinesi lungo loYang-tsé, male sopporta l’esistenza e lo sviluppo e l’ostentazione di una Corte, che è da operetta per il tipo e le abitudini dei suoi componenti, ma che grava in modo insopportabile sulle finanze pubbliche…>>.

Ciano ebbe dal Duce nel maggio del 1938 un generico assenso a preparare l’azione. Indro Montanelli sostiene, nella sua opera “Storia d’Italia”, che Ciano, nella sua spregiudicatezza, avesse perfino progettato l’assassinio di Zog, commissionandolo al ministro di Stato Koçi, dietro compenso di dieci milioni. Mussolini, anche per i dubbi espressi da Vittorio Emanuele, iniziò ad avere perplessità sulla possibilità di invadere l’Albania per le conseguenze che un tale atto avrebbe avuto a livello internazionale. Perciò propose a Ciano un patto da sottoporre a re Zog che avrebbe salvato le apparenze. Con il trattato sarebbe stato autorizzato lo sbarco di truppe italiane nel paese, non come occupanti ma come alleati “accomunando nello stesso destino i due Stai e i due popoli”, e garantendo l’Albania contro le mire espansionistiche tedesche nei Balcani, dopo l’invasione della Cecoslovacchia.

Ma perché tanto interesse da parte di Ciano per l’Albania? Ciano insisteva per l’invasione quasi come se fosse una guerra personale. Già da qualche tempo trattava l’Albania come una proprietà di famiglia. Ribattezzò una città col nome di sua moglie e s’impossessò di residenze lussuose e riserve di caccia. Aveva consistenti fondi segreti da poter impiegare in vari modi e la polizia scoprì una rete di corruzione che coinvolgeva lui e i suoi amici in Albania. Denis Mack Smith, nel suo libro “Le guerre del Duce”, sostiene che paventava la possibilità che, per acclamazione popolare, potesse diventare lui re d’Albania.

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Quando Ciano sottopose il patto a re Zog, questi commise l’errore di indugiare a lungo, provando a prendere contatto con gli ambasciatori di altri paesi, in particolare l’Inghilterra, in cerca di aiuto. A questo punto il 31 marzo del 1939 fu preparato, a Palazzo Chigi, il piano d’invasione. Il 6 aprile le navi italiane salparono per Durazzo, dove le prime truppe italiane presero terra la mattina del 7 aprile. Se gli albanesi avessero provato a resistere è probabile che le truppe italiane sarebbero state ributtate nell’adriatico, tanta era l’impreparazione e la goffaggine dei soldati italiani. Solo il 29 marzo il capo di stato maggiore fu informato che si doveva invadere l’Albania. L’aviazione ricevette istruzioni soltanto due giorni prima dell’invasione. Ai soldati fu dato preavviso di soli poche ore e armati con armi che molti non avevano mai visto prima. Molti furono inseriti in compagnie di motociclisti senza aver mai guidato una motocicletta. Altri assegnati alle trasmissioni senza conoscere nemmeno l’alfabeto Morse. Tutto fu fatto con troppa fretta e senza nessuna preparazione, in assenza di un qualsiasi coordinamento tra esercito, aviazione e marina. Mussolini era a conoscenza dei così gravi difetti organizzativi e dell’impreparazione del materiale umano a disposizione, tanto da paventare il rischio di un fallimento dell’operazione. Ma l’inconsistenza della resistenza Albanese e la fuga di re Zog, girarono a favore degli italiani quell’invasione. Immediatamente la macchina della propaganda prese il sopravvento sui fatti per mascherare l’accaduto. Sulla stampa i resoconti ufficiali presentarono l’impresa albanese come un classico capolavoro di efficienza, organizzazione, potenza e coraggio italico. Il 16 aprile 1939 a Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, fu consegnata la corona di Re d’Albania. Mussolini dichiarò agli italiani: <<Con l’unione dell’Albania, l’Impero è diventata una potenza formidabile, contro la quale si spunteranno le armi di chiunque volesse attentare alla sua sicurezza e alla sua integrità.>>.

L’Italia non aveva fatto né una grande guerra nè una grande conquista. Nel calcolo economico furono più i soldi spesi che quelli guadagnati, né vi furono i tre milioni d’italiani che Ciano prevedeva o sperava di insediare nelle campagne albanesi. Fu però la dimostrazione dell’impreparazione italiana a una guerra ben più drammatica e lunga che da lì a poco sarebbe iniziata in Europa, con l’invasione della Polonia da parte di Hitler.

Salvo Fumetto

La scissione più famosa del XX secolo

Nel gennaio del 1921 vi fu un avvenimento che influenzò profondamente il quadro politico dell’epoca. Il Partito socialista si scisse creando in parlamento i presupposti per l’ascesa del partito fascista e in seguito della dittatura di Mussolini.

Nel 1919 il socialismo riportò notevoli successi nei grandi centri industriali di Milano, Genova e Torino, dove la guerra aveva creato una forte concentrazione operaia. Nello stesso anno molte categorie di lavoratori industriali avevano ottenuto le prime conquiste sindacali fra cui la giornata lavorativa di otto ore. Questo aveva creato la condizione per la crescita del Partito socialista che passò dai 50000 iscritti prima della guerra ai 200.000 nel 1919 e con i lettori dell’“Avanti” che in quell’anno superarono quota 300.000. Nelle elezioni politiche di novembre i deputati socialisti presenti in Parlamento passarono da 50 a 156 e dopo le elezioni amministrative i socialisti controllavano circa duemila comuni e ventisei provincie su sessantanove. Sempre nel 1919 gli iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro superarono quota due milioni.

Il Partito socialista era diventato il più grande partito italiano con un’organizzazione a livello nazionale che non aveva eguali. Si trattava di qualcosa di veramente innovativo nello scenario italiano che però spaventò molta gente, in special modo gli industriali, gli agrari e la borghesia.

Il Partito socialista non seppe però mettere a frutto questi risultati per la mancanza di una guida politica adeguata. Dai banchi della sinistra non vi furono proposte o alleanze in grado di lanciare un programma sociale ed economico che andasse incontro alle esigenze delle classi più deboli del paese e dei lavoratori. Rifiutarono qualsiasi alleanza con i governi Nitti, Giolitti e Bonomi. Si limitavano, come dice lo storico Denis Mack Smith, a <<…accomunare la violenza del linguaggio alla timidità e all’incertezza dell’azione…>>. Con questo loro atteggiamento resero inevitabile la vittoria della Destra reazionaria.

Il grosso del partito che si rifaceva al programma dell’esecutivo emanato nel dicembre 1918, con il quale si annunciava l’obiettivo di instaurare una repubblica socialista e la dittatura del proletariato, non aveva nessuna intenzione di fare una rivoluzione di tipo comunista, limitandosi piuttosto ad aspettare che, grazie al suffragio universale, il voto dei lavoratori sconfiggesse il liberismo e sancisse la vittoria del proletariato. Denis Mack Smith sostiene che perfino il moderato Turati condivideva questa concezione. Nel congresso di Bologna nell’ottobre del 1919 la corrente riformista guidata da Treves e Turati fu messa in minoranza. Il congresso decise a maggioranza che il proletariato doveva far ricorso alla violenza per strappare il potere alla borghesia; che era necessaria la nascita dei soviet per la conquista del potere; che i soviet dovessero aderire alla Terza Internazionale. Turati, avvertì i compagni che quel manifesto avrebbe costretto la classe dominante al contrattacco, ma la sua profezia non fu ascoltata.

Sull’onda di quel programma vi furono le prime sollevazioni di operai nelle fabbriche, i primi scioperi nelle grandi città, per esempio le “giornate rosse” di Mantova, le prime rivolte contadine. Nulla però di coordinato e soprattutto iniziative isolate che nulla avevano a che fare con una rivoluzione proletaria.  Servirono solo a giustificare le rappresaglie dei reazionari e dei fascisti che in molti casi trovarono la compiacenza dei prefetti e delle forze dell’ordine. I socialisti si limitavano ad aspettare che lo Stato borghese crollasse anziché dirigere e coordinare gli eventi.

Denis Mack Smith sostiene: <<…il socialismo italiano non credette con piena convinzione né nella rivoluzione né nella politica di collaborazione con i governi borghesi, con la conseguenza ch’esso non fece altro che provocare il fascismo e combattere tutti i patrioti onesti, senza prendere nessuna di quelle misure che gli avrebbero consentito di difendersi dall’inevitabile contrattacco della Destra.>>

Nel 1920 la Terza Internazionale provocò la spaccatura del Partito socialista  italiano che in quel momento era la formazione più forte alla Camera. Venne, infatti, ingiunto da Mosca di espellere gli ultimi superstiti del riformismo e dell’integralismo insieme a quanti credevano nell’utilità di un parlamento borghese. Fu inoltre ingiunto di rompere con il movimento cooperativo e la Confederazione Generale del Lavoro. Queste direttive furono avallate nel settembre 1920 a maggioranza dall’esecutivo del partito che però fu sconfessato al congresso del partito, tenutosi a Livorno nel gennaio 1921. A quel punto l’ala sinistra socialista abbandonò la sala del congresso intonando l’inno dell’Internazionale, operando una scissione per fondare il Partito comunista.

Salvo Fumetto

La breccia di Porta Pia

Dopo la sconfitta di Garibaldi il 3 novembre 1867 a Mentana i tentativi di annettere Roma alla causa italiana, sembravano ormai del tutto esauriti. Le ragioni vanno ricercate nella situazione politica europea che contrapponeva la Prussia di Bismarck alla Francia di Napoleone III e nella sudditanza che Vittorio Emanuele II aveva nei confronti dell’imperatore francese. I primi dieci anni del Regno d’Italia furono caratterizzati da una stretta alleanza con la Francia di Napoleone III che aveva consentito durante le guerre d’indipendenza la sconfitta del potente impero asburgico. Col tempo l’alleanza si tramutò in vera e propria subordinazione alla volontà dell’imperatore, contrario all’annessione di Roma. Nel 1864, infatti, la Francia impose all’Italia una convenzione che prevedeva lo spostamento della capitale del regno a Firenze, in segno di rinuncia a qualunque pretesa su Roma. Vittorio Emanuele II era quindi contro ogni passo verso la conquista di Roma e nel 1869 provò a negoziare con la Francia un’alleanza più stretta che escludeva espressamente l’occupazione di Roma da parte italiana. Ma il governo fu di parere contrario: la Destra, pur filo-francese, temeva le complicazioni diplomatiche con la Prussia, la Sinistra si augurava la disfatta di Napoleone III, quale condizione per risolvere la questione romana.

Il 14 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia ma fra il 1° e il due settembre, dopo poco più di un mese dall’inizio delle ostilità, la Prussia costrinse i francesi alla resa nei pressi di Sedan. Nel frattempo ad agosto le truppe francesi, inviate nel ’67 a difesa del Papa contro il tentativo di Garibaldi di prendere Roma, avevano lasciato la città per rafforzare il fronte del Reno. La sconfitta di Napoleone III alimentò i fautori di una presa della città eterna. Quintino Sella minacciò di dimettersi se non si fosse approfittato di quell’occasione per sfidare la Francia e occupare Roma; la Sinistra minacciò addirittura di abbandonare il parlamento; dai prefetti giungevano notizie di tafferugli nelle piazze dei territori pontifici. Quando il 5 settembre si seppe che a Parigi era stata proclamata la Repubblica, il governo italiano ruppe ogni indugio pronunciandosi per l’annessione dello Stato pontificio, previo un tentativo di accordo col Papa. Vittorio Emanuele II dovette accettare, suo malgrado, la decisione del governo.

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Pio IX, aveva convocato, già nel 1863, il Concilio ecumenico vaticano I, col proposito di riconoscere come dogma il potere temporale del Papa, in modo che chiunque l’avesse violato sarebbe caduto in eresia. Quando iniziarono i lavori l’8 dicembre del 1869, sulla questione posta da Pio IX del riconoscimento del suo potere temporale, mancò l’unanimità su cui contava, costringendolo, il 18 luglio alla conclusione dei lavori, a proclamare con la bolla Pastor aeternus l’infallibilità del Papa. Pio IX si convinse che quel Concilio aveva risolto tutte le difficoltà e rimosso i pericoli che insidiavano la Chiesa. Ma la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia pose i governi cattolici europei, preoccupati dalle ripercussioni politiche, in contrasto nei confronti della Santa Sede, aprendo così la strada della conquista di Roma da parte italiana. Il governo, presieduto da Giovanni Lanza, decise l’intervento armato contro lo Stato pontificio, previo un tentativo diplomatico di convincere il Papa ad accettare l’annessione al Regno d’Italia. Quando la missione diplomatica, affidata a Gustavo Ponza, consegnò la lettera del Re a Pio IX, la sua risposta fu: <<Non sono un profeta, né figlio di profeta, ma vi assicuro che in Roma non entrerete>>.

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Il corpo di spedizione italiano attraversò il confine lo stesso giorno in cui Ponza consegnò la lettera del Re in Vaticano. Lo comandava il generale Raffaele Cadorna che all’alba del 20 settembre 1870 con un cannoneggiamento dell’artiglieria, aprì un varco di circa trenta metri nelle mura di Roma all’altezza di Porta Pia da cui i bersaglieri entrarono nella città sacra. Nel frattempo il comandante delle truppe papaline, generale Hermann  Kanzler, si apprestava a firmare la resa nel quartier generale di Cadorna.

La retorica risorgimentale attribuisce alla presa di Roma un’enfasi da impresa epica. Senza sminuire la grandezza del suo significato politico, l’impresa militare fu molto modesta e a testimoniarlo sono i 19 morti e i 49 feriti di parte papalina e i 49 morti e i 141 feriti di parte italiana.

Denis Mack Smith nella sua opera Storia d’Italia dice: << La distruzione del potere temporale dei papi fu il punto culminante del Risorgimento e forse la sua più importante realizzazione. Fin dall’epoca di Petrarca, gli italiani avevano guardato a Roma non solo come al centro del mondo e della vera religione, ma come al cuore d’Italia. Machiavelli aveva accusato il potere temporale della Chiesa di essere il maggiore ostacolo all’unità nazionale. Ma quando il potere temporale cadde finalmente nel 1870, patrioti come Jacini e Capponi poterono considerare con ostilità il tono tracotante che il bombardamento di Porta Pia aveva dato al trionfo nazionale.>>

Il 2 ottobre 1870 un plebiscito sull’annessione di Roma all’Italia si chiuse con quarantamila e, solo, quarantasei no.

Salvo Fumetto

Le Leggi Razziali. Il razzismo di regime

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1938 il Gran Consiglio stabilì i principi su cui basare la segregazione ebraica in Italia, creando le basi per le leggi razziali, emanate con decreto legge il 10 novembre del 1938. In seguito l’Ufficio demografico presso il Ministero degli Interni fu trasformato in Direzione generale per la Demografia e la Razza.

La legge stabiliva, tra l’altro, che gli ebrei non potessero esercitare le professioni di giornalista, d’insegnante o di notaio; era vietata agli ebrei l’appartenenza al Partito fascista o la frequenza delle scuole pubbliche; gli ebrei non potevano accedere all’università e alle cariche pubbliche e quindi molti studiosi di fama mondiale dovettero lasciare il loro posto; molti generali e ammiragli ebrei furono destituiti; infine buona parte delle loro proprietà fu confiscata.

L’Italia divenne così, suo malgrado, un paese razzista. Le leggi razziali furono accolte con sgomento dagli ebrei e indignazione dalla stragrande maggioranza degli italiani, convinti fossero il frutto dell’adeguamento mussoliniano alle teorie tedesche.

In effetti, Mussolini non aveva mai avvallato teorie razziali: perché gli ebrei presenti in Italia erano in numero molto esiguo (il censimento del 1931 denunciava la presenza di quarantaseimila ebrei, concentrati per oltre la metà a Roma, Milano e Trieste) ma soprattutto perché il fascismo delle origini non era antisemita. Risulta, a convalidare quest’affermazione, che tra i sansepolcristi vi fossero almeno cinque ebrei. E, se non bastasse, ricordiamo che ebrea era Margherita Sarfatti, amante di Mussolini, che diresse la sua rivista “Gerarchia”.

Con la nascita del regime fascista, dopo la marcia su Roma, Mussolini non si occupò degli ebrei perché per lui non erano un problema. Un ebreo, Aldo Finzi, fu nominato sottosegretario agli Interni, e un altro ebreo, Dante Almansi, fu vice-capo della polizia.

Se il primo Mussolini non fu antisemita, non fu neppure antisionista. Lo testimonia Chaim Weizman, creatore del “focolare palestinese”. Ricevuto da Mussolini, trasse da quel colloquio la convinzione che <<…egli non fosse ostile all’idea sionista…>>. Nel 1932 nei Colloqui con Mussolini Emil Ludwig sostiene che per il Duce il razzismo era una stupidaggine e che <<…l’antisemitismo non esiste in Italia…>>. Quando a fine marzo 1933 il nazismo lanciò il proclama contro gli ebrei, Mussolini inviò un messaggio a Hitler nel quale affermava che la lotta agli ebrei <<non rafforzerà il nazionalsocialismo all’interno e aumenterà la pressione morale e le rappresaglie economiche del giudaismo mondiale>>.

Quali fattori influirono su Mussolini a tal punto da modificare il suo orientamento su antisemitismo e razzismo?

La conquista dell’impero portò immediatamente nel fascismo l’affermarsi di una nuova coscienza razziale. La disinvoltura con cui i soldati italiani si accoppiavano con le donne indigene creò in patria l’idea che si stesse mettendo in pericolo la purezza di una presunta razza italica. I giornali iniziarono a pubblicare dichiarazioni di professori universitari di chiara fama che sostenevano che gli italiani, fin dall’epoca dell’invasione longobarda, erano ariani nordici di razza pura che dovevano essere messi al riparo dal pericolo di contaminazione. Altro fattore che influì sulle scelte del Duce fu l’avvicinamento graduale e costante alla Germania. La visita di Mussolini in Germania nel settembre del 1937, ricambiata da quella di Hitler in Italia nel maggio del 1938 e la firma tra Ciano e Ribbentrop del Patto d’Acciaio il 22 maggio 1939, scandirono le tappe della persecuzione degli ebrei in Italia. Mussolini imitava Hitler, pur senza ricalcarne gli eccessi e le crudeltà. Ma il fascismo nel suo insieme non volle essere da meno del nazismo. Alcuni studiosi, tra cui l’endocrinologo Nicola Pende, accettarono di elaborare un Manifesto degli scienziati razzisti nel quale si asseriva che <<…le razze umane esistono…ve ne sono di grandi e di piccole… la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana…esiste una pura razza ariana…i caratteri fisici e psicologici degli italiani non devono essere alterati in alcun modo…>>.

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La pubblicazione del Manifesto della razza, seguita dall’entrata in vigore delle leggi razziali, scatenò l’azione servile della stampa e provocò una serie d’iniziative epuratrici di rivoltante intransigenza nei confronti degli ebrei.

Come spesso accadeva, le leggi fasciste furono applicate con negligenza e inefficacia, soprattutto perché molta gente, tra cui fascisti come Balbo, rimase sconcertata da questa imitazione vergognosa della barbarie tedesca.

Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia ha scritto <<Il fatto che un dittatore potesse da un momento all’altro mutare opinione e decretare che quella penisola, che tante invasioni di popoli diversi aveva subito, fosse abitata da una razza italiana pura avrebbe dovuto comunque far meditare i fascisti più intelligenti. Ma a quel tempo non erano probabilmente rimasti che pochissimi fascisti intelligenti.>>.

Salvo Fumetto