La scissione più famosa del XX secolo

Nel gennaio del 1921 vi fu un avvenimento che influenzò profondamente il quadro politico dell’epoca. Il Partito socialista si scisse creando in parlamento i presupposti per l’ascesa del partito fascista e in seguito della dittatura di Mussolini.

Nel 1919 il socialismo riportò notevoli successi nei grandi centri industriali di Milano, Genova e Torino, dove la guerra aveva creato una forte concentrazione operaia. Nello stesso anno molte categorie di lavoratori industriali avevano ottenuto le prime conquiste sindacali fra cui la giornata lavorativa di otto ore. Questo aveva creato la condizione per la crescita del Partito socialista che passò dai 50000 iscritti prima della guerra ai 200.000 nel 1919 e con i lettori dell’“Avanti” che in quell’anno superarono quota 300.000. Nelle elezioni politiche di novembre i deputati socialisti presenti in Parlamento passarono da 50 a 156 e dopo le elezioni amministrative i socialisti controllavano circa duemila comuni e ventisei provincie su sessantanove. Sempre nel 1919 gli iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro superarono quota due milioni.

Il Partito socialista era diventato il più grande partito italiano con un’organizzazione a livello nazionale che non aveva eguali. Si trattava di qualcosa di veramente innovativo nello scenario italiano che però spaventò molta gente, in special modo gli industriali, gli agrari e la borghesia.

Il Partito socialista non seppe però mettere a frutto questi risultati per la mancanza di una guida politica adeguata. Dai banchi della sinistra non vi furono proposte o alleanze in grado di lanciare un programma sociale ed economico che andasse incontro alle esigenze delle classi più deboli del paese e dei lavoratori. Rifiutarono qualsiasi alleanza con i governi Nitti, Giolitti e Bonomi. Si limitavano, come dice lo storico Denis Mack Smith, a <<…accomunare la violenza del linguaggio alla timidità e all’incertezza dell’azione…>>. Con questo loro atteggiamento resero inevitabile la vittoria della Destra reazionaria.

Il grosso del partito che si rifaceva al programma dell’esecutivo emanato nel dicembre 1918, con il quale si annunciava l’obiettivo di instaurare una repubblica socialista e la dittatura del proletariato, non aveva nessuna intenzione di fare una rivoluzione di tipo comunista, limitandosi piuttosto ad aspettare che, grazie al suffragio universale, il voto dei lavoratori sconfiggesse il liberismo e sancisse la vittoria del proletariato. Denis Mack Smith sostiene che perfino il moderato Turati condivideva questa concezione. Nel congresso di Bologna nell’ottobre del 1919 la corrente riformista guidata da Treves e Turati fu messa in minoranza. Il congresso decise a maggioranza che il proletariato doveva far ricorso alla violenza per strappare il potere alla borghesia; che era necessaria la nascita dei soviet per la conquista del potere; che i soviet dovessero aderire alla Terza Internazionale. Turati, avvertì i compagni che quel manifesto avrebbe costretto la classe dominante al contrattacco, ma la sua profezia non fu ascoltata.

Sull’onda di quel programma vi furono le prime sollevazioni di operai nelle fabbriche, i primi scioperi nelle grandi città, per esempio le “giornate rosse” di Mantova, le prime rivolte contadine. Nulla però di coordinato e soprattutto iniziative isolate che nulla avevano a che fare con una rivoluzione proletaria.  Servirono solo a giustificare le rappresaglie dei reazionari e dei fascisti che in molti casi trovarono la compiacenza dei prefetti e delle forze dell’ordine. I socialisti si limitavano ad aspettare che lo Stato borghese crollasse anziché dirigere e coordinare gli eventi.

Denis Mack Smith sostiene: <<…il socialismo italiano non credette con piena convinzione né nella rivoluzione né nella politica di collaborazione con i governi borghesi, con la conseguenza ch’esso non fece altro che provocare il fascismo e combattere tutti i patrioti onesti, senza prendere nessuna di quelle misure che gli avrebbero consentito di difendersi dall’inevitabile contrattacco della Destra.>>

Nel 1920 la Terza Internazionale provocò la spaccatura del Partito socialista  italiano che in quel momento era la formazione più forte alla Camera. Venne, infatti, ingiunto da Mosca di espellere gli ultimi superstiti del riformismo e dell’integralismo insieme a quanti credevano nell’utilità di un parlamento borghese. Fu inoltre ingiunto di rompere con il movimento cooperativo e la Confederazione Generale del Lavoro. Queste direttive furono avallate nel settembre 1920 a maggioranza dall’esecutivo del partito che però fu sconfessato al congresso del partito, tenutosi a Livorno nel gennaio 1921. A quel punto l’ala sinistra socialista abbandonò la sala del congresso intonando l’inno dell’Internazionale, operando una scissione per fondare il Partito comunista.

Salvo Fumetto

25 Aprile 1945

Il 22 aprile del 1946, su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il Principe Umberto, Luogotenente del Regno d’Italia, firmò il decreto n° 185 che all’articolo uno recitava: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”. La ricorrenza fu celebrata anche negli anni successivi e nel 1949 con l’approvazione della legge n° 260 del 27 maggio il 25 aprile diventa stabilmente festa nazionale.

Ma perché proprio il 25 aprile? Quel giorno del 1945, alle otto del mattino attraverso la radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel nord dell’Italia, facente parte del Corpo Volontari per la Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa. Allo stesso tempo il CLNAI emanò dei decreti legislativi assumendo il potere in nome del popolo italiano e delegato dal Governo italiano, stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

Quella del 25 aprile non è solo la celebrazione della Liberazione ma anche la festa di tanti uomini e donne che parteciparono alla Resistenza, di questi, molti pagarono la libertà del popolo italiano con il sacrificio della vita. Dopo l’otto settembre e la dichiarazione di guerra ai tedeschi, soprattutto nel nord dell’Italia si erano formate forze combattenti antifasciste, alcune operanti per proprio conto, altre collaborando con le forze Alleate. Nella Resistenza si distinsero alcuni dei migliori uomini del paese generando un patriottismo ideale di nuovo tipo. Nessuno che abbia vissuto quell’esperienza ha potuto dimenticarla e mai prima d’allora tanti cittadini avevano partecipato così attivamente alla vita nazionale. Denis Mack Smith nella sua Storia D’Italia sostiene: “[…]. Da molte fonti, non ultima la poesia di Salvatore Quasimodo, o i romanzi di Pavese, Vittorini e Pratolini, si trae l’impressione che questa guerra di liberazione contro Mussolini e Hitler sia penetrata nella coscienza popolare più profondamente di quanto fosse mai riuscito al Risorgimento ottocentesco. […]”.

il popolo

Benché nel movimento della Resistenza combattessero affiancati uomini di diverse fedi politiche, i partigiani appartenevano in maggioranza alla Sinistra che, in ragione di ciò, conquistò una notevole influenza a livello locale e una forte presa sul popolo. Inoltre la Sinistra partigiana aveva inasprito la lotta di classe e dato a molta gente una nuova coscienza civica. Questo costituì il motivo di una vigorosa sfida politica per i capi del liberalismo di vecchio stile che intuirono, già dai primi mesi del governo Parri, il rischio che l’Italia fosse molto più vicina a un processo di radicale trasformazione sociale e politica di quanto non fosse mai accaduto dopo il 1861. Ma sulla soglia d’importanti mutamenti sociali il paese si bloccò, a causa degli orientamenti conservatori di una gran parte del suo popolo e della vitalità degli interessi costituiti.

Il 25 aprile è stato motivo di divisioni tra le forze politiche per tutti gli anni duemila e questo ha gravemente nociuto all’immagine di un paese che ha sempre visto in quella data l’emblema del suo riscatto con la Storia. Ritengo necessario ricordare a chi sostiene che bisogna guardare al futuro e non al passato, che senza quel passato nessuno di noi sarebbe quello che è.

Salvo Fumetto

Il delitto Matteotti

Il 13 novembre 1923 fu presentata in parlamento la proposta di riforma della legge elettorale elaborata dal sottosegretario alla presidenza Giacomo Acerbo. Questa legge stabiliva che il partito o la coalizione di partiti che avesse ottenuto il maggior numero di voti, purché non inferiore al 25% dei voti espressi, avrebbe automaticamente ottenuto alla Camera la maggioranza dei due terzi dei seggi. La legge fu approvata alla Camera con 235 voti favorevoli e 135 contrari. Al Senato con 165 favorevoli e 41 contrari. Con questo voto i Deputati e i Senatori sancirono la fine del regime parlamentare in quanto, visti i metodi violenti degli squadristi e il controllo da parte del fascismo del ministero dell’Interno, difficilmente il partito fascista avrebbe ottenuto meno del 25% alle successive elezioni.

Le elezioni del 6 aprile 1924 si svolsero in un clima di terrore. La milizia del partito prestò servizio nei seggi elettorali e si registrarono violenze e uccisioni. I principali giornali d’opposizione furono sottoposti a minacce e assalti armati e le loro sedi furono devastate. Quando fu ultimato lo spoglio delle schede, la coalizione di Mussolini aveva ottenuto il 65% dei voti, il che dimostra che il clima sociale e politico in Italia era tale che anche senza la legge Acerbo il fascismo avrebbe vinto le elezioni.

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti, deputato socialista unitario, denunciò alla Camera le violenze e i brogli commessi durante le elezioni, chiedendone l’annullamento. Il discorso che pronunciò a sostegno della sua proposta fu una vera e propria requisitoria contro il regime. Alla fine del suo discorso dichiarò al suo collega Giovanni Costantino:<<Ora preparatevi a fare la mia commemorazione>>. Il 10 giugno 1924, alle ore 16,30, dopo aver lasciato il suo domicilio di via Pisanelli nei pressi di piazza del Popolo per recarsi a Montecitorio, mentre percorreva il lungotevere Arnaldo da Brescia, Matteotti fu rapito da un commando di cinque uomini che, a bordo di una Lancia, lo stavano aspettando. I cinque erano Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Dumini era il capo del gruppo e l’organizzatore dell’attentato. Fascista della prima ora, il suo ruolo era d’informatore, spia, provocatore, esecutore di lavori sporchi per conto del regime e, s’ipotizza, dello stesso Mussolini. A tale scopo riscuoteva denaro dai fondi segreti del regime e si vantava degli undici omicidi di cui sarebbe stato l’autore.

Quando Matteotti giunse all’altezza dell’auto, i cinque gli balzarono addosso. Matteotti oppose un’estrema resistenza nonostante i calci e i pugni ricevuti. Mentre l’auto si dirigeva verso la campagna romana attraverso la via Flaminia, il dirigente socialista continuava a dimenarsi e a strillare. Riuscì perfino a gettare la sua tessera da deputato dal finestrino (lo storico Pierre Milza sostiene che fosse la tessera ferroviaria). Alla fine i rapitori, presi probabilmente dal panico per le grida che il deputato continuava a lanciare, lo accoltellarono nell’auto. Al calar della sera, giunti nella macchia della Quartarella nei pressi del villaggio di Riano, scavarono una fossa poco profonda e vi gettarono il cadavere nudo dell’onorevole Matteotti. La notizia della scomparsa del deputato socialista fu riportata dalla stampa il 12 giugno quando già alla Camera l’opposizione chiedeva a Mussolini di riferire. La risposta fu immediata: il Duce dichiarava di essere all’oscuro di tutto e di aver immediatamente impartito l’ordine di ricerca alla polizia.

Probabilmente mentiva, poiché l’esame accurato dell’indagine fatta dalla polizia dimostra che l’attentato non era frutto dell’improvvisazione, ma fu minuziosamente concepito e preparato. La macchina utilizzata era di un certo Filippo Filippelli, frequentatore del Duce e di suo fratello Arnaldo e direttore del “Corriere Italiano”, cui Dumini collaborava. Il 9 giugno Dumini l’aveva presa in consegna e parcheggiata per la notte nel cortile di Palazzo Chigi. Al ritorno a Roma, dopo l’attentato, parcheggiò l’auto nel cortile del Viminale, sede del ministero dell’Interno, e andò a riferire a Filippelli l’esito degli eventi. Questa ricostruzione fu possibile grazie alla testimonianza resa alla polizia da un portiere che, notata l’auto, ne aveva registrato il numero di targa.

Il cadavere di Matteotti fu ritrovato il 16 agosto. Delle spoglie del deputato non restava che lo scheletro, ma la giacca insanguinata dimostrò che non era morto d’infarto, come sosteneva Dumini, ma che era stato colpito da un’arma. La scoperta del cadavere aggravò il clima di panico che si era diffuso nella cerchia del Duce. L’opinione pubblica aveva deplorato l’attentato e ne attribuiva la responsabilità a Mussolini. L’impressione era che il regime fosse agli sgoccioli tanto che circolava la voce di dimissioni del capo del governo.

avanti matteotti

Molti fascisti gettarono via il distintivo e, nonostante l’opposizione si fosse ritirata sul cosiddetto Aventino, molti socialisti ripresero la critica feroce al regime che sembrava non potesse più adottare i metodi violenti del passato. Sui giornali la polemica si faceva sempre più caustica. Quelli fascisti sostenevano che fossero stati i nemici interni del Duce a concepire e realizzare l’attentato, con lo scopo di screditare Mussolini e formare un nuovo governo. La stampa antifascista sosteneva invece che Matteotti era stato eliminato per impedirgli di rivelare gli affari loschi compiuti dal regime. Lo storico Mauro Canali in una sua inchiesta sul delitto Matteotti ha messo insieme il mosaico dell’affarismo fascista degli anni 1921-24, le cui tessere sono da ricercare nella ristretta cerchia vicina a Mussolini. La cerchia era composta dallo stesso Mussolini e da suo fratello Arnaldo, da Giacomo Acerbi e Aldo Finzi, da Cesare Rossi e Filippo Filippelli, dal generale De Bono, tutti coinvolti in diversi affari che prevedevano la distribuzione di mazzette e tangenti.

In quei mesi Mussolini attraversò un periodo di profondo abbattimento. Intorno a lui si era creato il vuoto, ed egli temeva che qualche audace colpo di mano potesse abbattere il suo potere, provocando la caduta del fascismo.

Alla fine dell’anno, passati quindi sei mesi dal delitto, Mussolini aveva ripreso la sua baldanza. Il tempo trascorso aveva sedato l’opinione pubblica, molti nemici erano stati costretti alle dimissioni dagli incarichi ricoperti, la polizia aveva individuato i responsabili dell’attentato e, cosa fondamentale, il Re non era rimasto neutrale in attesa degli sviluppi in Parlamento. A quel punto il Duce il 3 gennaio 1925 pronunciò alla Camera un discorso che indicava con chiarezza la sua volontà di farla finita con l’opposizione e con il regime di democrazia liberale:

[…] Sono io, o signori, che levo in quest’aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una “Ceka”. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! […] La Ceka italiana non è mai esistita. […] Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […]  Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! […]

Nei giorni seguenti il suo discorso alla camera, la polizia e gli squadristi occuparono le sedi dei partiti antifascisti e dei giornali d’opposizione. Numerosi circoli e associazioni ostili al regime furono sciolti. Vi furono centinaia di perquisizioni e decine di arresti e numerosi antifascisti si rifugiarono nella clandestinità o ripararono all’estero.

Dal mese di dicembre 1925 furono emanate le cosiddette leggi fascistissime, che trasformarono il regime fascista nella dittatura del Duce.

Salvo Fumetto