Il Rompicapo

Eccoci tornati, dopo una lunga pausa, con un nuovo Rompicapo…pittorico! Chi è il pittore che ha dipinto questo sublime Cristo morto?

Soluzione Rompicapo del 15/11/2017

Si tratta della facciata del duomo di Siena; tutta in marmo bianco con qualche decorazione in rosso di Siena e serpentino di Prato, è divisibile in due metà, inferiore e superiore, riferibili a due distinte fasi costruttive. La ricchezza della decorazione, prevalentemente scultorea, nasconde irregolarità e asimmetrie derivate dalla lunga fase costruttiva a cui misero mano molteplici progettisti. La facciata inferiore fu realizzata da Giovanni Pisano ed è riferibile a uno stile romanico-gotico di transizione. Questi vi lavorò tra il 1284 e il 1297, prima di allontanarsi improvvisamente da Siena, probabilmente per le critiche mossegli dal comune per gli sprechi e la disorganizzazione. A questa fase risalgono i tre portali  e i due torrioni laterali. Giovanni Pisano curò anche la decorazione scultorea, e corredò la facciata di un sorprendente ciclo di statue gotiche.

La parte superiore della facciata è opera di Camaino di Crescentino (padre del più famoso Tino di Camaino), che vi lavorò tra il 1299 circa e il 1317.Camaino di Crescentino dette alla facciata l’odierno aspetto tricuspidale. Un bellissimo oculo si apre al centro, incorniciato da nicchie gotiche contenenti i busti di Apostoli e Profeti che rendono omaggio alla Madonna col Bambino, identificabile nella nicchia centrale superiore. Ai lati due pilastri incorniciano questa struttura e terminano in pinnacoli e quindi in sottilissime guglie, accentuando lo slancio verso l’alto dell’edificio. Lateralmente sono presenti due ordini di loggette, mentre il tutto è sormontato da tre cuspidi dorate. I tre mosaici dorati, che raffigurano da sinistra a destra la Presentazione di Maria al Tempio, l’Incoronazione della Vergine e La Natività di Gesù, furono eseguiti a Venezia nel 1878, su disegno di Alessandro Franchi L’oculo reca invece una vetrata di Pastorino dei Pastorini  della metà del XVI secolo, raffigurante l’Ultima Cena e visibile dall’interno.

Jane Austen e il gotico

Jane Austen visse una vita piuttosto convenzionale e tranquilla legata ad un contesto familiare di borghesia contadina. Nacque nel 1775 a Steventon, nell’Inghilterra meridionale e suo padre, pastore protestante, impartì a lei e agli altri sette figli un’educazione tradizionale. L’unica “stranezza” che caratterizzò la vita della Austen se vogliamo fu proprio la scrittura. Svolse questa attività nel più stretto anonimato fino agli ultimi anni della sua vita. Questa estrema riservatezza serviva alla scrittrice per avere una maggiore libertà espressiva, e quando fu resa nota la sua attività pare ne rimase indispettita. Descrisse la sua scrittura così: “un pezzettino d’avorio (largo cinque centimetri) sul quale lavoro con un pennello così sottile che opera effetti minimi dopo molta fatica”. Jane non si sposò mai e morì di tubercolosi all’età di quarant’anni nel 1817.

Nei sei romanzi che scrisse: Pride and Prejudice (1813); Sense and Sensibility (1811); Mansfield Park (1814); Emma (1815); Northanger Abbey (1818); Persuasion (1818) la scrittrice inglese disegna un affresco del mondo in cui visse, quello della media borghesia di provincia in cui l’amore è il protagonista assoluto.

Con Northanger Abbey, volle anche lei cimentarsi in un genere letterario che nell’Ottocento ebbe larga diffusione, cioè il gotico. Questo genere coinvolse diversi campi dell’espressione artistica dalla letteratura all’architettura, alla pittura e vide la sua comparsa già negli ultimi anni del XVIII secolo.

Ciò che definiva questo tipo di espressione artistica, era un certo gusto per l’orrido, per il grottesco, per lo spaventoso che, come aveva teorizzato Edmund Burke nel saggio Inchiesta sul Bello e il Sublime, pubblicato nel 1759, nascondeva un certo fascino e faceva scaturire sensazioni di piacere. Secondo Burke, trovarsi davanti ad una situazione di pericolo, di vicinanza alla morte e poi captare la certezza che si è al sicuro perché quella situazione non è altro che simulata e lontana, fa nascere nell’animo umano un senso di piacere immediato, un sentimento che chiama sublime. “Tutto ciò […] che è terribile[…] è pure sublime” dice Burke. Dunque egli fece della paura la passione per eccellenza e descrisse una serie di situazioni, luoghi e atmosfere che avevano la caratteristica di evocare la sublimità tenebroso-terrifica e a cui gli autori gotici si ispirarono per intrecciare le loro trame narrative.

Furono numerose le opere letterarie che guardarono a questo gusto artistico diventando poi dei veri e propri capolavori, ancora oggi di grande fama: pensiamo a Dracula (1897) di Bram Stoker, Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, (1886) di Robert Louis Stevenson, Frankenstein (1818) di Mary Shelley e molti altri ancora.

Le forme e i significati che questa tipologia di letteratura assunse furono svariati, e spesso contribuirono a dare un ritratto delle paure e delle fobie legate a particolari periodi storici. Non è un caso che fin dal XVIII secolo, quando nacque la media borghesia con tutti i suoi valori e il rigido rispetto per le convenzioni sociali, furono ripresi temi e simboli emblematici della lotta dell’individuo contro quelle stesse regole sociali e di comportamento. Il desiderio di immortalità, la trasgressione dei confini tra il naturale, l’umano e il divino, pericolosa per l’integrità stessa della società, erano alcuni di quei temi di cui erano espressione personaggi come il Vagabondo, una sorta di Prometeo punito da Dio perché lo ha sfidato ricercando l’immortalità, o il ricercatore che attraverso il mito della scienza ha voluto accedere alla conoscenza proibita sostituendosi a Dio, è il caso dello scienziato Frankenstein che crea un essere mostruoso. E ancora pensiamo alle storie dei vampiri, personaggi della nobiltà e fondamentalmente antiborghesi, dotati anch’essi di immortalità, che nascondevano la paura della classe media per l’aristocrazia e la sua volontà di spiegare i propri antecedenti storici. Il vampiro, con il suo insaziabile desiderio di sangue e la sua spiccata carica di sensualità, era anche lo specchio del rifiuto, ma anche dell’inconscia attrazione, che la classe borghese, con la sua ferrea morale etica e puritana, provava per gli istinti irrazionali come le pulsioni erotiche.

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Jane Austen si ispirò anche lei a quel genere e lo fece dandogli una rappresentazione particolare. Fondamentalmente dette in Northanger Abbey un ritratto parodico ed ironico del gotico. Questo romanzo, considerato un’opera minore tra quelle scritte dalla Austen, è una storia semplice e con personaggi ordinari: fin dall’inizio la scrittrice presenta la protagonista Catherine Morland, una giovane adolescente di provincia, come un personaggio dalle caratteristiche esplicitamente antieroiche: “Nessuno vedendo Catherine Morland da bambina, avrebbe mai immaginato che fosse destinata a diventare un’eroina. La condizione sociale, il carattere del padre e della madre, il suo stesso aspetto e temperamento: tutto era contro di lei”. Con questi presupposti il romanzo già presenta una trama che prende poco sul serio le caratteristiche terrifiche e auliche del genere gotico. La giovane Catherine, viene ospitata da una famiglia di amici nella cittadina di Bath per trascorrere le sue vacanze. Qui comincia ad avere i primi incontri con la società benestante del suo tempo, partecipando a svariati appuntamenti mondani dove l’apparenza è ciò che conta più di tutto. Ma è proprio in questo contesto che la giovane donna borghese vive un esperienza particolarmente misteriosa e ambigua nell’abbazia di Northanger ospite dei Tilney, famiglia altolocata conosciuta a Bath. Crescono in lei paure, sospetti che alimentano un’atmosfera dalle tinte fosche e allucinatorie. Catherine sospetta un delitto mai compiuto e comincia a fare una serie di ricerche per trovare delle prove, ma ottiene in realtà solo grandi delusioni. Questa esperienza terrifica è in realtà solo il frutto dell’immaginazione di una ragazza di provincia, ingenua, un po’ ignorante e amante dei romanzi gotici (come per esempio i Misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, tante volte nominato nel corso della storia), che crede di vivere una delle tante inquietanti situazioni che quella letteratura racconta.

Ciò che di gotico c’è in questo romanzo è la ricreazione della non chiara distinzione tra realtà e fantasia che suscitava sentimenti di paura e ansietà. E’ tutto giocato sulla suspance, sul mistero, sul sospetto. Northanger abbey, fu terminato da Jane Austen nel 1803, ma venne pubblicato solo dopo la sua morte nel 1818.

Maura Ricci