La pandemia di Spagnola

L’influenza spagnola, veicolata da virus del ceppo H1N1, fu così definita perché ne parlarono principalmente i giornali della penisola iberica. L’epidemia si diffuse agli inizi del 1918, in pieno conflitto mondiale, quindi inizialmente non ebbe grande risonanza sulla stampa se non quella spagnola, paese non coinvolto nella guerra. È probabile che il primo focolaio di infezione si fosse sviluppato negli Stati Uniti e che furono proprio i soldati americani a portare il virus in Europa. Inizialmente la patologia che si sviluppò fu scambiata per le più diverse malattie, addirittura tifo, poi qualcuno avanzò l’ipotesi, rivelatasi subito esatta, che si trattasse di influenza. Nell’estate del 1918 l’influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnata da gravissime complicazioni a livello polmonare, responsabili della maggior parte dei decessi. Fu una pandemia insolitamente mortale, che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone a tutte lei latitudine, coinvolgendo persino l’Artico e alcune remote isole del Pacifico. Non è possibile ipotizzare un dato certo di vittime, ma si suppone che su di una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, vi furono tra i 50 e i 100 milioni di decessi.

Pur essendo particolarmente aggressiva, l’influenza non fu la diretta responsabile del tasso di mortalità. I decessi erano spesso provocati dalle infezioni batteriche che aggredivano i pazienti influenzati, quasi sempre in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Basti pensare ai soldati asserragliati da anni nelle trincee, un vero e proprio bacino di virus e batteri che potevano progredire tra cadaveri, carcasse di animali e fogne a cielo aperto. L’Italia fu pesantemente colpita dall’influenza spagnola. Si è potuto stimare che il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di italiani, soprattutto al Sud, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero enorme se si considera che all’epoca l’Italia aveva 36 milioni di abitanti. Verso la fine del 1918 e l’inizio del 1919, il numero di nuovi casi calò bruscamente, insieme al numero dei decessi. Una spiegazione del rapido declino della mortalità della malattia è da ricercare forse nella capacità dei medici di migliorare la prevenzione e la cura della polmonite che si sviluppava dopo che le persone avevano contratto il virus. Un’altra teoria sostiene che il virus mutò alquanto rapidamente in una forma meno letale, evento comune nei virus dell’influenza che tendono a diventare meno letali col passare del tempo.

Salvo Fumetto

Robert Capa. Il reporter di guerra

L’ungherese Endre Ernő Friedmann studia scienze politiche dal 1931 al 1933 all’Università di Berlino ma la sua passione è la fotografia e da autodidatta, nel 1931, lavora come assistente per Ullstein e dal 1932 al 1933 per il Deutscher Photodienst, il servizio tedesco per la fotografia.

Ne 1933 si trasferisce a Parigi dove assume il nome di Robert Capa e inizia la sua attività da freelance. I suoi reportage restituiscono le testimonianze di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra cino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954), e per tutta la vita rimane legato al mestiere di inviato di guerra fino a diventare il più famoso reporter di guerra del ventesimo secolo.

Fin da subito le sue fotografie della guerra civile spagnola attirano l’attenzione dei giornali e dell’opinione pubblica. La prima serie contiene infatti Morte di un repubblicano spagnolo, una delle sue opere più famose e discusse. La foto, scattata nel 1936 a Cordova, ritrae un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, ripreso nell’attimo in cui appare colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Quest’immagine è tra le più famose fotografie di guerra mai scattate. Fu pubblicata per la prima volta sulla rivista francese Vu, “Visto” in italiano, il 23 settembre 1936, poi su Regards il mese successivo. Ma solo quando apparve sulla rivista americana Life il 12 luglio 1937, l’immagine si diffuse in tutto il mondo.

Nel luglio del 1943 raggiunge la Sicilia. Il grande reportage di Capa sullo sbarco Anglo-Americano in Sicilia inizia con un volo in paracadute, in perfetto stile bellico. Oltre alle immagini, Robert Capa ci ha lasciato le sue memorie in un diario pubblicato nel 1947 con il titolo Slightly out of focus, tradotto ed edito in Italia da Contrasto nel 2002 con il titolo Leggermente fuori fuoco. Nel suo diario, Capa, fotoreporter al seguito dell’esercito americano, riporta gli avvenimenti cruenti a cui assiste, racconta le fatiche dell’avventurosa impresa e descrive la sensazione di vuoto e di angoscia che lo colgono assistendo ai combattimenti. Il suo racconto, molto avvincente, rievoca gli avvenimenti della sua vita dall’estate del 1942 alla primavera del 1945.

Lo scrittore Andrea Camilleri racconta il suo incontro durante la Seconda Guerra Mondiale con il fotografo, nella Valle dei Templi di Agrigento. Capa era appena sbarcato in Sicilia e trovandosi nei pressi del Tempio della Concordia, decise di fissare il suo cavalletto e di fare una serie di fotografie al celebre monumento. Durante questo momento incontrò il giovane Camilleri e, come racconta lo stesso scrittore, i due incominciarono a parlare in spagnolo, più comprensibile rispetto all’inglese e simile al dialetto siciliano, si scambiarono su un taccuino i propri nomi e assistettero insieme a una battaglia nei cieli tra un aereo tedesco e uno americano, dove Capa si mise subito a scattare numerose fotografie, per fissare il momento. Solo più tardi, con il finire della guerra, Camilleri scoprì che quel giovane fotografo era il famosissimo reporter di guerra Robert Capa.

Nel 1947 a New York fonda, assieme a Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert, l’agenzia cooperativa Magnum, diventata in seguito una delle più prestigiose agenzie fotografiche del mondo.

Nel 1948 è a Tel Aviv per documentare la nascita dello Stato d’Israele: il 14 maggio fotografa la cerimonia di dichiarazione dello Stato, riprende il discorso del primo ministro, la prima sessione di gabinetto d’Israele e la folla lungo le strade. È testimone anche dell’inizio della guerra arabo-israeliana del 1948. Ritorna più volte in Israele fino al 1950. Dal suo lavoro ricava il libro Cronaca su Israele, scritto a quattro mani con lo scrittore Irwin Shaw.

La sua morte, avvenuta il 25 maggio 1954 a Thai-Binh in Vietnam, è la tragica conseguenza del suo pensiero fotografico: “Se le tue fotografie non sono abbastanza belle, non sei abbastanza vicino”. La sua capacità di cogliere con una sola immagine il dolore e i sentimenti di un popolo dilaniato dalla guerra è ciò che lo ha reso e lo rende ancora così unico e ammirato. Tutte le sue opere testimoniano il perenne essere biblico dell’animo umano tra la volontà di vivere e la propensione all’autodistruzione.

Sara D’Incertopadre