Horror e mostri nel cinema: Frankenstein

Per molto tempo il genere Horror, e per molti versi anche quello della Fantascienza, è stato considerato nel mondo del cinema hollywoodiano un settore meno importante e di seconda serie: set costruiti con pochi dollari (e spesso con avanzi di produzioni maggiori), interpreti e registi sconosciuti e ancora con poca esperienza o addirittura sul viale del tramonto. Poi però qualcosa cambiò e il pubblico e i critici scoprirono che alcuni titoli erano dei veri e propri classici e si cominciò ad impiegare per la loro produzione capitali colossali: si pensi a Godzilla, personaggio mostruoso inventato dal cinema giapponese, o a King Kong, lo scimmione più famoso della storia del cinema che comparve per la prima volta sul grande schermo nel 1933, per la regia di Ernest Schoedsack e Merian Cooper.

Questo fu anche il caso di altri grandi titoli hollywoodiani che invasero il grande schermo all’inizio degli anni Trenta: Dracula e Frankenstein entrambi usciti nel 1931. Sono produzioni legate all’influenza del cinema espressionista tedesco a cavallo tra gli anni Dieci e Venti del XX secolo, il cinema delle grandi ombre e delle luci inquietanti che metteva in scena esseri mostruosi nati dalle paure più profonde e inconsce dell’essere umano (i titoli più rappresentativi dell’espressionismo tedesco furono Il gabinetto del dottor Caligari, girato da Robert Wiene nel 1920 e Nosferatu il vampiro diretto nel 1922 dal grande regista Friedrich Wilhelm Murnau).

Frankenstein-junior
Frankenstein-junior

Dracula di Tod Browning e Frankenstein di James Whale furono interpretati da due attori destinati a diventare due miti del settore, Bela Lugosi e Boris Karloff. Questo genere, tra numerose variazioni (addirittura con mogli, figli e altri parenti delle creature mostruose), ebbe un grande successo tanto da dare seguito a numerosi «remake»: si ricordi il Dracula di Francis Ford Coppola del 1992, o l’interpretazione in chiave parodica di Frankenstein, Frankenstein Junior diretto nel 1974 da Mel Brooks.

Frankenstein, prodotto dalla Universal Studios, è la messa in scena dell’omonimo romanzo ottocentesco di Mary Shelley, con alcune licenze rispetto al romanzo: per esempio l’ambientazione della storia e alcune caratteristiche del mostro, e poi vengono evidenziati in maniera particolare i contenuti scientifici e sociali. Nel film a dare vita al mostro è l’elettricità mentre nel romanzo è vaga la spiegazione del risveglio della creatura mostruosa, inoltre nel film viene spiegato il comportamento malvagio del mostro come risultato del cervello imperfetto fornito al dottor Frankenstein dal suo assistente Fritz, e non come risultato dei maltrattamenti subiti dal mostro nella società come scrive Mary Shelley nel romanzo, e infine per continuare l’elenco delle novità della versione cinematografica di questo classico della letteratura gotica, il film si conclude con il dottor Frankenstein che riabbraccia la sua famiglia dopo la pericolosa lotta con il mostro, mentre nel romanzo questo personaggio principale muore.

Il film fu accolto dal pubblico con un enorme successo incassando circa 13 milioni di dollari e fu considerato uno dei migliori film del 1931 dai critici cinematografici.

Infine alcune scene del film, secondo alcuni storici e critici, risultarono per il pubblico degli anni trenta insolite e troppo cruente: per esempio non vennero gradite le immagini dei primi piani alle iniezioni del mostro, o quelle della morte della bambina per annegamento. Dal 1937 infatti vennero tagliate dalla pellicola scene come quella del mostro che getta in acqua la bambina Mary, e la frase di Colin Clive «Ora so cosa significa essere Dio!», non ben accolta da alcuni gruppi religiosi, che venne coperta dal rumore di un tuono.

Maura Ricci

CINEMA MUTO. Hollywood e l’avanguardia

Con l’avvento del cinema muto, che abbraccia gli anni dal 1895 fino al 1928, la produzione di film divenne da subito un affare favoloso, tale da giustificare l’investimento di ingenti somme di denaro: un film che aveva successo ripagava di molte volte i costi della realizzazione e della distribuzione, ma potevano risultare soldi buttati se il film non incontrava i gusti del pubblico.

Quando ai produttori fu chiaro che la gente si affezionava agli attori che vedeva sullo schermo, da una parte favorirono questo attaccamento promuovendo pubblicamente gli artisti che avevano dimostrato di piacere agli spettatori, dall’altra iniziarono a pagare loro una parte consistente di questi profitti pur di ingaggiarli anche per i film successivi, tanto che gli attori cinematografici di maggior successo cominciarono a guadagnare cifre straordinarie. Nacquero così i primi divi del cinema.

Il risultato fu che in poco tempo ebbe inizio l’insieme di attività di promozione denominato star system. Il fatto che un attore cinematografico non dovesse avere in apparenza altre doti che piacere al pubblico, e che la nascente industria cinematografica cercasse costantemente nuovi attori pagando loro delle cifre smisurate, rese il mestiere di attore un sogno, un miraggio che catturò la fantasia delle masse: tutti volevano diventare attori. L’attore che in quegli anni toccò la vetta del successo cinematografico fu Rodolfo Valentino, attore e ballerino italiano, emigrato a New York, considerato ancora oggi il primo latin lover della storia del cinema.

Mentre negli Stati Uniti si sviluppava un cinema narrativo classico, destinato a un pubblico vasto, in Europa le avanguardie artistiche svilupparono una serie di film sperimentali che furono molto importanti per il cinema successivo. Tra gli autori più importanti ci furono l’italiano Anton Giulio Bragaglia, gli spagnoli Luis Buñuel e Salvador Dalí, i russi Dziga Vertov e Sergej M. Ejzenstejn, e i francesi René Clair e Fernand Léger.

Dziga Vertov
Dziga Vertov

Nome d’arte di Denis Arkadevič Kaufman, Dziga Vertov fu uno dei maggiori registi e teorici del cinema europeo e ideatore di una delle più rilevanti concezioni politiche del cinema, inteso in senso rigorosamente non finzionale. Nella sua concezione il cinema di finzione era da disdegnare e combattere poiché il suo modo di rappresentazione non era originario ma derivato, non si fondava sull’autonoma “formatività” del nuovo strumento tecnico ma dipendeva da altre forme, come il teatro, le arti figurative e soprattutto la letteratura, di cui si limitava a riprodurre i modi di rappresentazione. Vertov percepì, in anticipo sui tempi, che il cinema avrebbe potuto inaugurare una rivoluzione nella percezione e nella lettura del mondo visibile a condizione di saper dispiegare in modo indipendente la sua naturale capacità di cogliere e interpretare “i movimenti necessari delle cose”, il “ritmo interno” secondo cui le cose si collegano l’un l’altra. Famoso è il suo concetto del Kinoglaz, dell’occhio meccanico che può far vedere l’invisibile e fornire quindi un’immagine più completa della realtà.

Sergej M. Ejzenstejn
Sergej M. Ejzenstejn

L’altro influente personaggio del cinema d’avanguardia europeo fu Sergej Ejzenstejn, regista montatore e produttore cinematografico russo considerato importantissimo per l’uso innovativo del “montaggio delle attrazioni”. Ejzenstejn fu il regista che portò le idee sul montaggio al massimo sviluppo. Dopo aver lavorato in teatro con Mejerchol’d, formulò la teoria delle attrazioni nel 1923, che l’anno successivo adattò al cinema. Con questo procedimento Ejzenstejn intendeva scuotere lo spettatore con una sorta di violenza visiva, che lo sollevasse dal torpore dell’assorbimento passivo della storia, suscitando emozioni e nuove associazioni di idee. Lo stesso anno girò “Sciopero”, dove montò pezzi brevissimi, spesso scelti tra inquadrature bizzarre e incongruenti, dure e violente, in maniera da rendere il clima di caos dell’evento rivoluzionario raffigurato. Nel montaggio delle attrazioni tutto è disordinato, incompleto, scomposto e lo spettatore deve fare uno sforzo attivo per ricomporre il senso della storia e dei personaggi: è la teoria degli stimoli, dove lo spettatore è stimolato nella sua immaginazione e lavora con l’intelletto.

Si trattava di cinema impegnato, non indifferente agli aspetti politici e sociali e soprattutto un cinema che doveva essere percepito in modo attivo, diretto, senza fronzoli. Una vera rivoluzione per l’epoca.

Nel contempo negli Stati Uniti grandi nomi, oltre a quello di Rodolfo Valentino si andavano alternando sugli schermi cinematografici: da Charlie Chaplin a Buster Keaton e Erich von Stroheim. Personaggi che sarebbero poi entrati nella storia e che hanno influenzato e continuano a influenzare gli attori di oggi.

Sara D’Incertopadre

Un outsider ad Hollywood. Il regista Tim Burton

Timothy William Burton nasce il 25 agosto 1958 a Burbank, un sobborgo non lontano da Los Angeles e dai richiami di Hollywood. La sua infanzia trascorre in questa piccola cittadina di periferia, circondato dalla normalità della middle class che la abita, dove Tim comincia a frequentare assiduamente il cinema che lo coinvolge e lo appassiona più di ogni altra cosa.

A colpirlo in modo particolare sono i cosiddetti film di serie B e i film horror. In questa tipologia di film Burton trova una valvola di sfogo ai suoi tormenti di bambino prima e di adolescente poi, la sua fervida immaginazione riesce infatti a trasformare anche una banale cittadina americana come Burbank in un luogo di paura e mistero.

Comincia da giovanissimo a cimentarsi nel cinema girando brevi film che consegna ai professori come compiti per casa e parallelamente disegna, dando prova di mano sicura e di inesauribile immaginazione. Nel 1976 entra con una borsa di studio al California Institute of Arts, la scuola per disegnatori fondata dalla Disney, ma il tipo di lavoro che gli viene richiesto alla Disney non è di suo gradimento; lui ama disegnare scheletri e fantasmi, non animaletti simpatici per cartoni formato famiglia. La stessa Disney non sembra apprezzare le sue idee che non vengono mai prese in considerazione perché considerate bizzarre e di poco successo.

Solo due giovani dirigenti degli Studios, Julie Hickson e Tom Wilhite, gli consentono di realizzare un singolare cortometraggio in bianco e nero di sei minuti, “Vincent”.

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Il corto vince svariati premi e per due settimane viene proiettato nelle sale prima di “Un ragazzo chiamato Tex” (1982), uno dei tanti film Disney per teenager.

Da questo momento Burton comincia a realizzare lungometraggi, che diventano dei veri e propri cult di successo: da “Frankenweenie” a “Edward mani di forbice”; da “Bettlejuice-Spiritello porcello” a “Batman”.

Nel 1990 esce nelle sale cinematografiche un film che, partendo da produzione minore, diventa il film cult per eccellenza firmato Tim Burton, “Edward mani di forbice”. A scommettere su questo film è la Twentieth Century Fox, dopo che la Warner rifiuta di produrlo perché considerato poco commerciale.

Il film è una variazione sul tema di Frankenstein, una creatura che sfugge al suo inventore, ma raccontato in modo fiabesco, con una voce narrante che conduce lo spettatore attraverso la storia: è una vecchia signora a narrare alla nipotina la strana storia di un uomo che aveva delle forbici al posto delle mani e il cui arrivo nella tranquilla cittadina aveva portato scompiglio e curiosità.

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Al posto delle mani Edward ha delle forbici perché il suo creatore, che viveva in una grande villa fuori dalla cittadina, è morto senza portarle a termine. Comincia così l’avventura di questo strano e affascinante personaggio. Ma è la scelta del protagonista che deve interpretare Edward che segna una svolta nella carriera del regista: Burton trova in un giovane attore dalla faccia d’angelo, idolo del pubblico adolescente della serie televisiva “21 Jump Street”, l’Edward che immagina. E’ il ventiseienne Johnny Depp che aspira per la sua carriera a qualcosa di diverso dal ruolo di idolo delle ragazzine.

Dal 1990 ad oggi il duo artistico Burton/Depp gira ben otto film insieme: oltre ad “Edward mani di forbice”, “Ed Wood” (1994), “Il mistero di Sleepy Hollow” (1999), “La fabbrica di cioccolato” (2005), “La sposa cadavere” (2005), “Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street” (2007), “Alice in Wonderland” (2010) e “Dark Shadows” (2012).

In “Sweeney Todd” i due arrivano all’apice di quello che è considerato il genere gotico, di cui Burton è maestro assoluto. Si tratta dell’adattamento di un musical scritto da Stephen Sondheim per Broadway nel 1979, è una “black operetta” che ben si adatta a due artisti come Burton e Depp. Depp si cimenta nell’interpretazione di tutte le canzoni scritte da Sondheim e la sua recitazione gli vale un nomination all’Oscar.

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Corteggiato da Hollywood e con incassi da record al botteghino, Burton si trova ad avere a disposizione attori famosissimi che vogliono far parte del cast dei suoi film. Attori di calibro internazionale sono man mano apparsi nei suoi film: Jack Nicholson e Michael Keaton, Michelle Pfieffer e Alex Baldwin, Geena Devis e Helena Bonham Carter, sua compagna di vita, Vincent Price e Cristopher Lee.

Ma è con l’attore e amico, Johnny Depp, che il regista dà il meglio di sé e sente di poter realizzare qualsiasi tipo di personaggio; un vero e proprio sodalizio artistico che frutta ai due fama internazionale. Siate certi che ne vedremo sicuramente ancora delle belle!

Sara D’Incertopadre