Mostre estate 2017 in Italia

AOSTA

Segantini e i pittori della Montagna

Museo Archeologico

fino al 24 settembre

MILANO

New York New York. Arte italiana: la riscoperta dell’America

Museo del Novecento e Gallerie d’Italia

fino al 14 settembre

ROMA

Dai Crivelli a Rubens. Tesori d’arte da Fermo e dal suo territorio

Complesso monumentale di S. Salvatore i Lauro

fino al 9 luglio

FIRENZE

Ytalia

Forte di Belvedere

fino al 1 ottobre

FIRENZE

La fabbrica della bellezza. la manifattura ginori e il suo popolo di statue

Museo del Bargello

fino al 1 ottobre

VENEZIA MESTRE

Attorno a Tiziano. L’annuncio e la luce verso il contemporaneo

Centro culturale Candiani

fino al 2 luglio

VENEZIA

Picasso sulla spiaggia

Peggy Guggenheim Collection

aprirà il 28 agosto fino al 7 gennaio 2018

NAPOLI

Picasso e Napoli

Museo di Capodimonte

fino al 10 luglio

Campioni del mondo!

Il campionato mondiale di calcio 1982 fu la dodicesima edizione organizzata dalla FIFA. Quell’anno il paese ospitante era la Spagna e la competizione, iniziata il 13 giugno, sarebbe terminata l’11 luglio. Fu il primo campionato mondiale in cui le squadre partecipanti furono portate da 16 a 24. La prima fase prevedeva sei gironi all’italiana di quattro squadre ciascuno. L’Italia era nel gruppo 1 e si trovò come avversarie Polonia, Camerun e Perù. Gli azzurri, guidati da Bearzot, giunsero in Spagna fra mille polemiche, non ultima la vicenda di Paolo Rossi, reduce dalla squalifica di due anni per lo scandalo del calcio scommesse. Bearzot era inoltre contestato dalla stampa romana che premeva per un maggiore utilizzo dei giocatori della Roma rispetto al blocco juventino, già ben sperimentato in passato.

Il 14 giugno alle 17:00 la nazionale italiana esordiva contro la Polonia, l’avversario più qualificato del girone tra le cui fila primeggiava lo juventino Boniek. La partita si tenne nello stadio Balaidos di Vigo, nell’estremo nord-ovest della Spagna. Il fischio d’inizio era fissato per le 17:15, l’arbitraggio affidato al francese Vautrot e la telecronaca a Nando Martellini.

Dopo un primo tempo favorevole all’Italia, nella ripresa i polacchi iniziarono ad aggredire l’avversario ma la partita si chiuse sullo 0 a 0. Alla fine dell’incontro Martellini commentò laconico: “…bellissimo primo tempo, squallida ripresa.” A illuminare la squadra italiana, solo la sfortunata traversa di Tardelli.

L’incontro con i peruviani andò meglio: primo tempo a favore dell’Italia che si portò in vantaggio con Bruno Conti. Nel secondo tempo, come era già accaduto con la Polonia, gli azzurri calarono di tono e il Perù ebbe il sopravvento. Il pareggio arrivò nel finale, all’83’, su tiro di Diaz con una decisiva deviazione di Collovati.

Il 23 giugno l’Italia incontrava il Camerun e serviva una vittoria per assicurarsi la qualificazione. Arbitro fu designato il Bulgaro Dotchev, ai microfoni della RAI ancora l’esperto Martellini. Bearzot aveva schierato la stessa formazione messa in campo contro la Polonia, sostituendo solo Marini con Oriali.

Anche questa partita sembrava ricalcare la falsariga delle precedenti, con grande sorpresa e delusione dei tifosi italiani. Solo al 16’ del secondo tempo l’incontro sembrò prendere una svolta favorevole grazie a un goal fortunoso di Ciccio Graziani: cross di Paolo Rossi, colpo di testa in controtempo di Graziani e scivolata del portiere camerunense N’Kono. La gioia fu incontenibile, con quel goal l’Italia si sarebbe sicuramente qualificata alla fase successiva. Nemmeno il tempo di rivedere l’azione al replay che un minuto dopo Gregoire M’Bida riportò il risultato in parità. Alla fine Italia e Camerun chiusero alla pari il gruppo 1, tre punti ciascuna e stessa differenza reti. Martellini era imbarazzato, non riusciva a comprendere se l’Italia si fosse qualificata. Il paese rimase per qualche minuto con il fiato sospeso. Poi, grazie al maggior numero di gol segnati rispetto al Camerun, Martellini annunciò la qualificazione della squadra azzurra alla fase successiva. L’Italia fu la prima compagine a superare il primo turno di un mondiale senza vincere una partita.

Gli italiani, che avevano sperato in un’Italia brillante, ritrovarono solo un’Italia fortunata. Le polemiche, come accade spesso nel nostro paese, sollevarono un polverone enorme, al punto da costringere la squadra al silenzio stampa. Tutti erano pessimisti perché le prossime avversarie dell’Italia erano Argentina e Brasile, una missione ritenuta da tutti impossibile.

Il 29 giugno la squadra, raggiunta Barcellona, si accingeva a incontrare l’Argentina ma nessuno avrebbe scommesso sull’Italia. Quando Tardelli, dopo un primo tempo sofferto, infilò al 55’ la rete Argentina, in Italia si levò un grido liberatorio. La certezza della vittoria arrivò solo al 67’, quando Cabrini fissò definitivamente il risultato sul 2 a 0.

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Ora però c’era il Brasile, la squadra data favorita per la vittoria finale della coppa. Il 5 luglio, alle 17:15 nello Stadio de Sarriá, l’arbitro israeliano Klein diede inizio alla partita. Quella fu la partita di Paolo Rossi che infilò ai Brasiliani ben tre goal, portando la squadra in semifinale. Battere il Brasile fu come aver già vinto il mondiale e quella sera, mezzo paese scese in strada per festeggiare la vittoria.

In semifinale l’Italia incontrò di nuovo la Polonia e questa volta la partita fu una passeggiata. Con due goal di Rossi, ormai eroe nazionale, gli azzurri sancirono il loro ingresso in finale. L’entusiasmo salì alle stelle. Come nel 1970 in Messico, l’Italia era in finale e questa volta tutti speravano che a vincere la Coppa del Mondo fosse il Bel Paese.

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Domenica 11 luglio, alle otto di sera, le strade erano deserte. Milioni d’italiani, davanti ai televisori, erano in attesa di assistere alla finale tra Italia e Germania. Lo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid era colmo in ogni ordine di posti: 90mila spettatori avrebbero assistito all’incontro, tra questi in tribuna d’onore, insieme ai reali di Spagna, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dopo pochi minuti dal fischio d’inizio dell’arbitro brasiliano Coelho, fu assegnato all’Italia un calcio di rigore. Sul dischetto Antonio Cabrini mandò la palla fuori dallo specchio della porta alla sinistra del portiere tedesco Schumacher. Quel goal mancato mandò il paese sull’orlo della disperazione, finché al 56’ Rossi non infilò la porta tedesca con il suo sesto goal che lo incoronò capocannoniere del torneo. Poi al 68’ arrivò il goal di Tardelli e all’81’ quello del pontino Altobelli. Sul 3 a 0 Pertini mise da parte il protocollo, si alzò in piedi e, agitando l’indice della mano destra, gridò: “Non ci prendono più”. Quando Coelho sollevò in alto il pallone per decretare la fine dell’incontro, l’Italia aveva battuto la Germania 3 a 1 ed era campione del mondo.

Salvo Fumetto

L’Italia degli anni ’60: il governo Tambroni

Alla fine del 1959 Fernando Tambroni era ministro del Tesoro e del Bilancio. Avvocato ed esponente, sin da giovanissimo, del Partito Popolare Italiano, a ventiquattro anni fu eletto segretario provinciale di Ancona. Dopo l’instaurazione del regime fascista, nel 1926 subì un fermo di polizia per antifascismo. Dopo quell’episodio chiese e ottenne l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista e allo scoppio della guerra fu arruolato nella Milizia contraerea ad Ancona.

Tra il 1943 e il 1945 s’iscrisse alla Democrazia Cristiana, senza però partecipare in prima persona alla Resistenza partigiana. Dopo la Liberazione fu eletto deputato della DC all’Assemblea Costituente e in seguito rieletto alla Camera alle politiche del 1948, 1953 e 1958.

In occasione del VII Congresso della DC, tenuto a Firenze dal 23 al 28 ottobre 1959, Tambroni si mise in mostra con un discorso di apertura nei confronti del centrosinistra. Alla fine dei lavori rilasciò ai giornalisti la seguente dichiarazione:

“[…] Abbiamo pertanto il dovere e il diritto di un più ampio colloquio con le categorie attive del nostro paese e la possibilità di allargare il respiro e di consolidare la stabilità delle nostre istituzioni. Un colloquio da fare e un consenso da chiedere a più larghe masse operaie che vogliamo, di fatto, inserire nella vita dello Stato. A imprenditori intelligenti e capaci, a uomini dell’università e della tecnica, a studenti, a professionisti, a impiegati, a piccoli e medi imprenditori, a uomini nuovi e a nuove volontà, per chiamare tutti a una più vicina collaborazione con noi, per uno sviluppo più rapido del nostro processo produttivo, per una più rapida costruzione del nostro Stato moderno che deve essere sempre più uno Stato di diritto e di giustizia sociale.”

Il 23 marzo 1960 il presidente del Consiglio Antonio Segni si dimise in seguito alla mancata fiducia dei Liberali, spaventati dalle aperture a sinistra. Il 26 marzo 1960, dopo vari tentativi, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, affidò l’incarico a Fernando Tambroni di formare un nuovo governo. L’obiettivo politico era quello di superare l’emergenza, attraverso un governo provvisorio, in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma e di approvare il bilancio dello Stato entro il 31 ottobre. L’8 aprile, il governo monocolore democristiano, formato da Tambroni, ottenne la fiducia della Camera con una maggioranza di soli tre voti e con il decisivo appoggio dei deputati missini. La circostanza causò le dimissioni irrevocabili e immediate di tre ministri appartenenti alla sinistra della DC. L’11 aprile, dietro esplicito invito del proprio partito, il Governo rassegnò le dimissioni e il Presidente della Repubblica assegnò l’incarico ad Amintore Fanfani. Questi, tuttavia, dovette rinunciare, e Gronchi, anziché cercare una soluzione diversa, invitò Tambroni a presentarsi al Senato per completare la procedura del voto di fiducia. Il 29 aprile, sempre con l’appoggio dei missini e con pochi voti di scarto, il governo Tambroni ottenne la fiducia del Senato.

Perché Tambroni accettò i voti del MSI? Lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene:

“Tambroni vuole arrivare alla trattativa con i socialisti per aprire a sinistra ma ci vuole arrivare in condizioni di forza […], il grosso della DC gli lascia fare questo tentativo perché andando all’incontro con i socialisti, sarà più forte se ha dimostrato di poter governare comunque […].”

E perché il MSI votò la fiducia a Tambroni? Sempre da dichiarazioni di Sabbatucci:

“[…] Michelini (segretario del MSI) stava pensando a una qualche svolta, abbastanza clamorosa, che anticipasse di una ventina d’anni quell’operazione Destra Nazionale di Almirante e, ancora più avanti, quella di Alleanza Nazionale del Congresso di Fiuggi del ‘95 […] volevano entrare nel gioco politico ed erano disposti per questo a fare delle grandi svolte teoriche […].”

L’appoggio del Movimento Sociale al Governo non fu gratuito, il partito di destra convocò per i giorni 2,3 e 4 luglio il suo sesto Congresso a Genova, città decorata con la Medaglia d’oro della Resistenza. Ciò fornì l’occasione ai partiti di sinistra di scendere in piazza al fine di mettere in difficoltà il governo Tambroni. La protesta si fece sentire sempre più forte. Tambroni scelse la linea dura, dando origine ai noti fatti di Genova del 30 giugno 1960.

L'ora su Tambroni e genova

Le reazioni della sinistra genovese furono immediate. Il 15 giugno si svolse una prima manifestazione cui parteciparono più di 20mila persone per protestare contro il Congresso. Il 30 giugno si tenne lo sciopero generale indetto dai partiti e dai sindacati genovesi. Lo scontro con la polizia fu inevitabile. Le camionette e le jeep della celere eseguirono cariche sia nelle piazze, sia nelle vie limitrofe, sia sotto i porticati della parte alta di via XX Settembre. I manifestanti, che continuavano a fluire nella zona, nel frattempo si procurarono attrezzi da lavoro, spranghe di ferro e alcuni pali di legno dai vicini cantieri edili. Le forze dell’ordine iniziarono a impiegare, oltre che i lacrimogeni, anche le armi da fuoco. Alcune camionette della celere furono incendiate. Cinquanta manifestanti furono arrestati.

Il 1° luglio affluirono a Genova 7mila poliziotti e carabinieri, con l’ordine di usare le maniere forti. Tambroni dichiarò che quel Congresso si sarebbe tenuto in ogni caso. Nei giorni successivi la tensione in città era altissima. Si ricostituirono le formazioni di partigiani accorsi nel frattempo da tutta Italia. Il 7 luglio a Reggio Emilia a seguito di una grande e tumultuosa manifestazione, la polizia intervenne duramente e negli scontri cinque manifestanti restarono uccisi. Incidenti avvennero anche a Licata, a Palermo e a Catania, dove rimase ucciso un giovane bracciante. A questo punto il Governo capì di aver perso la partita e revocò l’autorizzazione al MSI di tenere il Congresso a Genova. Genova antifascista aveva vinto.

Il 13 luglio la direzione della DC pubblicò un documento in cui dichiarava esaurito il compito del Governo, dicendosi pronta e favorevole alla creazione di un nuovo esecutivo. Il giorno seguente Tambroni, riferendo alla Camera dei deputati, espose la tesi che le violenze erano state organizzate dal PCI, e il collegamento di queste con il viaggio a Mosca di Togliatti. Durante il Consiglio dei Ministri negò l’ipotesi di dimissioni, evidenziando che queste sarebbero potute sembrare un “cedimento alla piazza“, informando i ministri che gli scontri avevano destato preoccupazioni anche all’estero, compresi gli Stati Uniti.

A seguito delle proteste e dello sfaldarsi della propria maggioranza Tambroni si dimise il 19 luglio. Tambroni, partito con l’idea di favorire un governo di centrosinistra, si ritrovò a gestirne uno che aveva represso con la forza le manifestazioni di piazza, provocando morti e feriti, per appoggiare l’idea del MSI di tenere in ogni modo il Congresso a Genova. Qualcuno nel PCI lo definì un nuovo Bava Beccaris.

Salvo Fumetto

Alcune mostre di questo autunno/inverno

Bellezzadivina

Italia

Malevič, GAMeC, Bergamo, 2 Ottobre 2015 – 17 Gennaio 2016

Escher. Una retrospettiva, Complesso di Santa Caterina, Treviso, 31 Ottobre – 3 Aprile 2016

Bellezza Divina. Tra Van Gogh, Chagall e Fontana, Palazzo Strozzi, Firenze, 24 Settembre 2015 – 24 Gennaio 2016

henry-moore

Henry Moore, Museo Nazionale romano, Roma, 24 Settembre 2015 – 10 Gennaio 2015

Divisionismo da Segantini a Balla, Museo Arti decorative Accorsi-Ometto, Torino, 16 Settembre 2015 – 10 Gennaio 2016

Warhol inedito, Deodato Arte, Milano, 22 Ottobre – 21 Novembre 2015

Chagall. La grafica del sogno, Arengario e Casa degli Umiliati, Monza, 4 Settembre 2015 – 6 Gennaio 2016

Toulouse-Loutrec. Luci e ombre di Montmartre, Palazzo blu, Pisa, 16 Ottobre 2015 – 14 Febbraio 2016

De Chirico, Savinio e Les Italiens de Paris, Lucca Center of Contemporary Art, Lucca, 17 Ottobre 2015 – 14 Febbraio 2016

Estero

Goya. The portraits, The National Gallery, Londra, 7 Ottobre 2015 – 10 Gennaio 2016

Edvard Munch. Arquetipos, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, 6 Ottobre 2015 – 17 Gennaio 2016

cavaliere-azzurro

Picasso. Registros alemanes, Museo Picasso, Malaga, 19 Ottobre 2015 – 21 Febbraio 2016

Klee e Kandinsky. Vicini di casa, amici, concorrenti, Städtische Galerie im Lenbachhaus, Monaco, 21 Ottobre 2015 – 24 Gennaio 2016

Alberto Burri: The Trauma of Painting, Guggenheim Museum, New York, 9 Ottobre 2015 – 6 Gennaio 2016

Klimt/Schiele/Kokoschka und die Frauen, Unteres Belvedere, Vienna, 22 Ottobre 2015 – 28 Febbraio 2016

2 giugno 1946

“Signor Presidente, le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti coi quali si indice il Referendum sulla forma istituzionale dello Stato e s’invoca l’Assemblea Costituente che dovrà decidere della Costituzione. Confido che il Governo saprà provvedere affinché le elezioni si svolgano nella massima libertà degli individui e delle coscienze. Io, profondamente unito alle vicende del paese, rispetterò, come ogni italiano, le libere determinazioni del popolo che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria. Affezionatissimo, Umberto di Savoia.”

Il 16 marzo 1946, Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno dal giugno 1944, inviò al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi il Decreto luogotenenziale numero 98 che istituiva le norme relative alla convocazione e alle modalità del Referendum e delle elezioni dei rappresentanti dell’Assemblea Costituente.

La questione istituzionale monopolizzò la discussione politica fin dal 5 giugno 1944 quando, all’indomani della liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III aveva rinunciato all’esercizio delle sue prerogative monarchiche e nominato suo figlio Umberto Luogotenente del Regno. Il 18 giugno si costituì il Governo di Unità Nazionale sotto la guida di Ivanoe Bonomi. Il 25 giugno il governo approvò un decreto di Costituzione Provvisoria, in base al quale, dopo la liberazione di tutto il territorio nazionale, la forma dello Stato sarebbe stata decisa da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale, con il compito di redigere la nuova Costituzione. Una soluzione che in realtà non convinse tutti e contrastava con l’ipotesi di un referendum popolare caldeggiato da monarchici, liberali e Alleati, soprattutto inglesi. Umberto di Savoia propendeva per il Referendum, contando sulla popolarità della Monarchia soprattutto al Sud. I partiti di sinistra al contrario vedevano nella volontà popolare un grave rischio per la Repubblica, convinti invece che nella futura costituente ci sarebbe stata una maggioranza favorevole alla Repubblica. De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana e Presidente del Consiglio dal dicembre 1945, per tenere insieme il suo elettorato, quasi tutto monarchico, e i quadri del partito, in maggioranza favorevoli alla Repubblica, si espresse a favore del Referendum.

Il 2 giugno, dopo più di vent’anni di regime fascista, gli italiani si recarono alle urne. In quelle code interminabili davanti ai seggi per la prima volta nella Storia d’Italia c’erano anche le donne.

2 giugno corriere

Nella serata del 3 giugno i primi risultati iniziarono a confluire al ministero degli Interni. Apparve subito chiaro che lo scarto tra i voti repubblicani e quelli monarchici era piuttosto esiguo. Nei successivi due giorni le operazioni di conteggio proseguirono tra mille difficoltà, dovute all’inesperienza di scrutatori e presidenti di seggio, chiamati per la prima volta a quell’incombenza. Si registrarono molte irregolarità e le accuse di brogli si susseguirono da una parte e dall’altra. Il 5 giugno il ministro degli Interni Giuseppe Romita convocò una conferenza stampa per la lettura dei risultati: 12.182.000 voti alla Repubblica, 10.362.000 alla Monarchia. La Repubblica aveva vinto. Il 13 giugno dopo una serie di ricorsi contro il risultato del Referendum che provocarono moti di piazza a Roma e Napoli, Umberto decise di lasciare l’Italia per il Portogallo. Il 18 giugno la Corte di Cassazione, respinti i ricorsi presentati, annunciò i risultati definitivi del Referendum: l’Italia era una Repubblica.

In ricordo della nascita della Repubblica, ogni anno il 2 giugno è celebrata la Festa della Repubblica. Dal 1948 in Via dei Fori Imperiali, si tiene la parata militare che dal 1950 è stata inserita nel protocollo ufficiale delle celebrazioni.

Salvo Fumetto