Mostre estate 2017 in Italia

AOSTA

Segantini e i pittori della Montagna

Museo Archeologico

fino al 24 settembre

MILANO

New York New York. Arte italiana: la riscoperta dell’America

Museo del Novecento e Gallerie d’Italia

fino al 14 settembre

ROMA

Dai Crivelli a Rubens. Tesori d’arte da Fermo e dal suo territorio

Complesso monumentale di S. Salvatore i Lauro

fino al 9 luglio

FIRENZE

Ytalia

Forte di Belvedere

fino al 1 ottobre

FIRENZE

La fabbrica della bellezza. la manifattura ginori e il suo popolo di statue

Museo del Bargello

fino al 1 ottobre

VENEZIA MESTRE

Attorno a Tiziano. L’annuncio e la luce verso il contemporaneo

Centro culturale Candiani

fino al 2 luglio

VENEZIA

Picasso sulla spiaggia

Peggy Guggenheim Collection

aprirà il 28 agosto fino al 7 gennaio 2018

NAPOLI

Picasso e Napoli

Museo di Capodimonte

fino al 10 luglio

Gioacchino Murat Re di Napoli

Nel 1808 Napoleone nominò Gioacchino Murat Re di Napoli, dopo che il trono, strappato ai Borbone, si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a Re di Spagna. A Napoli il nuovo Re fu accolto con entusiasmo dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e i tentativi di porre riparo alla sua miseria. Durante il suo breve regno, Murat fondò il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade  e la Cattedra di agraria nell’università Federico II, ma condannò alla chiusura l’antica Scuola medica salernitana. Inoltre avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli ma anche nel resto del Regno.

Il 1º gennaio 1809, Murat introdusse il Codice Napoleonico, che, tra le varie riforme, legalizzò, per la prima volta nella penisola, il divorzio, il matrimonio civile e l’adozione, cosa che non fu gradita dal clero, che con questi provvedimenti perse la competenza sulle politiche familiari. La nobiltà apprezzò la riorganizzazione dell’esercito sul modello francese; i letterati apprezzarono la riapertura dell’Accademia Pontaniana e l’istituzione della nuova Accademia reale; i tecnici gradirono l’attenzione rivolta agli studi scientifici e industriali. Molto efficace, anche se attuata con metodi crudeli, fu la repressione del brigantaggio, affidata dapprima al generale Andrea Massena e poi al generale Charles Antoine Manhès.

Nel 1810, Murat provò la conquista della Sicilia dove si era rifugiato Ferdinando I, messosi  sotto la protezione degli inglesi. Giunse a Scilla il 3 giugno 1810 e vi restò sino al 5 luglio, quando fu completato il grande accampamento calabrese di Piale. Nel breve periodo di permanenza, Murat fece costruire i tre forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale. Il 26 settembre dello stesso anno, constatando la difficoltà  di conquistare la Sicilia, anche per il mancato sostegno di Napoleone, Murat dismise l’accampamento di Piale e ripartì per la capitale.

Murat partecipò, nella Grande Armée, alla campagna di Russia, al comando della Cavalleria napoleonica e di un contingente di soldati del regno di Napoli. Il 5 dicembre 1812 Napoleone, rientrando a Parigi, gli affidò il comando di ciò che rimaneva della Grande Armée. Tuttavia Murat, giunto a Poznań, lasciò a sua volta il comando dell’armata francese ad Eugenio di Beauharnais  e rientrò in tutta fretta a Napoli. Tornò comunque a fianco di Napoleone in tempo per combattere a Dresda ed a Lipsia, dopo di che lasciò l’armata. Giunto a Milano l’8 novembre, Murat fece sapere all’ambasciatore austriaco di essere disposto a lasciare il campo napoleonico e due mesi dopo fu firmato un trattato di alleanza fra Austria e Regno di Napoli. La notizia giunse a Napoleone mentre era impegnato nella difesa del suolo francese, la sera del 6 febbraio.

Murat, di fronte alla scelta di perdere quel Regno che aveva faticosamente costruito e rimesso in piedi o rimanere fedele a Napoleone, scelse il tradimento. Del resto i suoi rapporti con lo stesso Napoleone si erano ormai, da qualche tempo, deteriorati. Nel trattato l’Austria garantiva a Murat i suoi stati,  ponendo un’ipoteca sulle decisioni del congresso di Vienna, che in un primo tempo non volle privarlo del Regno di Napoli, appoggiata in questo anche dall’Inghilterra che aveva riconosciuto ufficialmente il trattato di gennaio. Il 1º marzo 1815 Napoleone sbarcò vicino a Cannes, dopo essere fuggito dall’isola d’Elba, e il 5 marzo Murat scrisse alle corti di Vienna e di Londra che, qualunque fossero state le sorti di Napoleone dopo il rientro in Francia dall’Elba, egli sarebbe rimasto fedele all’alleanza con i due Stati, così come gli aveva  chiesto lo stesso cognato, perdonandolo della sua condotta dell’anno precedente. Napoleone gli raccomandò soprattutto di mantenersi in accordo con gli austriaci e di limitarsi a contenerli se avessero marciato contro la Francia. Ma già il 19 dello stesso mese, temendo le intenzioni di restaurazione borbonica sui territori del suo regno, egli invase lo Stato Pontificio con un esercito di 35.000 uomini. Murat avanzò verso nord entrando, con il suo esercito, nelle Legazioni presidiate dall’esercito austriaco che, dopo alcuni tentativi di resistenza, si ritirò, lasciando a Murat la città di Bologna, dove entrò il 2 aprile. L’8 aprile fece presentare ai suoi plenipotenziari a Vienna una nota con la quale affermava la sua volontà di rispettare gli accordi del gennaio 1814. La risposta della diplomazia austriaca fu rapida: il 10 dello stesso mese il Ministro austriaco Metternich presentò ai plenipotenziari di Murat la dichiarazione di guerra ed il 28 aprile l’Austria firmò un trattato di alleanza con Ferdinando I delle Due Sicilie restituendogli la sovranità sul Regno di Napoli e di Sicilia. Murat fu sconfitto dagli austriaci, sancendo definitivamente la sua caduta e il ritorno del Borbone sul trono.

Intanto, dopo la disfatta di Tolentino e dopo aver emesso il 12 maggio il famoso proclama che chiamava alla rivolta gli italiani contro i nuovi padroni, presentandosi così come l’alfiere della loro indipendenza, Murat commise il suo ultimo errore. Aveva l’intenzione di portarsi a Gaeta per difendere il suo regno ormai perso, ma i suoi cortigiani gli imposero la partenza per la Francia per andare a combattere con Napoleone. Nella mattinata del 20 maggio s’imbarcò per Ischia e il 25 maggio riuscì a sbarcare a Cannes . Qui errò a lungo per la Provenza, nella speranza che Napoleone, ripreso il potere dopo la fuga dall’isola d’Elba, lo richiamasse nell’armata. Ma il Bonaparte non solo non lo richiamò, ma gli impose, tramite un inviato del ministro degli esteri Caulaincourt, di tenersi lontano da Parigi e di soggiornare tra Grenoble e Sisteron. Venuto a conoscenza della disfatta napoleonica a Waterloo, Murat si rifugiò in Corsica, dove fu presto circondato da centinaia di suoi partigiani. Avendo ricevuto false notizie sul malcontento dei napoletani, organizzò una spedizione per riprendersi il regno di Napoli. La spedizione, messa in piedi frettolosamente e forte di circa 250 uomini, partì da Ajaccio il 28 settembre 1815. Voleva sbarcare nei dintorni di Salerno ma, dirottato da una tempesta in Calabria e tradito dal capo battaglione Courrand, sbarcò l’8 ottobre nel porticciolo di Pizzo. Intercettato dalla Gendarmeria Borbonica al comando del Capitano Trentacapilli, Murat fu arrestato e fatto rinchiudere nelle carceri del locale castello. Informato della cattura dell’ex sovrano, il Generale Vito Nunziante si precipitò incredulo da Monteleone, dove si trovava, a sincerarsi dell’identità del prigioniero.

Ferdinando I, da Napoli, nominò una Commissione Militare competente per giudicare Gioacchino. Nell’ascoltare la condanna capitale Murat non si scompose. Chiese di poter scrivere in francese l’ultima lettera alla moglie e ai figli che consegnò a Nunziante in una busta con dentro alcune ciocche dei suoi capelli. Volle confessarsi e comunicarsi, prima di affrontare il plotone d’esecuzione che lo attendeva. Fu fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815.

Salvo Fumetto

Boccaccio e l’ Elegia di madonna Fiammetta

Boccaccio, autorevole personalità letteraria del panorama culturale italiano, e in particolare toscano, del XIV secolo che segue i grandi nomi di Dante e Petrarca, compose tra il 1343 e il 1344 l’Elegia di madonna Fiammetta, una delle opere più importanti prima dell’esperienza decameroniana. Con questa opera Boccaccio sperimentò il genere letterario dell’Elegia, un genere che secondo la norma dantesca del De vulgari eloquentia (II, 4,6) rappresenterebbe lo stile degli infelici (“stilus miserorum“), stile che esclude sia l’esito tragico della tragedia sia quello positivo dello stile umile-comico.

Il “lagrimevole stilo” dell’Elegia di madonna Fiammetta si ispira ad un importante modello classico che sono le Heroides di Ovidio, opera elegiaca che esprimeva in forma epistolare le tristezze e le nostalgie di donne e uomini amanti divisi dal fato.

La trama e la conclusione del “libretto” di Fiammetta sono coerenti con il genere elegiaco: la prosa narrativa dell’Elegia è ripartita in 9 capitoli preceduti da un prologo che Fiammetta, la narratrice e la protagonista della vicenda, rivolge alla “nobili donne“, considerate le lettrici ideali e privilegiate dell’opera in quanto predisposte, per il loro animo “pietoso“, ad immedesimarsi nelle vicende di storie d’amore dall’esito infelice e drammatico.

Infelice infatti è la storia d’amore raccontata da Fiammetta, storia autobiografica di una passione extraconiugale costituita da pochi eventi essenziali: dopo un sogno premonitore, Fiammetta incontra in un tempio il giovane Panfilo di cui, su persuasione di Venere, si innamora; segue un breve periodo di felicità che viene interrotto però da una serie di avversità operate dalla “nemica fortuna”: Panfilo infatti parte da Napoli per Firenze, Fiammetta viene a conoscenza  della falsa notizia delle sue nozze poi smentita dalle voci di un suo altro amore, la gelosia e i sentimenti di autodistruzione tormentano la donna fino al mancato tentativo di suicidio e, infine, la successiva speranza e illusione di un presunto ritorno di Panfilo a Napoli presto deluso. La vicenda si conclude con una disperata invocazione di Fiammetta che chiede di ottenere che la passione sia spenta “o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo“. Il finale, sostanzialmente aperto, costituisce il culmine dell’esperienza infelice.

Uno dei temi portanti dell’opera di Boccaccio è la “Fortuna” che si intreccia con le vicende della protagonista a cominciare dal suo ammonimento alle donne destinatarie del racconto nel prologo (“sì come li miei, così poco sono stabili li vostri casi“) e che tornerà ad essere un motivo protagonista nel Decameron.

La novità sostanziale dell’Elegia di madonna Fiammetta è il confinamento dell’autore, Boccaccio, ai margini del narrato: l’unica traccia dell’autore sta nelle rubriche, i brevi riassunti che intitolano ciascun capitolo, in cui ci si riferisce a Fiammetta in terza persona. L’intera vicenda infatti viene raccontata, attraverso la finzione autobiografica, dalla la voce narrante di una figura femminile, Fiammetta, la stessa protagonista della vicenda che ritorna anche, come figura minoritaria, in altre opere di Boccaccio.

Fiammetta narra la sua vicenda amorosa percorrendo il filo della rievocazione: spesso infatti molti stati psicologici sono filtrati dalla memoria letteraria che si rifà a situazioni e linguaggi della Vita nova e della Commedia dantesche, ma anche alla commedia elegiaca medievale, agli autori classici e ai “franceschi romanzi” di Tristano e Isotta di cui Fiammetta è lettrice.

Gli avvenimenti psicologici, modellati sulla fantasia e sull’immaginazione, prevalgono nettamente sull’azione: i sogni, le riflessioni, i pensieri e i presagi di Fiammetta sono i protagonisti indiscussi dell’opera boccacciana. Da qui il ricorso a uno stile alto e nobile che ben si adatta alla rappresentazione delle ansie e delle effusioni sentimentali di Fiammetta e alla sua natura di donna nobile e di buona cultura.

Maura Ricci

Matilde Serao e il Verismo

Nacque in Grecia, a Patrasso, nel 1857, da madre greca e padre napoletano. All’età di tre anni si trasferì a Napoli e qui da ragazza, lavorò prima come impiegata ai Telegrafi di Stato e poi come maestra di scuola. Successivamente visse a Roma, sposò Edoardo Scarfoglio, giornalista, ed entrò anche lei nell’ambiente giornalistico collaborando al “Corriere di Roma”. Con il marito poi tornò a Napoli dove fu condirettrice del “Corriere di Napoli” e poi del “Mattino”. All’inizio del Novecento, dopo la separazione dal marito dal quale aveva avuto quattro figli, fondò “Il Giorno”.

Esordì nel 1878 con una raccolta di novelle Opale e nel 1881 con un romanzo sentimentale Cuore inferno. Dedicò a Napoli alcuni libri importanti, oscillanti tra l’indagine sociologica e l’invenzione letteraria. In queste opere si manifesta una sua adesione al Verismo che non ha niente del rigore scientifico di Capuana e Verga, ma sta nelle descrizioni dettagliate degli ambienti e dei caratteri. In Il ventre di Napoli, un libro-inchiesta su Napoli del 1884, resta fedele al modello naturalista di Emile Zola. Infine appartengono ancora alla fase verista Il romanzo della fanciulla (1885) e la novella lunga La virtù di Checchina (1883).

Sembra invece scostarsi dalle linee veriste nei due romanzi successivi a Il romanzo della fanciulla, La conquista di Roma (1885) e Vita e avventure di Riccardo Joanna (1887) dedicati alla vita politica e culturale della capitale.

Nel Paese di cuccagna (1891) descrive le pratiche ossessive del gioco dell’otto in tutte le classi della società napoletana tornando nuovamente alle caratteristiche realiste.

Gli anni Novanta sono caratterizzati dalla crisi del Verismo e infatti la Serao se ne allontana aderendo invece a tendenze mistiche e idealistiche in polemica con il materialismo positivista. Di questa seconda fase va ricordato il romanzo Suor Giovanna della croce (1901) che racconta la storia di una suora costretta, con la chiusura di molti conventi ordinata dallo Stato italiano dopo l’unità a una vita solitaria e misera. Matilde Serao morì a Napoli nel luglio del 1927.

Maura Ricci

Il Rompicapo

Da quale opera è tratto questo dettaglio? Indovinate il famosissimo pittore che l’ha realizzata.

Soluzione del Rompicapo del 23-12-2014:

IL ROMPICAPO

Il Supplizio di Dirce, più conosciuto come Toro Farnese, è un gruppo scultoreo in marmo greco di età ellenistica, ritrovato nel 1546 nelle Terme di Caracalla a Roma e conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Fu collocato nel secondo cortile verso via Giulia del Palazzo Farnese, destò l’interesse di Luigi XIV che tentò invano di acquistarlo nel 1665, e nel 1786 fu trasportato a Napoli, dapprima nella Villa Reale e poi, nel 1826, nel Museo Nazionale. È la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata.

Il soggetto rappresenta il supplizio di Dirce, con i figli di Antiope, Anfione e Zeto, che, desiderosi di vendicare gli insulti alla madre, hanno legato Dirce ad un toro. Nella scena appaiono altri personaggi secondari, aggiunti nel cinquecento o settecento: un cane, un bambino e una seconda figura femminile, quest’ultima raffigurante forse Antiope.

Plinio il Vecchio afferma che la scultura fu commissionata alla fine del II secolo a. C. e fu tratta da un unico blocco di marmo. Successivamente fu trasferita a Roma da Rodi come parte dell’incredibile collezione di sculture e opere d’arte di Asinio Pollione, un politico romano vissuto nel periodo di passaggio tra la repubblica e il principato.

Complimenti al nostro Daniele per aver indovinato il Rompicapo!