Il Rompicapo

Eccoci tornati con un nuovo Rompicapo…tutto barocco! Dove si trova questa famosa cupola? E chi ne è stato l’artefice?

Soluzione del Rompicapo 13-07-2016

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Si tratta di un’opera di Alexander Calder, scultore e pittore statunitense, tra i più originali artisti contemporanei che a Parigi elaborò le sue prime costruzioni astratte. Laureato in ingegneria meccanica, si dedicò alla pittura, dal 1922, studiando all’Art student league di New York. A Parigi, nel 1926, costruì con sagace ironia oggetti semoventi, spesso ispirati alla vita del circo, e sculture in filo di ferro. Tra il 1926 e il 1930 scolpì anche una serie di figure in legno di notevole forza espressiva. Ancora a Parigi dal 1931 fu in stretto rapporto con Jean Miró e profondamente colpito dalle ricerche di Mondrian e di Arp. Aderì al gruppo Abstraction-Création ed elaborò in modi del tutto originali le sue prime costruzioni astratte. Nel 1932 espose i primi mobiles, come quello del nostro Rompicapo, lamine variamente foggiate e colorate che un ingegnoso sistema di sospensione mediante fili metallici fa muovere al minimo spostamento di aria. Ai mobiles affiancò la costruzione di sagome stabili e, tra il 1940 e il 1943, elaborò la serie delle Costellazioni e delle Torri, costruzioni di piccoli oggetti di legno collegati da fili di acciaio. Le sculture di C. evocano nelle loro forme piante e animali con una sottile allusione al dominio della fantasia sulle leggi. Alla leggerezza area dei mobiles, soprattutto dopo il 1950, Calder contrappose il formato sempre più gigantesco di stabiles, dai corpi opachi e dalle possenti arcature.

Il Rompicapo

Ecco il nuovo Rompicapo…Riconoscete questo dettaglio di un mosaico molto famoso??

Soluzione del Rompicapo del 6-05-2015

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Si tratta del gruppo scultoreo eseguito da Antonio Canova nel 1787-93 e intitolato “Amore e Psiche”. E’ esposto al Musèe du Louvre a Parigi; Ne esiste una seconda versione (1800-1803) conservata all’Ermitage di San Pietroburgo in cui i due personaggi sono raffigurati in piedi e una terza (1796-1800), sempre al Louvre, in cui la coppia è stante.

Nelle Metamorfosi Apuleio racconta la storia di Psiche, sposa di Amore, che perse il suo amato per aver disatteso alla promessa di non guardarlo mai in volto. Infine perdonata, Psiche fu condotta in cielo.

Le due figure sono rappresentate nell’atto subito precedente il bacio, un momento carico di tensione, ma privo dello sconvolgimento emotivo che l’atto stesso del baciarsi provocherebbe nello spettatore. La gestualità e il movimento introducono anche la dimensione del tempo eternizzato dall’artista in un attimo sublime, sospeso. Anche i personaggi, nei corpi adolescenziali e dalle forme perfette, sono idealizzati secondo un principio di bellezza assoluta e spirituale. Il gruppo scultoreo è posto, con il consenso dell’autore, su una pedana rotante, in modo che lo spettatore possa coglierne in pieno i pregi formali. Le due figure si intersecano tra di loro formando una x morbida e sinuosa che dà luogo ad un’opera che libra letteralmente nello spazio.

La scultura è eseguita in marmo bianco finemente levigato realizzando con successo il senso della carne, che Canova mirava ad ottenere nelle proprie opere. La monocromia, in contrasto alla drammaticità e al pittoricismo barocco, è un canone del Neoclassicismo che Canova riprende per privare l’opera di una carica espressiva troppo elevata ed eleggerla di fatto a capolavoro senza tempo.

Il Rompicapo

Tornando alla scultura…Chi è il famoso artista che ha realizzato quest’opera? Chi la riconosce?

Soluzione del Rompicapo del 13-04-2015

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Si tratta delle Nozze di Cana dipinto nel 1563 da Paolo Caliari, detto il Veronese. Nel 1797 Napoleone Bonaparte, innamoratosi del quadro, decise di appropriarsene come risarcimento delle spese di guerra. La tela fu smontata dalla parete l’11 settembre di quell’anno, tagliata in diversi pezzi e spedita a Parigi al Musée du Louvre dove è tuttora conservata.

Il dipinto mostra l’episodio della tramutazione dell’acqua in vino durante un matrimonio a Cana, contenuto nel Vangelo secondo Giovanni. L’architettura è in stile classico, caratterizzata dai due vasti colonnati ai lati del dipinto; al centro si apre un cortile sormontato da una balconata con un’importante balaustra. Lo sfondo mostra un cielo azzurro con nuvole bianche, nel quale emerge una torre anch’essa in stile classico.

In primo piano, al centro, si trovano dei musicanti intenti ad intrattenere i convitati; due di questi, l’uomo vestito di bianco con la viola da gamba e il personaggio con una tunica rossa e contrabbasso, sarebbero secondo la tradizione Veronese stesso e Tiziano.

Il Veronese non era molto interessato a parlare di storia e quando lo faceva era solo per popolare le sue composizioni di comparse di ogni sorta. Il suo intento era quello di dipingere per ornamento e questo gli permetteva di inserire in un’ultima cena, travestita da banchetto nuziale, uomini in arme, buffoni, nani, ubriachi, cani, scimmie e pappagalli.

Secondo diverse interpretazioni dei critici altri celebri personaggi sono riconoscibili nel dipinto: Francesco I di Francia, Maria I d’Inghilterra, Carlo V, Eleonora d’Asburgo, Solimano il Magnifico, Giulia Gonzaga, Vittoria Colonna e altri.

Curiosità…Questo quadro si trova nella sala che, all’interno del Louvre,ospita la Gioconda e precisamente nella grande parete di fronte.

Gertrude Stein e la “Generazione perduta”

Gertrude Stein (1874-1946), studiosa di psicologia sperimentale e di neurologia, portò nella letteratura la sua vena scientifica e la sua attenzione per la tecnologia moderna. Con lei si può parlare di sperimentalismo e proiezione verso il futuro.

La scrittrice americana si concentra sul linguaggio e sulla capacità della società contemporanea di modificare i modi di percezione.

Three Lives [Tre esistenze] del 1908, per esempio si presenta come analisi e scomposizione critica del linguaggio delle tre protagoniste, quello mentale e quello parlato. Alla Stein qui interessa più che la storia delle tre donne, la loro psicologia e l’analisi linguistica. Prende così piede la svalutazione della trama che nelle opere successive sarà ancora più evidente. In Tenders Buttons [Teneri bottoni] del 1914 si sente l’influenza del cubismo. Infatti con la tecnica del “collage” trasferisce sulla pagina la multilateralità sincronica di un presente nel quale confluiscono le tre dimensioni del tempo.

Gertrude Stein con il suo sperimentalismo mette in discussione sia la parola sia i generi letterali ibridandoli e destrutturandoli. Così il racconto cessa di raccontare (The Making of Americans [C’era una volta gli americani] (1925) e il trattato scientifico diventa surreale (The Geographical History of America [Storia geografica dell’America] (1936).

Lei visse a Parigi fino alla sua morte insieme alla compagna Alice B. Toklas e fece della sua casa un punto di incontro tra artisti europei (Pablo Picasso, Henri Matisse, George Braque) e scrittori americani (Sherwood Anderson, Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald). Il salotto di Rue de Fleurus 27, non lontano dal giardino del Lussemburgo, fu il polo attrattivo di questi artisti e narratori.

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Anderson era lo scrittore americano che forse di più si avvicinava allo stile innovativo di Gertrude Stein, e fu proprio lui che presentò Hemingway alla scrittrice. Gertrude subì fin dall’inizio il fascino di questo squattrinato giovane scrittore americano che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale prestando servizio sul fronte italiano del Piave. Hemingway da parte sua frequentò il salotto della scrittrice americana, entrando a far parte di quel gruppo di scrittori espatriati dall’America negli anni Venti, e che erano maturati proprio nel periodo della Grande Guerra, definiti dalla stessa Stein “La generazione perduta”. Questa espressione fu resa popolare dallo stesso Hemingway che la cita nel suo primo romanzo Fiesta (1926) attribuendola alla sua mecenate e mentore Stein. Successivamente confessò nel romanzo, pubblicato postumo, Festa mobile, di aver preso in prestito l’espressione “Generazione perduta” dal proprietario del garage dove era tenuta l’auto della scrittrice. L’uomo avrebbe rivolto l’espressione: “Siete tutta una génération perdue!” ad un giovane meccanico che non era riuscito a riparare l’auto di Gertrude. La Stein, nel raccontare la storia di Hemingway, aggiunse: “Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta”.

Ernest e Gertrude avevano un rapporto molto vivace e lei, più anziana, gli faceva da maestra di vita. Non è da escludere il fatto che lo stile innovativo di Three Lives, avesse avuto una certa influenza sullo stesso modo di scrivere di Hemingway. I due scrittori amavano molto andare alle corse dei cavalli, e se vincevano c’era in programma il ristorante dove erano soliti incontrare James Joyce con la moglie e i figli. Alice, la compagna di Gertrude, sembra avesse spesso mostrato una certa gelosia per lei tanto da non vedere di buon occhio l’amicizia con Ernest. Lo scrittore americano infatti aveva dimostrato una certa attrazione erotica per Gertrude che confessò ad un amico, e che era convinto fosse da lei ricambiata. Così Alice riuscì a convincere la scrittrice del carattere subdolo di Hemingway e a farlo allontanare dalla frequentazione della loro casa.

Entrò a far parte del circolo del salotto di Reu de Fleurus anche il raffinato e ricco Fitzgerald, scrittore del celebre romanzo The Great Gatsby (1925). Qui Scott ebbe modo di conoscere anche Hemingway, e la loro conoscenza si approfondì in modo particolare durante un viaggio da Lione a Parigi. I due artisti erano profondamente diversi tra loro, sanguigno e vitale Hemingway, decadente e raffinato Fitzgerald, e nonostante ciò riuscirono a stringere un legame di reciproca simpatia e ammirazione. Dopo Parigi i due non ebbero più modo di rivedersi.

Per dieci anni, dal 1904 al 1914, Gertrude e i suoi fratelli Leo e Michael, oltre a Sarah, la moglie di quest’ultimo, furono i più attivi e profondi conoscitori delle avanguardie parigine. Nel 1906 il fratello Leo acquistò infatti il suo primo Picasso e volle assolutamente conoscere l’artista, che ben presto divenne un affezionato frequentatore di casa sua. La frequentazione di Gertrude Stein, la più intellettualmente dotata della famiglia, diventò centrale per la maturazione di Picasso. Tramite lei conobbe Henry Matisse, che stimerà molto, e poté osservare le importanti opere di Cézanne. Ma lo scambio non fu a senso unico, i romanzi della scrittrice sono considerati tra le più esplicite traduzioni delle novità introdotte da Picasso nella rappresentazione pluridimensionale dell’oggetto.

Il libro di Gertrude Stein su Picasso, pubblicato per la prima volta nel 1938, è a tutt’oggi la più vivace introduzione, particolareggiata e critica, del personaggio dominante l’arte del XX secolo. E non è un caso che a scriverla sia stata Gertrude Stein, il grande mostro sacro dell’avanguardia, la testimone per eccellenza, che ebbe modo di seguire la vita di Picasso a partire dal primo periodo a Parigi. Per la Stein Picasso fu fin dall’inizio un gigante della pittura, un insuperabile artista. Gertrude osservò tutte le sue fasi stilistiche, dal periodo rosa alla scoperta dell’arte negra, dal cubismo al neoclassico monumentale, con una attenzione penetrante, con una devozione quasi infantile e con una autonomia e forza di giudizio di cui queste pagine sono una splendida prova. E sono pagine che possono anche essere considerate un esempio di quella singolare arte della scrittura – paratattica, insistente, nostalgicamente legata a un ideale parlato americano – che nell’opera della Stein si è manifestata poche altre volte in una forma altrettanto perfetta.

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Un famoso aneddoto spiega il tipo di rapporto che vi era tra i due: una sera, durante una cena nella casa parigina della Stein, uno sconosciuto si avvicinò a Picasso e, indicandogli il quadro appeso alla parete, gli chiese: “E’ Gertrude Stein?” “Si.” “Non le assomiglia!” E Picasso: “Non importa. E’ lei che finirà per assomigliargli”.

Sara D’Incertopadre – Maura Ricci

Il Rompicapo

Oggi abbiamo il dettaglio di una scultura molto famosa…quale è il soggetto? E chi l’autore?

Soluzione del Rompicapo del 2-02-2014

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Il dettaglio appartiene all’opera Armonia in rosso, o La stanza rossa, di Henri Matisse. Il quadro (olio su tela, cm 180,5×221), composto dall’artista nel 1908 e acquistato nello stesso anno dal collezionista russo Sergei Shchukin, è oggi conservato al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

I due fattori che immediatamente colpiscono sono le ampie superfici cromatiche e la bidimensionalità del quadro, che non presenta profondità spaziale. Le sottilissime linee di contorno e confine sono annullate dal colore rosso, e i motivi floreali presenti sulla tovaglia proseguono sulla tappezzeria della parete di fondo in un continuum decorativo. Protagonista indiscusso del quadro è il colore (rosso, blu, giallo), steso dal pittore in macchie monocrome piene. È proprio l’isolamento e l’appiattimento della componente cromatica a generare il totale appiattimento decorativo della composizione. Risulta chiaro che non vi è rappresentazione del reale ma di uno spazio interiore ed emotivo.

La lettura di Note di un pittore, scritto da Matisse poco prima di dipingere quest’opera, ci conferma quanto per l’artista l’approfondimento dei mezzi pittorici fosse indispensabile per la trasmissione di un’emozione attraverso il quadro. Se i mezzi pittorici riescono a trasmettere un’emozione, valgono indipendentemente per la loro istanza rappresentativa e referenziale.

La scelta del luogo occupato dalle figure, gli spazi vuoti attorno ad esse, le proporzioni, quindi l’intera organizzazione del quadro è volta all’espressività.

L’intensificazione dell’osservazione della realtà ha lo scopo di creare un’armonia, un equilibrio, una serenità parallela.

In origine il quadro era stato concepito come Armonia in blu, e così esposto al Salon d’Automne di Parigi, ma solo la scelta di modificarlo col colore rosso convinse Matisse che l’opera fosse realmente finita. Proprio in quegli anni l’artista si avvicinava alla scoperta della cosiddetta “sintesi astrattiva”, comprendendo come la qualità del colore fosse data dalla quantità dello stesso. Questa costante ricerca all’interno della pittura caratterizzò tutta l’attività di Henri Matisse, padre del movimento espressionista dei Fauves.

Rosalba Carriera. Un cognome…Un destino

Nata a Venezia il 12 gennaio del 1673, Rosalba Carriera fu una fra le maggiori ritrattiste e una delle principali artiste di riferimento del Settecento veneziano.

Ebbe un’educazione artistica completa che comprendeva, oltre la pittura, lo studio della musica e il ricamo, la tipica attività cui si dedicavano le giovani donne a quei tempi.

Ma Rosalba Carriera si discostò decisamente dallo stereotipo femminile della damina settecentesca tutta capricci e frivolezze, tanto che ella stessa si impegnò nel creare una sorta di circolo cui facevano parte personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Nel 1705 viene ammessa all’Accademia di San Luca di Roma dopo aver presentato il dipinto intitolato Fanciulla con colomba.

Quando tra il 1719 e il 1720 giunsero a Parigi alcune delle maggiori personalità veneziane tra cui Anton Maria Zanetti il Vecchio e Gian Antonio Pellegrini, la stessa Carriera non mancò di soggiornarvi. La pittrice fu ospite di Pierre Crozat, tesoriere del regno e collezionista raffinato, nel suo Hotel di Rue de Richelieu dall’aprile del 1720 al marzo del 1721.

La Carriera mostrò fin da subito di preferire una pittura chiara e sostenuta da una certa fermezza nel disegno; dimostrando inoltre di preferire la tecnica del pastello, accanto a quella della miniatura a tempera e di prediligere il ritratto di tipo “intimistico” che la rese famosa.

La fortuna della Carriera non fu tanto in patria, a Venezia, quanto piuttosto presso una committenza cosmopolita, europea. Ricevette infatti committenze da parte di Massimiliano II di Baviera nel 1704, da parte del re Federico IV di Danimarca nel 1709, dal principe di Sassonia e futuro re di Polonia, Augusto III, che le aprì le porte per nuove committenze nella sua corte.

A Parigi la Carriera si trovò al posto giusto nel momento giusto poiché vi aveva trovato un rinnovamento della tradizione accademica grazie alla presenza dei pittori Charles La Fosse e Antoine Watteau, che stavano lavorando in senso antiaccademico al superamento della gerarchia dei generi pittorici.

In tale contesto il successo della pittrice veneziana fu assicurato e nello stesso tempo di proporzioni inaspettate; diventò ritrattista alla moda perfezionando il modo di dipingere i suoi personaggi, colti in maniera intimistica e psicologica. La Carriera entrava nella psicologia del personaggio per riportare fedelmente le apparenze fisionomiche semplificando al massimo la struttura compositiva del ritratto per far sì che l’attenzione si concentrasse sui volti. Oltre ad essere una gran ritrattista, la pittrice venne spesso richiesta per commissioni più impegnative come il ciclo dei Quattro Elementi, conservato alla Galleria Corsini di Roma, iniziato nel 1741 e portato a termine nel 1743.

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Nel 1746 contrasse una malattia agli occhi che la portò alla totale cecità, nonostante diversi interventi alla cornea, e la costrinse ad abbandonare la sua attività pittorica. Dovette trascorrere gli ultimi anni della sua vita senza poter dipingere e in uno stato di triste angoscia che la portò quasi alla follia.

Dipinse proprio intorno al 1746 uno dei suoi autoritratti più noti, quello in cui si sarebbe ritratta nei panni della Tragedia, assai diverso dal famoso autoritratto giovanile del 1715 e conservato agli Uffizi, dove si rappresentò insieme alla sorella, dipinta su una tela.

Si spense nella sua città natale il 15 aprile 1757 dopo aver dedicato un’intera vita alla pittura e alla ritrattistica, la sua passione.

Sara D’Incertopadre

Berthe Morisot. Una pittrice moderna

Nipote del celebre esponente del Rococò francese Jean-Honoré Fragonard, Berthe Morisot, con l’americana Mary Cassat, è considerata una delle maggiori pittrici del XIX secolo.

Di famiglia alto-borghese, insieme alla sorella Edma, fu incoraggiata a dipingere dalla madre. Non potendo frequentare l’École des Beaux-Arts di Parigi, vietata alle donne, le sorelle ebbero come maestri Joseph-Benoît Guichard, allievo di Ingres e Delacroix, e Camille Corot, con il quale, presso l’atelier di Ville d’Avray, cominciarono lo studio della pittura en plein air.

Dopo il matrimonio di Edma, Berthe proseguì da sola la carriera d’artista. Tramite il pittore Henri Fantin-Latour, conobbe Édouard Manet, di cui divenne intima amica e di cui sposò il fratello Eugène. Suo grande ammiratore, Manet chiese a Morisot di posare per lui come modella, ritraendola, nel corso degli anni, undici volte. Il ritratto di lei più noto rimane indubbiamente Berthe Morisot con un mazzo di violette (1872), del Musèe d’Orsay.

Nonostante sia più frequentemente ricordata come modella dei suoi contemporanei, Berthe Morisot fu un’artista amatissima e molto stimata fra i suoi colleghi. Dopo le prime due esposizioni nello storico atelier del fotografo Nadar in boulevard des Capucines n. 35, dove fu ammessa nel 1864, fu l’unica donna a partecipare attivamente a sette delle otto mostre degli Impressionisti (escluso l’anno della maternità), divenendo presto modello di indipendenza e talento (provocando lo sdegno del vecchio maestro Guichard!)

Pur dipingendo spesso paesaggi, fu il mondo delle occupazioni femminili e dei rituali domestici il tema prediletto della sua pittura. In uno dei suoi quadri più importanti, La culla (del 1872, conservato al Musèe d’Orsay), con cui partecipò alla prima mostra dell’Impressionismo del 1874 ricevendo molto successo, è raffigurata la sorella Edma che accudisce la figlia Blanche. L’atteggiamento assorto della madre e lo sguardo sognante rivolto alla neonata, di cui si intuiscono appena i tratti attraverso il velo sottile, rivela il tono intimo e sereno della composizione. Nella realizzazione dei drappeggi, Morisot dimostra grande delicatezza e raffinatezza: il rivestimento della culla e della tenda, in cui compaiono piccole decorazioni, presenta leggere variazioni di bianco che suggeriscono la diversa consistenza dei tessuti.

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In seguito all’avventura impressionista, l’artista riuscì ad allestire diverse mostre personali presso rinomate gallerie parigine, compresa quella di Paul Durand-Ruel che ospitò la settima esposizione del gruppo.

La casa della pittrice si trasformò presto in un luogo di incontro per pittori e intellettuali, quali Pierre-Auguste Renoir, Émile Zola, Stéphane Mallarmé.

È proprio a Mallarmè che, nel 1895, Morisot, rimasta vedova due anni prima, affidò la figlia Julie prima di morire, a 59 anni, per una polmonite.

La sua lapide, nel cimitero di Passy, la ricorda esclusivamente come vedova di Eugène Manet. Anche il suo certificato di morte, del resto, non accennò alla sua carriera, definendola “senza professione”.

Fortunatamente, la memoria della sua arte restò viva nel mondo di cui faceva parte. Nel primo anniversario della morte, la galleria Durand-Ruel le dedicò una grande retrospettiva, con 394 tra tele, acquerelli e disegni.

Il genere femminile sicuramente escluse Berthe Morisot dalla frequentazione dei motivi moderni, urbani e mondani, che caratterizzarono tanta pittura di metà Ottocento. Eppure la sua sensibilità rivolta all’aspetto interiore delle sue figure, e dei suoi paesaggi, non mancò di soffermarsi sulle mansioni e le condizioni delle lavoratrici nelle imprese industriali nascenti, dandoci una tra le immagini più sincere e meno ingenue dei cambiamenti allora attuali, del lavoro la cui durezza irrigidisce l’ambiente, e l’uomo.

Nel ricordare i protagonisti della pittura dell’età moderna, non va dimenticata la peculiarità di Berthe Morisot, che come scrisse Paul Valery, “visse la sua pittura e dipinse la sua vita”.

Serena Ficarola