La breccia di Porta Pia

Dopo la sconfitta di Garibaldi il 3 novembre 1867 a Mentana i tentativi di annettere Roma alla causa italiana, sembravano ormai del tutto esauriti. Le ragioni vanno ricercate nella situazione politica europea che contrapponeva la Prussia di Bismarck alla Francia di Napoleone III e nella sudditanza che Vittorio Emanuele II aveva nei confronti dell’imperatore francese. I primi dieci anni del Regno d’Italia furono caratterizzati da una stretta alleanza con la Francia di Napoleone III che aveva consentito durante le guerre d’indipendenza la sconfitta del potente impero asburgico. Col tempo l’alleanza si tramutò in vera e propria subordinazione alla volontà dell’imperatore, contrario all’annessione di Roma. Nel 1864, infatti, la Francia impose all’Italia una convenzione che prevedeva lo spostamento della capitale del regno a Firenze, in segno di rinuncia a qualunque pretesa su Roma. Vittorio Emanuele II era quindi contro ogni passo verso la conquista di Roma e nel 1869 provò a negoziare con la Francia un’alleanza più stretta che escludeva espressamente l’occupazione di Roma da parte italiana. Ma il governo fu di parere contrario: la Destra, pur filo-francese, temeva le complicazioni diplomatiche con la Prussia, la Sinistra si augurava la disfatta di Napoleone III, quale condizione per risolvere la questione romana.

Il 14 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia ma fra il 1° e il due settembre, dopo poco più di un mese dall’inizio delle ostilità, la Prussia costrinse i francesi alla resa nei pressi di Sedan. Nel frattempo ad agosto le truppe francesi, inviate nel ’67 a difesa del Papa contro il tentativo di Garibaldi di prendere Roma, avevano lasciato la città per rafforzare il fronte del Reno. La sconfitta di Napoleone III alimentò i fautori di una presa della città eterna. Quintino Sella minacciò di dimettersi se non si fosse approfittato di quell’occasione per sfidare la Francia e occupare Roma; la Sinistra minacciò addirittura di abbandonare il parlamento; dai prefetti giungevano notizie di tafferugli nelle piazze dei territori pontifici. Quando il 5 settembre si seppe che a Parigi era stata proclamata la Repubblica, il governo italiano ruppe ogni indugio pronunciandosi per l’annessione dello Stato pontificio, previo un tentativo di accordo col Papa. Vittorio Emanuele II dovette accettare, suo malgrado, la decisione del governo.

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Pio IX, aveva convocato, già nel 1863, il Concilio ecumenico vaticano I, col proposito di riconoscere come dogma il potere temporale del Papa, in modo che chiunque l’avesse violato sarebbe caduto in eresia. Quando iniziarono i lavori l’8 dicembre del 1869, sulla questione posta da Pio IX del riconoscimento del suo potere temporale, mancò l’unanimità su cui contava, costringendolo, il 18 luglio alla conclusione dei lavori, a proclamare con la bolla Pastor aeternus l’infallibilità del Papa. Pio IX si convinse che quel Concilio aveva risolto tutte le difficoltà e rimosso i pericoli che insidiavano la Chiesa. Ma la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia pose i governi cattolici europei, preoccupati dalle ripercussioni politiche, in contrasto nei confronti della Santa Sede, aprendo così la strada della conquista di Roma da parte italiana. Il governo, presieduto da Giovanni Lanza, decise l’intervento armato contro lo Stato pontificio, previo un tentativo diplomatico di convincere il Papa ad accettare l’annessione al Regno d’Italia. Quando la missione diplomatica, affidata a Gustavo Ponza, consegnò la lettera del Re a Pio IX, la sua risposta fu: <<Non sono un profeta, né figlio di profeta, ma vi assicuro che in Roma non entrerete>>.

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Il corpo di spedizione italiano attraversò il confine lo stesso giorno in cui Ponza consegnò la lettera del Re in Vaticano. Lo comandava il generale Raffaele Cadorna che all’alba del 20 settembre 1870 con un cannoneggiamento dell’artiglieria, aprì un varco di circa trenta metri nelle mura di Roma all’altezza di Porta Pia da cui i bersaglieri entrarono nella città sacra. Nel frattempo il comandante delle truppe papaline, generale Hermann  Kanzler, si apprestava a firmare la resa nel quartier generale di Cadorna.

La retorica risorgimentale attribuisce alla presa di Roma un’enfasi da impresa epica. Senza sminuire la grandezza del suo significato politico, l’impresa militare fu molto modesta e a testimoniarlo sono i 19 morti e i 49 feriti di parte papalina e i 49 morti e i 141 feriti di parte italiana.

Denis Mack Smith nella sua opera Storia d’Italia dice: << La distruzione del potere temporale dei papi fu il punto culminante del Risorgimento e forse la sua più importante realizzazione. Fin dall’epoca di Petrarca, gli italiani avevano guardato a Roma non solo come al centro del mondo e della vera religione, ma come al cuore d’Italia. Machiavelli aveva accusato il potere temporale della Chiesa di essere il maggiore ostacolo all’unità nazionale. Ma quando il potere temporale cadde finalmente nel 1870, patrioti come Jacini e Capponi poterono considerare con ostilità il tono tracotante che il bombardamento di Porta Pia aveva dato al trionfo nazionale.>>

Il 2 ottobre 1870 un plebiscito sull’annessione di Roma all’Italia si chiuse con quarantamila e, solo, quarantasei no.

Salvo Fumetto

1849 La Repubblica Romana

Dopo aver inviato a sostegno del Piemonte un esercito pontificio, Pio IX si convinse che la guerra contro l’Austria, dichiarata da Carlo Alberto, fosse vantaggiosa solo per i Savoia. Per questo motivo emanò l’Allocuzione del 29 aprile 1848 con la quale condannava la guerra all’Austria: <<… ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d’Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci… ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli.>>. Pio IX cominciò a sconfessare gli entusiasmi patriottici che aveva suscitato nei mesi precedenti. Il generale Giovanni Durando, a capo dell’esercito pontificio, saputo dell’Allocuzione del Papa, decise di non ubbidire e rimase a sostenere la rivolta di Venezia governata da Daniele Manin. Quando le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci, grazie all’intervento del maresciallo Radetzky che costrinse Carlo Alberto a ripiegare su Milano, il generale Welden, per ordine del maresciallo austriaco, attraversò il Po arrivando a Ferrara e Bologna, insediando le legazioni del Papa. Ma la popolazione di Bologna insorse, costringendo Welden a ripiegare sul Po. La reazione dei bolognesi non fu un atto di fedeltà al Papa ma una ribellione alla tracotanza degli austriaci. Infatti, a Roma, e in tutto lo stato della Chiesa, Pio IX cominciò a risentire di una forte opposizione politica per il distacco del Papato dalla causa dell’unità nazionale.

Dopo una serie di crisi di governo, il 15 novembre Pellegrino Rossi, ultimo primo ministro, fu assassinato da un gruppo di popolani di cui faceva parte il figlio di Ciceruacchio che inscenò sotto il Quirinale, una manifestazione per chiedere “…un ministero democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. La sera del 24 novembre Pio IX fuggì da Roma, vestito da semplice sacerdote. La sera del 25 era già nella fortezza di Gaeta sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni che votarono un’assemblea costituente la cui prima riunione si tenne il 5 febbraio. Lo stesso giorno la nuova assemblea proclamò la repubblica e il 9 febbraio, con 118 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti, votò la Costituzione della Repubblica Romana. Il 5 marzo arrivò a Roma Mazzini eletto deputato in un’elezione suppletiva. In quel momento il potere era nelle mani di un triumvirato Mazzurelli-Armellini-Saffi. Il primo, sconfortato dalla sconfitta di Carlo Albero a Novara, cedette il posto a Mazzini.

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Mazzini era dell’idea che servisse un potere provvisorio e dittatoriale, che rendesse la rivoluzione romana, l’emblema e la guida della rivoluzione italiana. Se Carlo Alberto avesse ripreso l’iniziativa contro gli austriaci per unificare l’Italia, bisognava secondarlo, contrapponendo però a quella monarchia una soluzione democratica e repubblicana del problema nazionale. Era il repubblicano Mazzini di sempre, che divenne in quel momento il vero e unico dittatore di Roma. Dovette affrontare però enormi difficoltà. Prima fra tutte l’impossibilità di costituire un esercito repubblicano vista la riluttanza della popolazione alla leva. Inoltre le casse dello Stato erano vuote quindi armare i diecimila soldati che riuscì a mettere insieme, impresa impossibile. Inoltre non esistevano fabbriche che producessero armi all’interno dello Stato pontificio e acquistarle fuori davvero impossibile, circondato com’era dai nemici della Repubblica. Il Papa aveva lanciato un appello a tutte le potenze cattoliche affinché lo restaurassero sul trono e l’appello non fu inascoltato. Dal sud era in marcia un esercito borbonico. La Spagna stava armando una spedizione navale. Radetzky non aspettava altro che scagliare le sue truppe su Roma. L’unica speranza era la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte. Quest’ultimo, che si apprestava a diventare imperatore e non voleva inimicarsi le grandi potenze, attuò un doppio gioco. Fece credere ai romani di intervenire per cercare una mediazione tra il Papa e il governo rivoluzionario, e agli austriaci di occupare Roma per restaurarvi il Papa. Quando i francesi sbarcarono a Civitavecchia, mandarono il colonello Le Blanc a colloquio con Mazzini con il messaggio che i francesi intendevano impiantarsi a Roma per favorire un accordo del governo con Pio IX e prevenire una spedizione punitiva austro-borbonica. Mazzini convocò l’assemblea e pose il dilemma: accettare che i francesi entrassero in città credendo nel loro intento di mediazione o opporgli resistenza rifiutando il loro intervento.

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L’assemblea si pronunciò per la resistenza e diede pieni poteri a Mazzini. I francesi attaccarono il 30 aprile ma Garibaldi, che era corso a Roma per combattere al servizio della Repubblica, li sgominò e prese a inseguirli, fermato solo dall’ordine di Mazzini, preoccupato della presenza dell’esercito borbonico a Palestrina. Nonostante fosse ferito, Garibaldi mise in fuga anche i borbonici e mentre entrava in territorio napoletano, venne di nuovo fermato dal generale Rosselli cui il governo aveva affidato il comando supremo. Ormai il destino della Repubblica Romana era segnato. Una spedizione spagnola sbarcata a Gaeta, puntava su Terracina. Gli austriaci erano in marcia su Ancona. L’esercito francese, comandato dal generale Oudinot, ricevuti rinforzi, si preparava alla rivincita. I francesi, che in un primo momento avevano concordato con Mazzini un ingresso pacifico a Roma, la notte tra il 2 e 3 giugno 1849 si schierarono tra il Gianicolo, villa Pamphilii e villa Corsini, assediando Roma e sottoponendola a un violento bombardamento.

Fu Garibaldi a opporre un’estrema resistenza, assalendo più volte villa Corsini dove perì il meglio dei suoi uomini. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno Oudinot sferrò l’attacco decisivo che costò ai romani una carneficina. Mazzini riunì l’assemblea per decidere il da farsi: capitolazione, resistenza fino alla morte, evacuazione dell’esercito per continuare la lotta. Mazzini e Garibaldi erano per l’evacuazione ma l’assemblea decise la capitolazione. Il 3 luglio i francesi entrarono a Roma ponendo fine alla Repubblica Romana.

Salvo Fumetto

E’ successo un quarantotto!

Nel 1848 le popolazioni italiane erano insoddisfatte delle amministrazioni che le governavano. La crisi economica del biennio precedente accrebbe le inquietudini nei confronti dei sovrani dei vari Stati in cui si divideva allora l’Italia. Sempre più forte si levava la voce dei liberali nella richiesta di riforme. La parola “costituzione” echeggiava nelle piazze di tutte le principali città della penisola. A guidare il pensiero dell’epoca furono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio che pur prospettando modi diversi per unificare l’Italia, inculcarono negli italiani le prime idee di Nazione e di Patria, fomentando in tal modo un effetto rivoluzionario che attraversò tutta la penisola.

Descriviamo in ordine cronologico i principali avvenimenti di quell’anno.

Il 12 gennaio divampa l’insurrezione a Palermo, capeggiata dal mazziniano Rosolino Pilo che costituisce un governo provvisorio. L’11 febbraio il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, concede la Costituzione e, sei giorni dopo, il Granduca di Toscana, Leopoldo II, promulga a sua volta lo Statuto. Tra il 4 e il 5 marzo Carlo Alberto di Savoia promulga lo Statuto albertino. I princìpi su cui si basa sono la monarchia e il sistema bicamerale, con un Senato i cui membri sono nominati dal Re e una Camera dei deputati eletti in base al censo.

Il 17 marzo la notizia della rivoluzione a Vienna giunge a Venezia. La popolazione libera il patriota Daniele Manin e Niccolò Tommaseo e il 22 marzo è proclamata la Repubblica di San Marco.

Tra il 18 e il 23 marzo insorge Milano. Gli austriaci sono cacciati dalla città e si costituisce un governo provvisorio (le cinque giornate di Milano). Il 23 marzo il Piemonte dichiara guerra all’Austria, dando inizio alla prima guerra d’indipendenza. Nel mese di aprile i piemontesi ottengono le prime vittorie a Goito, a Monzambano, a Valeggio e a Pastrengo ma Pio IX, alla fine del mese, ritira le sue truppe schierate a fianco dei piemontesi, dando una prima delusione ai liberali che credevano in una federazione di Stati guidati dal Papa (Gioberti).

A maggio si allarga l’adesione al Piemonte. A Parma e Piacenza, un plebiscito sancisce l’annessione del Ducato al Piemonte. Fanno seguito altri plebisciti a Modena, Reggio, Padova, Rovigo, Vicenza, Treviso e nell’intera Lombardia che stabiliscono la loro volontà di unione al Regno Sardo. Nel frattempo, il 4 maggio, un corpo di spedizione borbonico, condotto dal generale Guglielmo Pepe, parte alla volta dell’Italia settentrionale per sostenere l’azione piemontese.

Il 14 maggio a Napoli, alla vigilia dell’apertura dei lavori del parlamento partenopeo, si diffonde la voce dell’imminente arresto dei deputati: scoppia un’insurrezione e barricate sono innalzate ovunque nei quartieri di Napoli. Il giorno successivo l’esercito borbonico riprende il controllo e Ferdinando II chiude il parlamento.

Il 30 maggio Carlo Alberto entra a Peschiera aprendosi un varco nell’inespugnabile fortezza austriaca detta del Quadrilatero, costringendo gli asburgici alla fuga. Ma i piemontesi non incalzano gli austriaci in fuga, dando loro il tempo di riorganizzarsi e lanciare la controffensiva. Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e costretto con il suo esercito a ripiegare su Milano, che ben presto abbandonano davanti all’avanzata austriaca.

Intanto in Sicilia il 10 luglio è ratificata la costituzione elaborata dal parlamento palermitano. La corona di Sicilia è offerta al secondogenito di Carlo Alberto che rifiuta per non indispettire Ferdinando II. Questi però il 25 luglio decide di richiamare il corpo di spedizione inviato in Pianura Padana, preoccupato dell’egemonia esercitata dai piemontesi nell’Italia settentrionale e lo fa mentre si riunisce il primo ministero italiano. Il 9 agosto Carlo Alberto firma l’Armistizio di Salasco, in base al quale gli Austriaci tornano in Lombardia mentre i Piemontesi si ritirano dietro il Ticino.

A Roma intanto il 16 settembre Pio IX nomina capo del governo il giurista Pellegrino Rossi, sostenitore del sistema costituzionale. Tra il 15 e il 16 novembre Rossi è ucciso e il Papa, che non vuole concedere un governo democratico, subisce l’assedio del Quirinale da parte del popolo romano, ormai determinato a proclamare la Repubblica. Il 25 novembre Pio IX fugge a Gaeta.

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Questo episodio chiude il tormentato 1948 ma le insurrezioni non hanno coinvolto solo l’Italia. Quell’anno a Parigi divampa la rivoluzione di febbraio, a seguito della quale Luigi Filippo abdica ed è proclamata la Seconda Repubblica. Luigi Napoleone alla fine dell’anno è eletto presidente. In Ungheria a marzo, i liberali guidati da Kossuth reclamano l’indipendenza dall’Austria. A Vienna il 13 marzo scoppia un’insurrezione che obbliga il cancelliere Metternich a fuggire. L’Imperatore Ferdinando I concede a quel punto una costituzione liberale ma è costretto ad abdicare e al suo posto subentra il giovane Francesco Giuseppe. In Prussia in seguito alla rivoluzione berlinese, Federico Guglielmo IV concede una costituzione liberale. In Svizzera è approvata la nuova costituzione federale.

Mai l’Europa era stata attraversata da un vento rivoluzionario così intenso e mai tanti popoli avevano partecipato alla conquista della libertà. Si andavano formando le coscienze degli uomini e delle donne che finalmente diventavano cittadini e cittadine e iniziavano a nutrirsi di certe idee socialiste. In Italia le masse popolari che avevano partecipato alle rivoluzioni del ’48 erano insorte non solo contro gli Austriaci ma anche contro i signori, sommando una richiesta giustizialista a quella patriottica. Proprio in quell’anno il 21 febbraio è pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels, che segnerà per circa centocinquant’anni il destino di molti popoli nel mondo.

Salvo Fumetto

PIO IX. La grande illusione

Il 1° giugno 1846 moriva Papa Gregorio XVI e il Conclave, convocato per eleggere il nuovo Papa, nella prima votazione si spaccò in due fazioni. Quella conservatrice che faceva capo al cardinale Luigi Lambruschini e quella progressista che faceva capo al cardinale Tommaso Pasquale Gizzi. Nella seconda votazione, il 16 giugno, sorprendentemente il Conclave elesse Giovanni Maria Mastai Ferretti che assunse il nome di Pio IX.

Era nato a Senigallia il 13 maggio 1792 da una nobile famiglia che lo mandò a Volterra nel collegio degli Scolopi a compiere studi classici. Al suo ritorno l’unica vocazione di cui dette segno fu quella a fare il figlio di papà. Il gioco, il biliardo e i cavalli erano i suoi unici passatempi e, dato che piaceva molto alle donne, non disdegnava le avventure amorose. Quando provò a entrare nella Guardia nobile del Papa, fu scartato a causa della sua lieve epilessia e dato che le uniche opportunità d’impiego e di carriera le dava la Chiesa, fu costretto a pronunciare i voti. Dopo essere stato in Cile in missione diplomatica per conto di Pio VII, fu nominato Vescovo di Spoleto e, poco dopo, di Imola. Nel concistoro del 14 dicembre 1840 fu nominato cardinale da Gregorio XVI.

La sua fortuna fu di governare quella diocesi in un periodo di relativa tranquillità dopo i moti del ’31. Lo scontento per la pessima amministrazione pontificia restava ma si era persa la convinzione che con metodi terroristici si potesse ottenere riforme liberali, troppe erano state le rappresaglie e le condanne inflitte ai rivoluzionari. Il cardinale Mastai stabilì cordiali rapporti con gli elementi laici dell’opposizione, prestò orecchi alle critiche mosse al governo della Chiesa, deplorò gli eccessi della polizia e strinse amicizie con i liberali più in vista della diocesi, arrivando a esprimere ammirazione per Balbo e D’Azeglio. Ora che l’opposizione faceva capo ai moderati, al cardinale Mastai fu attribuita l’etichetta di liberale. Tra questi, Vincenzo Gioberti che nel suo saggio Del primato morale e civile degl’Italiani sosteneva:<<…è il Papa che deve prendere l’iniziativa di costituire e guidare all’indipendenza una confederazione di Stati italiani perché solo il Papa ha abbastanza autorità per bloccarne le forze centrifughe, imbrigliarne le rivalità e richiamarli tutti sotto il suo magistero…>>. Un cardinale con quelle idee, se fosse diventato Papa, ben si sarebbe prestato al pensiero giobertiano.

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Quando all’indomani della sua elezione al Sogno Pontificio si affacciò per benedire la folla acclamante, si rese conto delle attese che la sua elezione aveva suscitato nella popolazione. La concessione dell’amnistia la sera del 17 luglio fu accolta dal popolo di Roma con entusiasmo. Schiere di romani s’incolonnarono sul Quirinale agitando migliaia di fiaccole. Il Papa dovette apparire al balcone e benedire la folla. Scene analoghe si ripeterono nei giorni successivi e non solo a Roma.

Ma perché tanto entusiasmo? Era divampato il mito del papa liberale e patriota. Non era rilevante che lo fosse, era importante che si mostrasse tale e che lui stesso fosse prigioniero di quella suggestione. In tutta Italia appariva come il Papa di Gioberti, pronto a capeggiare la battaglia per l’indipendenza nazionale. Era una grande illusione: nessuno vedeva l’assurdità storica di una Nazione italiana fatta dalla Chiesa che da quasi duemila anni la avversava.

Nelle sue Memorie, Giuseppe Montanelli scrive:<<Errammo, e nondimeno sia benedetto quell’errore, poiché senza il Viva Pio Nono!, chissà quando le moltitudini italiane si sarebbero agitate nell’entusiasmo della vita nazionale. Con quell’acclamazione esse entravano in una via di manifestazioni pubbliche che i governi non potevano avversare>>.

Salvo Fumetto