Il genere del ritratto attraverso i secoli

Il ritratto è legato da sempre al desiderio dell’uomo di rendersi eterno, immortale e di imprimere nella coscienza dei contemporanei e nella memoria dei posteri la propria immagine iconica e soprattutto il ruolo sociale che si era ricoperto in vita.

La tipologia di ritratto che si è conservato in maggior quantità è su tavola poiché il materiale di cui si costituisce, il legno, riesce a perdurare più a lungo rispetto ad affreschi e tele dipinte, e a sopravvivere ai cambiamenti del gusto e della politica. Il ritratto su tavola svolgeva inoltre funzioni assai diverse come sostituire una persona distante o morta, e di dono in caso di nozze.

Durante l’epoca romana il ritratto ufficiale, che raffigurava per lo più imperatori, senatori e generali dell’esercito, era molto comune preferendo la realizzazione di busti e mezzi busti in marmo con le caratteristiche fisiognomiche delle persone ritratte. L’uso di portare o no la barba, le diverse acconciature delle donne, la forma del busto sono oggi gli elementi per ricostruire la cronologia dei ritratti.

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Ritratto di Marco Aurelio

Durante il medioevo questa pratica si legava quasi esclusivamente all’immagine di Cristo, di martiri e di santi. Il vero e proprio ritratto della persona umana s’identificava perciò nell’immagine funeraria, corredata dalle insegne del suo rango.

Nel Quattrocento nasce il ritratto nell’accezione moderna, con dignità di soggetto autonomo, legato alla nuova cultura umanistica e in relazione con l’ascesa della classe borghese. Nell’ambito del ritratto privato si avviò l’elaborazione di tipologie: busto, mezza figura o figura intera, di famiglia, di gruppo. Nel Quattrocento inoltre erano eseguiti spesso ritratti di profilo e a mezzo busto. Questa scelta era dovuta al fatto che il ritratto di profilo permetteva da un lato, di cogliere i tratti fisionomici caratteristici del soggetto, rendendolo subito riconoscibile, dall’altro, di idealizzare e stilizzare la sua figura. Questo era dovuto al fatto che, avendo il ritratto valore encomiastico, doveva rendere il soggetto identificabile eliminando allo stesso tempo i difetti fisici e creare così un modello per tutte le raffigurazioni successive.

La posizione di profilo si diffuse nel XV secolo in relazione con lo studio delle monete antiche e con la ripresa dell’arte della medaglia. A differenza della moneta, la medaglia non era utilizzata per scopi commerciali ed era di dimensioni notevoli, fusa con la tecnica della cera persa (v. glossario) e non coniata; poteva avere funzione di ciondolo, essere scambiata come dono di rilievo, collezionata e conservata nello studiolo del signore. Come nelle monete antiche sul recto si rappresentava il volto individuato e idealizzato del committente, mentre sul verso venivano rappresentate le sue qualità intellettuali e morali.

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Pisanello, medaglia di Leonello d’Este

Alcune celebri medaglie rinascimentali sono quelle della serie realizzata da Pisanello che rappresentano Lionello d’Este. La formula fu seguita da Piero della Francesca, Sandro Botticelli e Antonio Pollaiolo.

Grande importanza per l’evoluzione del ritratto borghese ha l’arte delle Fiandre, con Jean van Eyck ebbe inizio il ritratto realistico, esempio manifesto è il celeberrimo dipinto de “I coniugi Arnolfini”.

In Veneto durante il XVI secolo si elaborò un tipo di ritratto a mezzo busto in un contesto caratterizzato da simboli o attributi, allusivo alla vita interiore e sociale del soggetto; esemplari sono i ritratti di Tiziano, Savoldo, Tintoretto, Lorenzo Lotto e Giovan Battista Moroni. Tiziano e poi Tintoretto elaborarono ulteriormente il tipo di ritratto ufficiale del sovrano, equestre, in trono o a figura intera, presto conforme in tutta Europa. Il ritratto ufficiale, celebrativo, veniva trattato in modo idealizzato e aulico da Raffaello mentre per la percezione psicologica del soggetto fu importante la ricerca di Leonardo.

Giovan Battista Moroni, Il sarto
Giovan Battista Moroni, Il sarto

Trovò definizione anche il ritratto allegorico, in cui, oltre all’uso di simboli allusivi, il soggetto stesso si mostra in veste allegorica o di personificazione, come fece per esempio Sebastiano del Piombo nel rappresentare Andrea Doria nella veste del dio Nettuno.

Nel XVII secolo il ritratto è ormai uno dei generi artistici maggiori: in Spagna, Velázquez eseguì i ritratti di personaggi della casa reale, oltre alla realistica serie dei “Buffoni “ di corte. Si sviluppò inoltre la caricatura, grazie ad artisti come Annibale Carracci, Guercino e Bernini.

Nel XVIII secolo si svilupparono e diffusero il ritratto galante di Rosalba Carriera e i ritratti di Fra Galgario e Pompeo Batoni, mentre in Inghilterra si diffusero con grande successo la ritrattistica di William Hogarth e Joshua Reynolds che resero famosa la caricatura come arma di satira sociale e politica. Alla fine del XVIII secolo si diffuse la nuova sensibilità neoclassica, che ebbe una preferenza per le tonalità chiare, le luci cristalline, la semplificazione delle linee e dei tratti somatici. Artisti di spicco di questo periodo furono i francesi Jacques-Louis David e Jean-Auguste-Dominique Ingres e l’italiano Antonio Canova, che recupera una forma idealizzata ispirata all’arte greca.

Pompeo Batoni, Thomas William Coke
Pompeo Batoni, Thomas William Coke

Ebbe ampia diffusione anche il ritratto di soggetti comuni, non committenti dell’opera, che creavano composizioni di soggetto popolare e pittoresco, come la serie dei malati mentali di Théodore Géricault. Lo spagnolo Francisco de Goya fu artefice di alcune immagini provocanti e sperimentali, come la “Maya Desnuda” che si ritiene essere un ritratto.

Nel Novecento l’arte cosiddetta astratta portò ad una diminuzione sensibile dell’arte ritrattistica ma ci restano comunque grandi esempi grazie ad artisti come Modigliani, Bacon, Delaunay, Brancusi, Derain, Max Ernst, Mirò, Léger, De Chirico e Picasso.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Leopold Zborowski
Amedeo Modigliani, Ritratto di Leopold Zborowski

Questi artisti moderni praticarono il ritratto andando al di là dello scopo di illustrare il modello, passando attraverso il soggetto per trovare il suo “sé interiore”, ciò che segna un legame imprescindibile con i tragici eventi del secolo e con l’invenzione della psicoanalisi.

Sara D’Incertopadre

Rosalba Carriera. Un cognome…Un destino

Nata a Venezia il 12 gennaio del 1673, Rosalba Carriera fu una fra le maggiori ritrattiste e una delle principali artiste di riferimento del Settecento veneziano.

Ebbe un’educazione artistica completa che comprendeva, oltre la pittura, lo studio della musica e il ricamo, la tipica attività cui si dedicavano le giovani donne a quei tempi.

Ma Rosalba Carriera si discostò decisamente dallo stereotipo femminile della damina settecentesca tutta capricci e frivolezze, tanto che ella stessa si impegnò nel creare una sorta di circolo cui facevano parte personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Nel 1705 viene ammessa all’Accademia di San Luca di Roma dopo aver presentato il dipinto intitolato Fanciulla con colomba.

Quando tra il 1719 e il 1720 giunsero a Parigi alcune delle maggiori personalità veneziane tra cui Anton Maria Zanetti il Vecchio e Gian Antonio Pellegrini, la stessa Carriera non mancò di soggiornarvi. La pittrice fu ospite di Pierre Crozat, tesoriere del regno e collezionista raffinato, nel suo Hotel di Rue de Richelieu dall’aprile del 1720 al marzo del 1721.

La Carriera mostrò fin da subito di preferire una pittura chiara e sostenuta da una certa fermezza nel disegno; dimostrando inoltre di preferire la tecnica del pastello, accanto a quella della miniatura a tempera e di prediligere il ritratto di tipo “intimistico” che la rese famosa.

La fortuna della Carriera non fu tanto in patria, a Venezia, quanto piuttosto presso una committenza cosmopolita, europea. Ricevette infatti committenze da parte di Massimiliano II di Baviera nel 1704, da parte del re Federico IV di Danimarca nel 1709, dal principe di Sassonia e futuro re di Polonia, Augusto III, che le aprì le porte per nuove committenze nella sua corte.

A Parigi la Carriera si trovò al posto giusto nel momento giusto poiché vi aveva trovato un rinnovamento della tradizione accademica grazie alla presenza dei pittori Charles La Fosse e Antoine Watteau, che stavano lavorando in senso antiaccademico al superamento della gerarchia dei generi pittorici.

In tale contesto il successo della pittrice veneziana fu assicurato e nello stesso tempo di proporzioni inaspettate; diventò ritrattista alla moda perfezionando il modo di dipingere i suoi personaggi, colti in maniera intimistica e psicologica. La Carriera entrava nella psicologia del personaggio per riportare fedelmente le apparenze fisionomiche semplificando al massimo la struttura compositiva del ritratto per far sì che l’attenzione si concentrasse sui volti. Oltre ad essere una gran ritrattista, la pittrice venne spesso richiesta per commissioni più impegnative come il ciclo dei Quattro Elementi, conservato alla Galleria Corsini di Roma, iniziato nel 1741 e portato a termine nel 1743.

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Nel 1746 contrasse una malattia agli occhi che la portò alla totale cecità, nonostante diversi interventi alla cornea, e la costrinse ad abbandonare la sua attività pittorica. Dovette trascorrere gli ultimi anni della sua vita senza poter dipingere e in uno stato di triste angoscia che la portò quasi alla follia.

Dipinse proprio intorno al 1746 uno dei suoi autoritratti più noti, quello in cui si sarebbe ritratta nei panni della Tragedia, assai diverso dal famoso autoritratto giovanile del 1715 e conservato agli Uffizi, dove si rappresentò insieme alla sorella, dipinta su una tela.

Si spense nella sua città natale il 15 aprile 1757 dopo aver dedicato un’intera vita alla pittura e alla ritrattistica, la sua passione.

Sara D’Incertopadre