Campioni del mondo!

Il campionato mondiale di calcio 1982 fu la dodicesima edizione organizzata dalla FIFA. Quell’anno il paese ospitante era la Spagna e la competizione, iniziata il 13 giugno, sarebbe terminata l’11 luglio. Fu il primo campionato mondiale in cui le squadre partecipanti furono portate da 16 a 24. La prima fase prevedeva sei gironi all’italiana di quattro squadre ciascuno. L’Italia era nel gruppo 1 e si trovò come avversarie Polonia, Camerun e Perù. Gli azzurri, guidati da Bearzot, giunsero in Spagna fra mille polemiche, non ultima la vicenda di Paolo Rossi, reduce dalla squalifica di due anni per lo scandalo del calcio scommesse. Bearzot era inoltre contestato dalla stampa romana che premeva per un maggiore utilizzo dei giocatori della Roma rispetto al blocco juventino, già ben sperimentato in passato.

Il 14 giugno alle 17:00 la nazionale italiana esordiva contro la Polonia, l’avversario più qualificato del girone tra le cui fila primeggiava lo juventino Boniek. La partita si tenne nello stadio Balaidos di Vigo, nell’estremo nord-ovest della Spagna. Il fischio d’inizio era fissato per le 17:15, l’arbitraggio affidato al francese Vautrot e la telecronaca a Nando Martellini.

Dopo un primo tempo favorevole all’Italia, nella ripresa i polacchi iniziarono ad aggredire l’avversario ma la partita si chiuse sullo 0 a 0. Alla fine dell’incontro Martellini commentò laconico: “…bellissimo primo tempo, squallida ripresa.” A illuminare la squadra italiana, solo la sfortunata traversa di Tardelli.

L’incontro con i peruviani andò meglio: primo tempo a favore dell’Italia che si portò in vantaggio con Bruno Conti. Nel secondo tempo, come era già accaduto con la Polonia, gli azzurri calarono di tono e il Perù ebbe il sopravvento. Il pareggio arrivò nel finale, all’83’, su tiro di Diaz con una decisiva deviazione di Collovati.

Il 23 giugno l’Italia incontrava il Camerun e serviva una vittoria per assicurarsi la qualificazione. Arbitro fu designato il Bulgaro Dotchev, ai microfoni della RAI ancora l’esperto Martellini. Bearzot aveva schierato la stessa formazione messa in campo contro la Polonia, sostituendo solo Marini con Oriali.

Anche questa partita sembrava ricalcare la falsariga delle precedenti, con grande sorpresa e delusione dei tifosi italiani. Solo al 16’ del secondo tempo l’incontro sembrò prendere una svolta favorevole grazie a un goal fortunoso di Ciccio Graziani: cross di Paolo Rossi, colpo di testa in controtempo di Graziani e scivolata del portiere camerunense N’Kono. La gioia fu incontenibile, con quel goal l’Italia si sarebbe sicuramente qualificata alla fase successiva. Nemmeno il tempo di rivedere l’azione al replay che un minuto dopo Gregoire M’Bida riportò il risultato in parità. Alla fine Italia e Camerun chiusero alla pari il gruppo 1, tre punti ciascuna e stessa differenza reti. Martellini era imbarazzato, non riusciva a comprendere se l’Italia si fosse qualificata. Il paese rimase per qualche minuto con il fiato sospeso. Poi, grazie al maggior numero di gol segnati rispetto al Camerun, Martellini annunciò la qualificazione della squadra azzurra alla fase successiva. L’Italia fu la prima compagine a superare il primo turno di un mondiale senza vincere una partita.

Gli italiani, che avevano sperato in un’Italia brillante, ritrovarono solo un’Italia fortunata. Le polemiche, come accade spesso nel nostro paese, sollevarono un polverone enorme, al punto da costringere la squadra al silenzio stampa. Tutti erano pessimisti perché le prossime avversarie dell’Italia erano Argentina e Brasile, una missione ritenuta da tutti impossibile.

Il 29 giugno la squadra, raggiunta Barcellona, si accingeva a incontrare l’Argentina ma nessuno avrebbe scommesso sull’Italia. Quando Tardelli, dopo un primo tempo sofferto, infilò al 55’ la rete Argentina, in Italia si levò un grido liberatorio. La certezza della vittoria arrivò solo al 67’, quando Cabrini fissò definitivamente il risultato sul 2 a 0.

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Ora però c’era il Brasile, la squadra data favorita per la vittoria finale della coppa. Il 5 luglio, alle 17:15 nello Stadio de Sarriá, l’arbitro israeliano Klein diede inizio alla partita. Quella fu la partita di Paolo Rossi che infilò ai Brasiliani ben tre goal, portando la squadra in semifinale. Battere il Brasile fu come aver già vinto il mondiale e quella sera, mezzo paese scese in strada per festeggiare la vittoria.

In semifinale l’Italia incontrò di nuovo la Polonia e questa volta la partita fu una passeggiata. Con due goal di Rossi, ormai eroe nazionale, gli azzurri sancirono il loro ingresso in finale. L’entusiasmo salì alle stelle. Come nel 1970 in Messico, l’Italia era in finale e questa volta tutti speravano che a vincere la Coppa del Mondo fosse il Bel Paese.

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Domenica 11 luglio, alle otto di sera, le strade erano deserte. Milioni d’italiani, davanti ai televisori, erano in attesa di assistere alla finale tra Italia e Germania. Lo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid era colmo in ogni ordine di posti: 90mila spettatori avrebbero assistito all’incontro, tra questi in tribuna d’onore, insieme ai reali di Spagna, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dopo pochi minuti dal fischio d’inizio dell’arbitro brasiliano Coelho, fu assegnato all’Italia un calcio di rigore. Sul dischetto Antonio Cabrini mandò la palla fuori dallo specchio della porta alla sinistra del portiere tedesco Schumacher. Quel goal mancato mandò il paese sull’orlo della disperazione, finché al 56’ Rossi non infilò la porta tedesca con il suo sesto goal che lo incoronò capocannoniere del torneo. Poi al 68’ arrivò il goal di Tardelli e all’81’ quello del pontino Altobelli. Sul 3 a 0 Pertini mise da parte il protocollo, si alzò in piedi e, agitando l’indice della mano destra, gridò: “Non ci prendono più”. Quando Coelho sollevò in alto il pallone per decretare la fine dell’incontro, l’Italia aveva battuto la Germania 3 a 1 ed era campione del mondo.

Salvo Fumetto

Il Rompicapo

Passiamo ad un altro grande della pittura mondiale! Di chi è questa famosa opera? Come è intitolata? Sapete anche dove è conservata?

Soluzione Rompicapo del 27-02-2016

Maja desnuda

Si tratta de La Maja desnuda, un dipinto di Francisco Goya conservato dal 1901 al Museo del Prado di Madrid. L’opera è stata realizzata verosimilmente nel periodo compreso fra il 1797 e il 1800, anno della prima segnalazione documentata dell’opera. La prima menzione della Maja desnuda appare infatti nel diario di Pedro González de Sepúlveda, incisore e accademico, che ne riferisce come parte della collezione d’arte del nobile e politico spagnolo Manuel Godoy nel 1800.

Il dipinto viene probabilmente pensato insieme alla Maja vestida, dove la medesima modella, probabilmente l’influente duchessa di Alba, nella stessa identica posa, è ritratta in abiti eleganti.  La Maja desnuda è il primo quadro dell’arte spagnola che raffigura una vera donna nuda in tutta la sua spregiudicata sensualità: il corpo è disteso, inquadrato frontalmente con le braccia incrociate dietro la testa e non vi è nessun artificio pittorico a coprirne i seni e il pube. Lo sguardo della Maja, sfrontato e malizioso, è diretto verso lo spettatore con aria quasi di sfida. Spiccano il verde intenso del letto e la resa realistica dei pizzi bianchi dei veli che ricoprono il tessuto. Il leggero chiarore del fondale conferisce un maggior volume al soggetto, che si staglia così dallo sfondo; il candore del corpo nudo è reso con brevi e precise pennellate che ne sottolineano i delicati passaggi cromatici.

La scandalosa Maja desnuda non si addiceva al clima di restaurazione imposto dal re Ferdinando VII e nel 1815 Goya venne chiamato a rispondere del dipinto davanti al Tribunale dell’Inquisizione. Il pittore riuscì a non farsi condannare, ma la sua posizione a corte era ormai compromessa e decise quindi di ritirarsi nella sua tenuta chiamata Quinta del sordo.

La cattedrale di Santiago di Compostela

La basilica cattedrale di San Giacomo di Compostela, situata nella regione spagnola della Galizia, è uno dei più celebri luoghi di pellegrinaggio del mondo. Fin dall’epoca medievale è meta di pellegrini che giungono da ogni parte del mondo con ogni mezzo per pregare nel luogo della presunta sepoltura di San Giacomo Maggiore. Secondo quanto narra la leggenda il corpo dell’apostolo Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo e cugino di Gesù, fu rinvenuto nel IX secolo d.C. nell’area dove sorge la cattedrale dall’eremita Pelagio. Giacomo, decapitato da Erode Agrippa I a Gerusalemme nel 44 d.C., fu il primo dei dodici apostoli ad essere martirizzato.

La tradizione riferisce che, dopo l’esecuzione, il corpo venne caricato su una barca dai suoi discepoli di Giaffa, in Palestina. Sette giorni più tardi, guidata dalla mano di Dio e dai venti favorevoli, l’imbarcazione raggiunse le rive di Iria Flavia sulla costa atlantica della Spagna, a 32 km di distanza dall’attuale Santiago. Al termine di un viaggio su un carro trainato da buoi, Giacomo fu sepolto esattamente nel punto in cui le bestie miracolosamente si fermarono.

Una prima chiesa intitolata a San Giacomo fu costruita all’inizio del IX secolo, per volere di Alfonso II delle Asturie. Successivamente, nell’899, sotto re Alfonso III, la prima chiesa fu rimpiazzata da un’altra più grande, in stile protoromanico. L’attuale chiesa, capolavoro assoluto dell’architettura romanica, fu costruita nel XII secolo e consacrata nel 1211.

Con la Controriforma l’afflusso di pellegrini divenne sempre maggiore tanto da portare il capitolo della cattedrale ad intraprendere considerevoli lavori di rinnovamento che presero il via nel 1658 con la nomina a sovrintendente generale del conte architetto José de Vega y Verdugo.

L’opera degli artisti che si avvicendarono nella costruzione dell’edificio durante l’arco di un secolo permette ancora oggi di osservare gli sviluppi dell’architettura barocca spagnola. José de Peña de Toro realizzò la porta della Quintana, la porta Santa, la cupola e parte della torre delle Campane, mentre Domingo Antonio de Andrade eresse la torre dell’Orologio. Nel 1738 l’architetto spagnolo Fernando Casas y Nóvoa iniziò la costruzione della facciata che portò a termine nel 1749.

La famosa facciata che si ammira oggi è detta “del Tramonto” poiché la sua posizione verso occidente fa sì che al tramonto il sole la illumini con incredibili sfumature dorate.

Questa facciata fu costruita allo scopo di proteggere il portico della Gloria dai danni delle intemperie alle quali era esposto. Il portico della Gloria, capolavoro della scultura romanica fu costruito per volere di re Ferdinando II di León tra il 1168 e il 1188, ad opera del Maestro Matteo. Il portico è costituito da tre campate voltate a crociera e presenta tre portali scolpiti, tramite i quali si accede alle navate. Il portale centrale, il più grande, è architravato e diviso al centro da una colonna, dove campeggia la statua dell’apostolo Giacomo.

Altare maggiore di San Giacomo
Altare maggiore di San Giacomo

La cosiddetta Capela Maior, cioè il presbiterio, è il cuore della cattedrale. Vi si trova il sontuoso altare maggiore, sormontato da un baldacchino. L’altare, opera di Juan de Figueroa, risale alla fine del XVII secolo e contiene la statua in pietra di Santiago, opera del XIII secolo influenzata dal Maestro Matteo, ricoperta da un mantello d’argento. I pellegrini, salendo una scala situata dietro l’altare, hanno accesso a un piccolo spazio dal quale è possibile abbracciare la statua e baciarne il mantello.

L’articolata struttura architettonica e la grande massa di pellegrini che la raggiungono ogni giorno hanno reso questa basilica cattedrale una delle più famose e visitate al mondo.

Sara D’Incertopadre

Diego Velázquez e Pablo Picasso. Las Meninas

Lo spagnolo Diego Velázquez (Siviglia, 6 giugno 1599 – Madrid, 6 agosto 1660) è considerato a buon diritto il pittore ritrattista di infanti e principi di corte per eccellenza della prima metà del Seicento; in tali dipinti egli sa trattare il dato oggettivo, la realtà, e valorizzare la materia pittorica come pochi, grazie a straordinari accostamenti di colore puro dato a macchie larghe e sintetiche.

Uno dei quadri più famosi tra i ritratti da lui realizzati è Las Meninas o La famiglia di Filippo IV, come lo chiamavano i suoi contemporanei, considerato dalla critica il suo dipinto capolavoro. Realizzato nel 1656 è oggi conservato al Museo del Prado di Madrid, questa grande tela raffigura l’infanta Margherita di Spagna circondata dalle sue “meninas”, cioè le giovani e nobili damigelle di corte che si prendono cura di lei, dai servitori, da buffoni e nani, nell’austero scenario di un salone del palazzo reale.

Sullo sfondo una porta si apre dando su una scala, attraverso la quale intravediamo la figura in controluce del cavaliere don José Nieto. Velázquez stesso è nel quadro, sta dipingendo un’enorme tela di cui riusciamo a vedere la parte superiore nello specchio appeso al muro di fondo. In esso si riflettono le effigi del re e della regina che si trovano nello spazio in cui si trova l’osservatore. Esaminando le varie parti del quadro, non è più tanto chiaro chi o che cosa sia il vero soggetto dell’opera. È l’infanta, i due regnanti o il pittore stesso? Probabilmente nella tela vi è un’intenzione simbolica: mostrare l’infanta come legittima erede alla corona, a causa del decesso del figlio maschio e della rinuncia della sorella maggiore in quanto promessa sposa del re di Francia, ritratta veramente nel quadro, mentre i genitori regnanti ne sono al di fuori.

Las_Meninas,_by_Diego_Velázquez,_from_Prado

La struttura ed il posizionamento spaziale delle figure è tale che il gruppo di damigelle intorno all’Infanta sembra stare dal nostro lato di fronte a Filippo IV e sua moglie Marianna. Di fatto l’attenzione del pittore è tutta concentrata su di essi, dal momento che sembra stia lavorando al loro ritratto. Nonostante possano essere visti solo nel riflesso dello specchio, re e regina sono il vero punto focale del dipinto verso cui sono diretti gli sguardi di quasi tutti i personaggi. Come spettatori, capiamo di essere esclusi dalla scena, poiché al nostro posto c’è la coppia regnante; ma allo stesso tempo siamo inclusi poiché i personaggi sono rivolti verso di noi. Ciò che sembra a prima vista un dipinto “aperto” si dimostra essere quindi completamente ermetico, affermazione confermata dal fatto che il dipinto di fronte a Velázquez è completamente nascosto alla nostra vista.

E’ sorprendente come Velázquez reagisca nelle sue opere alle convenzioni tardomanieristiche della tradizione locale scegliendo di rappresentare la realtà nei suoi molteplici aspetti e facendola oggetto di un’attenzione minuziosa e rigorosa.

Dipinto quattro anni prima della morte dell’artista, è un caposaldo del periodo artistico del barocco europeo. L’opera è stata esaltata sin dal momento della sua realizzazione: il pittore napoletano Luca Giordano ne parlò come di una “teologia della pittura”, mentre nel XVIII secolo il pittore inglese Thomas Lawrence lo definì la “filosofia dell’arte”. Protagonista di discussioni filosofiche sul tema della rappresentazione e di trattati di diverso genere, quest’opera è anche stata letteralmente presa in prestito dal grande pittore del Novecento Pablo Picasso che la reinterpretò a modo suo.

Nel quadro di Velázquez quindi lo spettatore si ritrova suo malgrado complice nel mezzo dello spazio tra i personaggi della famiglia reale e i protagonisti esterni all’opera e questo è stato il segno d’istintivo del dipinto che ha attirato molti artisti dell’età contemporanea.

Tra questi, il grande padre del cubismo Pablo Picasso dedica al capolavoro di Velásquez una serie di ben 58 opere.

Sempre aperto al confronto con l’arte del passato, negli anni Cinquanta Picasso rivisita celebri soggetti della tradizione storico-artistica, spagnola ed europea. È del 1950 la sua copia del Ritratto di pittore di El Greco, del 1955 la sua interpretazione delle Donne di Algeri di Eugène Delacroix. Sei anni dopo si cimentò con il primo pittore della modernità, Édouard Manet e la sua opera più rappresentativa ed enigmatica Le déjeuner sur l’herbe. Ma solo delle “meninas” creò così tante riproduzioni.

Le 58 tele vengono realizzate nella villa “La Californie”, a Cannes, tutte nell’arco di tempo che va dal 17 agosto al 30 dicembre del 1957. L’artista spagnolo ha settantasei anni, è lontano dal clamore suscitato dalle opere decisive dei decenni passati, ma il suo spirito creativo non è mai sopito e sempre pronto a mettersi in discussione.

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L’ adesione di Picasso al passato dell’opera di Velázquez è del tutto particolare: l’immagine riproposta viene interamente stravolta, trasformata a un punto tale che l’opera originaria diventa quasi irriconoscibile. Tutti i personaggi e gli elementi compositivi vengono traslati, ma nulla viene dimenticato. Lo specchio che ritrae i regnanti diventa un riquadro con due puntini, una piccola tela bianca, una cornice che contiene un triangolo e dei raggi, dipende dalle versioni. Sulle pareti di tela sono appesi i quadri che Velázquez aveva affisso nel suo dipinto, ma il mitologico diventa astratto. Le forme si irrigidiscono, i colori si intensificano, i caratteri somatici si alterano, assumono linee taglienti o si appiattiscono. Gli abiti sembrano piedistalli, risaltano e creano spessore. Particolari poco rilevanti vengono portati all’eccesso.

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48 tele sono dedicate all’analisi di volti, di figure isolate, di gruppi di personaggi e di differenti versioni d’insieme. 14 sono invece incentrate sull’Infanta Margarita, su Dona Maria Augustina de Sarmiento e Dona Isabel de Velasco, che conclude la serie con un gesto di riverente saluto. Nicolosito Pertustato diventa pretesto per riproduzioni libere. Il cane, invece, assume le sembianze dell’animale appartenuto all’artista. Velázquez si riconosce, a volte, per la grande croce che nell’originale è dipinta in rosso sul petto.

La prevalenza di scala di grigi nella prima versione cubista è dovuta alla consultazione di un ingrandimento fotografico in bianco e nero dell’opera di Velázquez, fonte basilare per la rivisitazione picassiana.

Las Meninas di Picasso costituiscono una parte sostanziale della collezione del Museu Picasso di Barcellona, al numero 15 di Carrer de Montcada. La creazione del museo si deve a Jaume Sabartés, amico fidato e segretario di Picasso, a cui l’artista donò la corposa serie, esposta in tre delle più ariose sale al primo piano.                             Proprio una lettera inviata a Sabartés sette anni prima della realizzazione dei 58 quadri sembra anticiparne la sfida: “Se mi mettessi di buona lena a copiare Las Meninas, a un certo punto arriverei a un’interpretazione personale, dimenticando l’opera di Velázquez. Sicuramente modificherei o cambierei la luce, spostando dei personaggi. Così, poco a poco, le damigelle d’onore apparirebbero deplorevoli a un pittore che copiasse opere antiche in modo tradizionale. Non sarebbero più le figure che aveva visto sulla tela di Velázquez. Sarebbero solo le ‘mie’ Meninas”.

Sara D’Incertopadre & Serena Ficarola

Francisco Franco, il Caudillo

Francisco Franco nacque nel 1892 a El Ferrol in Galizia, secondo di cinque figli nati dal matrimonio tra Nicolás Franco y Salgado-Araujo, ufficiale dell’amministrazione navale per tradizione familiare, di tendenze libertine, e Maria del Pilar Bahamonde y Pardo de Andrade, figlia molto religiosa e conservatrice di un commissario per le forniture navali. A causa del numero chiuso introdotto nell’Accademia Navale, il giovane Franco provò a superare gli esami di ammissione all’Accademia militare di Toledo, dove entrò il 29 agosto 1907. Nel luglio del 1910,  ne uscì con il grado di sottotenente e due anni dopo, su sua richiesta, fu spedito in Marocco, dove accumulò decorazioni e promozioni combattendo contro l’inafferrabile guerriglia delle bande magrebine. In una di quelle battaglie fu gravemente ferito e dato per spacciato dai medici militari. Se la cavò, dimostrando di avere una straordinaria costituzione. Fu decorato con una medaglia di prima classe e ottenne la promozione a maggiore. Non essendoci posti vacanti per tale grado, fu inviato a Oviedo. Qui incontrò la quindicenne Maria del Carmen Polo y Martinez Valdés, che sposò nel 1923. Nel 1920 entrò nella neonata Legione straniera spagnola, di cui fu uno degli ufficiali fondatori, distinguendosi per durezza e ferrea disciplina. In africa settentrionale proseguì la carriera militare fino a divenire nel 1925 colonello e, l’anno successivo, a soli trentatré anni, il più giovane generale spagnolo. Il 14 aprile 1931, con la caduta della monarchia e la proclamazione della seconda repubblica, fu inviato come comandante militare alle Baleari e nominato Capo di Stato Maggiore, In seguito alla vittoria elettorale della destra nel 1934, fu richiamato in Spagna. Durante la rivoluzione delle Asturie, iniziata con lo sciopero generale proclamato dai socialisti contro le tentazioni autoritarie del governo di destra, Franco, investito dal Governo, attuò una feroce repressione contro i minatori e ordinò il bombardamento aereo di Oviedo e il successivo rastrellamento. Tra i minatori in rivolta e i militari si suppone vi furono quattordicimila morti. Nelle  file dell’esercito mise in atto una totale epurazione di tutti gli ufficiali con tendenze democratiche. Era chiaro il pensiero politico del generale Franco che, intervistato da una giornalista, dichiarò: <<Questa è una guerra di frontiera e i fronti sono il socialismo, il comunismo e le altre sovversioni che attaccano la civiltà per sostituirla con la barbarie>>. Questa dichiarazione e il successo nella repressione dei moti rivoluzionari gli valsero la nomina a comandante dell’esercito di stanza in Marocco. Ma non ritornò in Africa, era troppo utile alla destra per mettere ordine e riorganizzare le forze armate.

Nelle elezioni del 16 febbraio 1936 vinse la sinistra, unita sotto la bandiera del Fronte popolare. I conservatori spagnoli furono spaventati dalle affermazioni di Largo Caballero che, dopo la vittoria, dichiarò: <<Nel giorno della vendetta non lasceremo pietra su pietra di questa Spagna che vogliamo distruggere, per costruire la nostra>>. Anche i moderati si spaventarono, al punto che si aprì la strada per un diffuso consenso alla dittatura. Il nuovo governo di sinistra si affrettò a inviare fuori dai confini i vari generali simpatizzanti di destra e Franco finì alle Canarie da dove mantenne contatti con tutti gli altri generali per organizzare un colpo di stato. L’alzamiento fu annunciato alla radio con la frase in codice “su tutta la spagna, il cielo è senza nubi”.

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Franco si liberò immediatamente dei suoi avversari interni che riteneva troppo moderati e si fece nominare, nel mese di settembre, comandante di tutte le forze armate e capo dello stato. Il suo golpe colse di sorpresa i governativi in molte regioni e in alcune importanti città come Siviglia e Granada ma a Madrid e Barcellona l’insurrezione fu schiacciata dalla Guardia Civil, dai militanti della sinistra e dal popolo in armi. Anche gran parte della Marina e dell’Aviazione rimase fedele al governo repubblicano. Franco, bloccato in Marocco con il suo esercito, chiese aiuto a Mussolini e a Hitler, che risposero positivamente all’appello. Con l’aiuto di un ponte aereo italo-tedesco, le truppe di Franco, bloccate in Marocco, furono trasportate a Badajoz, in Estremadura, dove passarono per le armi tutti i miliziani governativi e i loro sostenitori, circa 1500 tra uomini e donne tra cui Federico García Lorca. Il suo aguzzino, un ex deputato cattolico, dopo la sua morte dichiarò: <<Bene, ha fatto più danno lui con i libri che gli altri con le rivoltelle>>. Ormai era guerra civile. A livello internazionale si formano due schieramenti. Germania, Italia e Portogallo, con la benedizione del Vaticano, appoggiarono i golpisti. Francia, Messico e Unione Sovietica si attestarono su posizioni antifasciste, garantendo rifornimenti bellici al governo repubblicano di Madrid.

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Fu una sanguinosa guerra civile che durò tre anni, vinta la quale, nell’aprile del 1939, Franco assunse la guida definitiva della Spagna, instaurando una dittatura che represse violentemente ogni opposizione interna. Secondo lo storico spagnolo Javier Tussel, subito dopo la fine della guerra civile, il regime provvide alla fucilazione di 50.000 repubblicani, all’arresto di 250.000 sospetti di crimini o di complicità con i “rossi” e a una spietata epurazione tra gli insegnanti e i dipendenti della pubblica amministrazione. Nel 1939 emanò la legge sulle responsabilità politiche, con la quale soppresse tutti i partiti e i sindacati, tranne quello falangista. Nel 1940 fu definito reato l’organizzazione e l’appartenenza a logge massoniche e a cellule comuniste. Nel 1941 furono definite le norme sulla sicurezza dello stato. La pubblica istruzione fu riaffidata alla chiesa che divenne il principale strumento della dittatura di Franco. La libertà di culto fu soppressa e il cattolicesimo ritornò a essere religione di stato. Le leggi su matrimonio civile e il divorzio furono abrogate. Fu reso obbligatorio l’insegnamento della religione anche nelle università. S’istituì una censura ecclesiastica. Lo scrittore francese François Mauriac, premio Nobel per la letteratura nel 1952, parlando della dittatura spagnola, affermò:<<… per milioni di spagnoli, cristianesimo e fascismo si confondono, e non potranno più odiare l’uno senza odiare l’altro>>.

Nel 1969 nominò suo successore Juan Carlos di Borbone, che alla sua morte fu incoronato re di Spagna. L’8 giugno 1973, consumato dal morbo di Parkinson, lasciò la carica di primo ministro a Luis Carrero Blanco. Morì il 20 novembre del 1975.

Franco trasformò, con il suo regime, la Spagna in un immenso campo di concentramento per gli sconfitti e in un convento, gestito insieme alla chiesa, per il resto della popolazione. Chi voleva recarsi in Spagna doveva munirsi di un’attestazione del suo parroco circa la sua buona condotta religiosa. La fine della dittatura ha restituito la Spagna alla civiltà.

Salvo Fumetto